La recessione non c'è più

Tutti ricordano gli allarmi, quasi disperati, di un paio di mesi fa espressi dalla cosiddetta “grande stampa d’informazione” e da esponenti politici (i cui giudizi sono sempre negativi e catastrofici quando si tratta dell’Italia) quando, a seguito della constatazione di un leggerissimo calo della produzione nazionale, si parlò di “recessione tecnica” intendendo con tale definizione una diminuzione del p.i.l. registrata in due trimestri consecutivi.

Per la verità noi facemmo presente innanzitutto che quella diminuzione si stava realizzando in tutta Europa a cominciare dalla “locomotiva” Germania che stava rallentando in modo assai vistoso, e poi che la diminuzione del p.i.l. in quei termini, quasi impercettibili, indica certamente una mancata crescita ma non incide affatto sulla vita dei cittadini e sulla situazione economica nazionale perché essa resta quella che è.

I dati del 30 aprile dell’ISTAT, tuttavia, smentiscono anche quell’allarme perché il p.i.l. nel 1° trimestre del 2019 è aumentato dello 0,2%. Ma non solo: l’ISTAT ci dice anche che è in crescita l’occupazione che è aumentata di un’eguale misura nello stesso periodo con tendenza al rialzo perché l’indice è migliorato dello 0,3% a marzo rispetto a febbraio. In termini assoluti, si tratta di 60.000 nuovi occupati, il che non è poco: e tra essi sono 44.000 i dipendenti a tempo indeterminato e 14.000 i lavoratori autonomi. Il tasso generale dell’occupazione è del 58,9%, il più elevato dal mese di aprile 2008: questo dato è particolarmente significativo, perché è proprio in quell’anno che è cominciata la crisi economica mondiale.

Da segnalare poi che, sempre secondo i dati ISTAT, tra i nuovi occupati ci sono 69.000 giovani d’età inferiore a 34 anni mentre diminuiscono di 14.000 unità gli ultracinquantenni.

Ma questo, anche se l’ISTAT non lo dice, è il primo effetto dell’introduzione della cosiddetta “quota 100” per il pensionamento dei lavoratori con oltre 62 anni di età: evidentemente, le aziende si stanno preoccupando di sostituire chi ha fatto domanda per andare in pensione e, poiché sono necessarie le dimissioni con relativo preavviso, esse lo sanno prima che l’INPS eroghi la pensione.

A questo proposito ci soccorre un altro dato, quello diramato dal settore “Osservatorio sull’occupazione” dell’OCSE, l’organizzazione europea per lo sviluppo economico, anch’essa diffusa pochi giorni fa. L’analisi è intitolata “Il futuro del lavoro” perché prende in considerazione lo sviluppo dell’automazione e della robotica che provoca indubbiamente eliminazione di posti di lavoro “umani”: per l’Italia, quelli ad alto rischio di automazione sono il 15% di quelli esistenti. Poiché però questa mutazione nella produzione industriale comporta anche la creazione di nuove attività lavorative, è indispensabile prevenire quella situazione facendo in modo che esista da un lato un sistema efficiente – che sia pubblico o privato, nell’ambito degli enti bilaterali tra imprese e sindacati – di “formazione permanente”, indispensabile per addestrare il maggior numero possibile di persone che possano inserirsi in un sistema produttivo in rapido e profondo cambiamento.

Ma non basta: è anche necessario costituire un sistema di servizi pubblici per l’impiego (l’avviamento al lavoro, si diceva un tempo per gli ex-uffici di collocamento) che sia altamente informatizzato e dotato di personale molto qualificato per la individuazione sia delle capacità e conoscenze individuali sia delle richieste da parte delle aziende, al fine di realizzare l’occupazione.

Se non si procede piuttosto rapidamente in questo senso, l’Italia potrebbe essere costretta ad essere maggiormente dipendente dall’estero soprattutto per i beni di consumo con alta e aggiornata tecnologia e anche per le produzioni di base: all’interno, resterebbero i lavori di bassa qualità e quelli servili che però sono occupabili più dagli immigrati che dai cittadini nazionali.

L’OCSE ci dice anche che il lavoro a tempo determinato si è stabilizzato al 15,4% di quello totale.

Si tratta quindi di tutti elementi positivi relativi alla situazione economica e sociale italiana, cui dobbiamo aggiungere un’altra considerazione. Nelle scorse settimane sono stati immessi sul mercato, per i rinnovi di quelli esistenti, oltre dieci miliardi di titoli di Stato: ebbene, le richieste sono state sempre superiori agli ammontari emessi dal Tesoro e – per esempio – il 30 aprile sono stati collocati 2,5 miliardi di Buoni del Tesoro Poliennali scadenti nel 2024 al tasso netto di rendimento dell’1,50%:  

ma le richieste dei risparmiatori, investitori e risparmiatori, erano di 3,81 miliardi.

Segno, questo, di fiducia nel sistema italiano sia produttivo – per i dati suesposti – sia finanziario.

È possibile che questi dati complessivamente positivi derivino anche dalla legislazione attuata dal governo in carica, in particolare per quanto riguarda la riforma del lavoro a tempo determinato (la cui crescita era divenuta patologica), il pensionamento dei lavoratori anziani, la riforma dei centri per l’impiego, il reddito di cittadinanza (con le limitazioni e i vincoli che sono stati apposti che infatti hanno limitato le richieste) e – in genere – la sostanziale stabilità.

Però per proseguire su questa strada è opportuno agire rapidamente sulle altre questioni in sospeso, e in modo concorde, superando tutte le polemiche di tipo elettorale che si stanno sviluppando ogni giorno. Anche perché l’ultimo sondaggio politico del 29 aprile ci dice che le polemiche reciproche indeboliscono entrambi i partiti di governo i quali devono invece approfittare di queste schiarite economiche per renderle durature.


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