A proposito di debito pubblico e spread

Ogni anno, al momento delle deliberazioni del Governo sul bilancio dello Stato, riemergono gli allarmi e i dibattiti sul debito pubblico e il cosiddetto “spread”, ovvero la differenza tra il tasso d’interesse dei titoli tedeschi presi come punto di riferimento e quelli italiani.

A questo proposito, sono necessarie alcune riflessioni:

 

  • I titoli di Stato, BOT a scadenza breve e titoli pluriennali, sono emessi e offerti in vendita al tasso di mercato di quel momento. L’acquirente ha il diritto di percepire quell’interesse, che non può certamente variare giorno per giorno o addirittura ora per ora, come avviene in Borsa. Cosa rappresenta allora quell’indice sul quale si alimentano tante speculazioni politiche e finanziarie? Rappresenta lo sconto sul valore nominale che, in caso di rialzo rispetto al tasso d’emissione, il titolare del titolo in vendita chiede all’acquirente. Questo fatto riguarda però solo i grandi possessori dei titoli - in genere banche, assicurazioni, fondi d’investimento – che li acquistano in massa per rivenderli al dettaglio: i piccoli risparmiatori, i cosiddetti “cassettisti”, che li hanno acquistati aspettando la scadenza per riscuotere l’interesse, non hanno – tranne quelli che li vogliono vendere subito per necessità – di queste preoccupazioni. Ciò spiega l’attenzione che la stampa, posseduta o influenzata da quei centri finanziari, dedica alla questione;

 

  • In ogni caso, l’aumento dello “spread” anche elevato non influisce sul complesso del debito pubblico perché esso, per effetto di un’accorta politica seguita dai ministri del tesoro, tende ad allungare le scadenze a 10 – 15 anni. Quindi, l’aumento del costo degli interessi da corrispondere agli acquirenti dei titoli, incide solo su quelli scadenti e rinnovati ogni anno che ammontano a 4 – 500 miliardi. Un’eventuale 2 % in più rispetto al tasso precedente significa 8 – 10 miliardi: cifra certamente ingente, ma assorbibile dal bilancio di uno Stato che, come l’Italia, ha un bilancio di 800 miliardi annui. E poi, basta aumentare leggermente l’ammontare dei titoli emessi per recuperare anche quella cifra, sperando che nel futuro la situazione cambi.

 

 

  • Da quanto sopra esposto se ne deduce che, poiché la maggior parte dei titoli sono acquistati dai cosiddetti “investitori istituzionali”, ossia le società finanziarie sopra indicate, essi hanno interesse (è il caso di dirlo!) a far diffondere notizie allarmistiche al limite del terrorismo psicologico per lucrare sia sul mercato secondario in Borsa o nelle banche, sia nell’acquisizione diretta da parte dello Stato.

 

  • Infine, non bisogna dimenticare le manovre speculative che un Paese, o una grande Banca, possano attuare in modo massiccio per indebolire politicamente un Paese e la sua economia, imponendogli il rialzo dei tassi d’interesse sulle emissioni future.

 

Ci sarebbero poi da fare delle considerazioni sul debito pubblico italiano e, a questo proposito, nel corso dei vari dibattiti televisivi di questi giorni, qualcuno ha osservato: ma se l’Eurozona ha una moneta comune e una banca centrale che emette moneta, non dovrebbe essere questa ad emettere titoli europei garantiti dal complesso delle economie dei Paesi europei e poi distribuire il ricavato ai vari Paesi che hanno adottato l’Euro? Così si sfuggirebbe al meccanismo perverso dello “spread” che mette in concorrenza tra loro i Paesi membri: era questa la proposta degli “eurobond” formulata a suo tempo dal ministro Giulio Tremonti.

Altro quesito: se il Trattato di Maastricht indicava il tetto massimo del debito pubblico al 60% del p.i.l., non sarebbe stato anche giusto che la somma di questi debiti pubblici, vista al momento dell’entrata in vigore dell’euro, se la fosse accollata la Banca Centrale Europea come un’eredità passiva rispetto a quella attiva dell’emissione della moneta e delle riserve auree?

 

Tutti interrogativi legittimi, che tuttavia la cosiddetta “grande stampa d’informazione” (che poi sta diventando sempre più piccola perdendo decine di migliaia di copie vendute…) evita accuratamente di approfondire.

 


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