Il rating di Ficth censura anche l'Eurozona

Nei giorni scorsi la stampa si è molto occupata della quotazione dei titoli italiani effettuata dall’agenzia americana di “rating” FITCH che le ha assegnato la lettera “BBB”, la prima sotto la A.

Le drammatizzazioni effettuate dalla stampa, in funzioni antigovernative, hanno però dimenticato di dire che non è stata solo l’Italia ad essere giudicata ma anche tutti gli altri Paesi europei.

E l’analisi dettagliata di questi Paesi europei ci dimostra che solo cinque Paesi hanno avuto il punteggio massimo, ossia le tre A, e sono Germania, Lussemburgo (nota area di agevolazioni fiscali), Danimarca, Olanda, Svezia, quasi tutti gravitanti nell’area tedesca. Anche la Francia, che pure nelle scorse settimane ha stipulato un accordo bilaterale politico-economico con la Germania, ne ha avuto solo due, di “A”.

Tutti gli altri Paesi europei sono al disotto, fino ad arrivare al livello più basso che è la Grecia (e non poteva essere altrimenti) con “BB-“.

Ma se facciamo un’altra analisi, ossia prendiamo in considerazione i Paesi che hanno adottato l’Euro, la cosiddetta “Eurozona”, i quali quindi devono sottostare alle stesse regole della Banca Centrale Europea, vedremo che ben 12 Paesi su 19 sono classificati dalla lettera “A” in giù, fino ad arrivare a quella succitata della Grecia. Ricordiamo che la lettera “A” indica una situazione di poco migliore della lettera “BBB” assegnata all’Italia la quale è influenzata principalmente dal debito pubblico più elevato: se fosse minore, anche il nostro Paese sarebbe classificato nel livello superiore.

Comunque, da questa analisi risulta che quei dodici Paesi rappresentano il 44% in termini di popolazione e il 33% in termini di prodotto interno lordo dell’intera Eurozona: il che significa molto semplicemente che partecipare all’Euro non è che faccia crescere le quotazioni dei Paesi che l’hanno adottato!

Questo risultato globale dovrebbe però preoccupare la Commissione Europea, la quale si limita a lanciare allarmi e moniti alla sola Italia, forse perché i risultati elettorali non corrispondono a quelli desiderati dai Commissari: essi non si pongono invece il problema di far crescere l’economia dei Paesi membri con adeguati interventi della Banca Centrale Europea e alleggerimento dei vincoli operativi dei singoli Stati.

Fra l’altro, se si facesse un confronto internazionale vedremo che anche Paesi abbastanza sviluppati economicamente hanno la stessa quotazione dell’Italia: citiamo l’India, la Russia, l’Indonesia, il Messico e il Giappone, che sta ai limiti (lettera “A”).

Peraltro, la questione del debito pubblico non è poi così allarmante per l’Italia come viene dipinta, poiché gli stessi analisti di FITCH rilevano che la durata media dei titoli pubblici italiani è di 6 anni e 9 mesi: il che consente di rallentare il ritmo delle emissioni di rinnovo. Questo è un effetto dell’accorta politica del Ministero dell’Economia che nel passato ha cercato di emettere un maggior numero di titoli a lunga scadenza, 10-15-20 anni: è evidente che la loro collocazione, sempre realizzatasi senza problemi, è un segnale di fiducia nella tenuta dell’economia nazionale e nella capacità di rimborsare il debito.

Questo processo è stato accelerato approfittando anche del progressivo calo degli interessi passivi, cosicché attualmente l’interesse medio pagato sulle nuove emissioni di titoli è solo dell’1,4%.

Insomma, non è affatto vero che l’economia italiana stia andando male, come viene ripetuto da sedicenti economisti, da giornalisti improvvisati e da uccelli del malaugurio. Anche il calo della crescita del prodotto interno lordo significa, nel caso (molto ipotetico) di un calo dello 0,50% come qualcuno ha scritto, una diminuzione di 8 miliardi di euro in un anno: ossia, 135 euro a cittadino….

Occorre avere fiducia nella nostra Patria, e sulla sua capacità di rinascere sempre e di superare i momenti più difficili. 


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