Indennità europea di disoccupazione? Un altro inganno

In questa campagna elettorale il Partito Democratico, non sapendo cosa dire per sostenere la sua politica filoeuropeista, si è inventato lo slogan “indennità europea di disoccupazione”. Uno slogan che, innanzitutto, è contraddittorio perché evidenzia come in Europa ci sia una disoccupazione e che questa è trattata diversamente da Stato a Stato nonostante la “parità di trattamento” che dovrebbe essere uno dei principi fondanti dell’Unione. Per quanto riguarda la disoccupazione, ricordiamo che a dicembre 2018 risultavano disoccupate nell’Europa dei 28 Stati 16.300.000 persone, con un tasso del 6,6%. Da rilevare però che nell’area Euro, quella che in teoria dovrebbe stare meglio perché gode dei “vantaggi” della moneta unica, il tasso è del 7,9%, superiore del 20%

Ma, a parte queste considerazioni, quali sarebbero le conseguenze per l’Italia?

La prima conseguenza sarebbe che – dovendo applicare una “indennità europea” – tutte le tutele che nel corso dei decenni si sono accumulate a favore dei disoccupati, nelle varie forme in cui si manifesta questo spiacevole evento, dovrebbero essere annullate (per costruire qualcosa di nuovo, bisogna fare “tabula rasa”) e, comunque, vi dovrebbe essere un periodo piuttosto lungo di transizione. E, si sa, durante le transizioni, in attesa della futura “magnifica sorte progressiva”, ci si rimette sempre: per informazioni, domandare ai popoli che hanno vissuto sotto i regimi comunisti.

In realtà, in Europa vi sono sistemi diversissimi di tutela della disoccupazione perché varia il periodo di lavoro precedente per cui si ha diritto all’indennità, il periodo di percezione, l’obbligo più o meno stringente di cercare un nuovo lavoro o di seguire corsi di formazione, il livello dell’indennità rispetto alla paga base media, le fonti di finanziamento (contributi dei datori di lavoro e lavoratori, finanziamento statale, sussidiarietà da parte degli Enti locali), e altre clausole. Quindi, prima di stabilire un’”indennità europea”, bisognerebbe armonizzare le legislazioni in materia, cosa che appare – com’è avvenuto in altri settori – del tutto irrealizzabile, almeno in tempi medio-brevi.

Questa indennità dovrebbe poi essere versata ad una specie di Fondo comune europeo dagli Stati membri, e qui sorge il problema per l’Italia: se la contribuzione sarà fatta in base alla popolazione e al mitico “prodotto interno lordo”, parametro contabile utile per tutte le occasioni, come sempre avviene, l’Italia – che è già contribuente netto passivo – dovrà pagare la quota parte delle indennità di disoccupazione dei Paesi più piccoli o più poveri ma con un tasso di disoccupazione rilevante.

Facciamo qualche esempio: vi è la Grecia, innanzitutto; poi la Spagna, la Francia, la Croazia, la Finlandia, il Portogallo, la Svezia, il Belgio e via dicendo.

Potrebbe così avvenire che, se per ipotesi la proposta del PD divenisse realtà, sarebbe innanzitutto cancellata la legislazione italiana molto favorevole per introdurre al suo posto una normativa più rigida (com’è sempre avvenuto con le norme sul diritto sul lavoro, da quella sull’orario di lavoro a quella sul tempo determinato, tanto per citarne due) e per di più il costo finale per i contribuenti italiani sarebbe più elevato perché si dovrebbe pagare anche per gli altri Paesi membri.

E’ evidente come questa sia una proposta del tutto ingannevole la quale vuole puntare psicologicamente su una parola che si presume felice, “europea”, intendendo per tale una cosa perfetta e migliore delle “arretrate” normative nazionali. Si vuole insomma far capire che si potrà usufruire delle condizioni migliori di altri Paesi, ad esempio il Belgio e il Lussemburgo che danno un’indennità pari all’85% del salario medio mentre l’Italia è al 60%. Ma si dimentica che gli ex-Paesi comunisti come Bulgaria, Romania e Ungheria coprono solo il 25%...Vale, anche in questo caso, il vecchio detto “democratico”: per alzare il fondo, bisogna abbassare le cime…

Ma chi sa se qualcuno ha capito la trappola insita in quella proposta, forse neanche chi l’ha diffusa!


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