Sempre più basse le retribuzioni italiane

Se c’è un “termometro” abbastanza preciso che misura la “temperatura” dei cittadini e lavoratori italiani quello è l’ISTAT: l’Istituto Nazionale di Statistica, fondato dal Fascismo nel 1926, il quale cerca di dare – nei limiti dei suoi strumenti operativi e della raccolta dei dati – la situazione in cui si trovano a vivere in Italia i lavoratori e i pensionati.      

Martedì scorso ha reso nota una sua indagine sulle retribuzioni da cui risulta che, negli anni dal 2014 al 2016 (e, aggiungiamo, senza modifiche per il 2017), ossia gli anni del governo del “Partito Democratico”, le retribuzioni medie italiani sono diminuite dall’importo di 14,01 euro all’ora a 13,97. Il calcolo è stato fatto dividendo la retribuzione complessiva annua per le ore effettivamente lavorate.

Ma questo è un dato medio: l’analisi ulteriore dimostra che il 50% dei lavoratori percepisce 11,21 euro l’ora mentre il decimo più sfavorito si ferma a 8 euro/ora.

Insomma, ancora una volta è confermata la poesia di Trilussa: chi mangia due polli e chi nessuno, ma la media è di uno a testa…

Questi dati confermano ancora una volta quello che da tempo andiamo scrivendo, ossia che l’austerità imposta dal rigido monetarismo dell’Unione Europea sta impoverendo i lavoratori di tutti i Paesi membri, in particolare di quelli che adottano la moneta unica “Euro”.

Il dato di cui sopra ha però un’altra spiegazione che anch’essa richiama le responsabilità del sistema economico di restrizioni attuato negli ultimi anni.

I datori di lavoro in realtà non hanno nessuna colpa per questa riduzione delle retribuzioni. Il fatto è che essi stabiliscono un plafond massimo di esborso per le retribuzioni in occasione dei rinnovi contrattuali: poiché però in Italia le condizioni dello “stato sociale” sono sempre più critiche, è stato necessario istituire con i contratti collettivi di lavoro forme integrative di assistenza a favore dei lavoratori.

Sono nati così i fondi pensione negoziali, alimentati da un contributo del datore di lavoro, del lavoratore e con il conferimento forzoso della quota annuale del trattamento di fine rapporto (la vecchia liquidazione) per provvedere ad una pensione integrativa a quella che sarà corrisposta dall’INPS; si stanno estendendo le assicurazioni collettive aziendali per le malattie istituendo l’assistenza sanitaria presso strutture private o rimborsando le spese per medicinali, cure odontoiatriche, riabilitazioni; si costituiscono “fondi bilaterali” per effettuare corsi di aggiornamento professionale e integrare le indennità di disoccupazione,  ed altro ancora.

Evidentemente, i costi di queste tutele sono tolti dai possibili aumenti delle retribuzioni, ma i lavoratori sono soddisfatti perché si sentono maggiormente tutelati nelle loro necessità o aspettative.

In altri termini, le deficienze dello Stato che non può più adempiere nel modo dovuto – per i vincoli europei e monetaristici – agli impegni sociali suoi propri (pensioni, malattia, disoccupazione, innanzitutto) sono a carico di coloro che ne dovrebbero fruire, ossia i lavoratori dipendenti, come una specie di tassa occulta. Il risultato è che le retribuzioni non crescono, comportando però minori consumi e ristrettezze economiche alle famiglie. Anche questa è una causa della mancata crescita economica nazionale.


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