Accanimento terapeutico: di cosa si tratta? [2]

La Dichiarazione sul L’eutanasia, della Congregazione per la Dottrina della Fede, n. 4, ricava quattro criteri-guida essenziali:

” 1- in mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se ancora allo stadio sperimentale e non esenti da qualche rischio;

2- è anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludo le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tenere conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti;

3- è sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può quindi imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto sia già in buon uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o troppo oneroso;

4- nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi.”

Abbraccio la classificazione proposta da R. Lucas Lucas, L. C., che definisce l’accanimento terapeutico sotto il profilo di un atteggiamento la cui applicazione inutile, penosa e sproporzionata (rapporto rischio/beneficio). Come l’eutanasia, anche l’accanimento terapeutico, si rivolge all’ossessione di onnipotenza che spesso appare nell’ambito sanitario quando si dimentica che l’agire umano è intrinsecamente morale proprio in quanto atto umano, di cui egli è autore secondo volontà, libertà, coscienza e quindi responsabilità, a differenza degli atti dell’uomo che avvengono sciolti dalla scelta (come respirare, digerire, ecc..) e soprattutto che tale agire umano nell’ambito medico si attua non sulla carne ma sulla persona nella sua totalità, coscienza che esclude categoricamente ogni giustificazione all’omicidio, all’aiuto al suicidio e all’ostinazione macchinosa, forzata, dell’accanimento (sulla cui applicazione verrebbe da domandarsi il fine vero perseguito, come nelle altre due situazioni nominate). Accanimento allora si configura come un tipo di azione assolutamente sproporzionata in quanto non reca giovamento al paziente e i benefici possibili, effettivi o sperati, non giustificano il dolore, la sofferenza, il male che con quell’agire viene procurato al paziente. Si tratta quindi di domandarsi: che cosa, io medico, sto facendo al paziente? L’oggetto del mio agire libero qual è? Il fine del mio agire libero in cosa consiste e dov’è orientata la mia intenzionalità? Al medico non viene richiesto di dare un giudizio di valore sulla vita di chi è affidato al suo intervento, anche perché l’unico potere che gli spetta è quello di riconoscere (e non attribuire) dignità alla persona qualunque sia condizione da cui è segnata la sua esistenza, ma gli si chiede un giudizio di valore sulla sua azione terapeutica proprio perché, sapendo la grandezza di quella dignità che l’essere umano incarna sente forte il bisogno di chiedersi se sia corretto continuare, iniziare o interrompere una terapia per rispettare la dignità di quell’uomo. Non è un passaggio semplice, ma è molto importate coglierlo e rifletterci perché spesso si scivola, in alcuni casi, dall’accanimento all’eutanasia passiva: quando un medico evita l’accanimento non sta compiendo eutanasia passiva se non ha come fine del suo agire quello di procurare intenzionalmente la morte, se uccidere il malato non è ciò che vuole fare, che invece consiste nel desistere da atti fautori di ulteriori, nuove sofferenze per il malato. Egli accetta piuttosto la condizione umana.

I termini del ragionamento etico sono ciascuno essenziale e preciso, si rende indispensabile farli propri analizzandoli, interiorizzandoli, quando si argomenta su casi di fine vita tenendo anche bene a mente che non è l’agire libero a rendere la dignità umana, e su questo concludo con un esempio molto chiaro di P. Miranda:

“Immaginiamo di essere in un tribunale, dove vengono portati due uomini colti in flagrante mentre abusavano di due donne. Chiediamo di testimoniare a uno di loro e ci rendiamo subito conto che non capisce niente e lo psichiatra ci spiega che c’è un margine di libertà ridottissimo, ha compiuto un atto praticamente involontario, portato dagli impulsi e dalle passioni, senza vera e propria libertà. L’altro invece ammette di averlo fatto volontariamente: ‘io sapevo cos’era, lo volevo fare e così l’ho fatto liberamente con piena autodeterminazione’. Chi dei due ha agito peggio, moralmente? Il primo che non sapeva esattamente cosa stava facendo e aveva un margine ridottissimo di libertà o il secondo che aveva fatto tutto in totale consapevolezza? Evidentemente il secondo. Più liberamente ha agito, più volontariamente l’ha fatto, peggio ha fatto, non meglio! Io dovrei sostenere che egli ha agito meglio, invece, se fossi dell’idea -come molti sostengono in caso di eutanasia- che è la libertà a rendere il nostro agire degno! Il fatto di agire liberamente mi rende responsabile di ciò che faccio, ma non rende l’atto buono o cattivo. L’atto buono o cattivo è reso dal fine e dall’oggetto (mezzo) dell’azione: quando l’oggetto è indegno, immorale, più liberamente agisco in conformità a quel mezzo, peggio agisco”.

Mi piace l’idea di Cicely Saunders, fondatrice degli Hospice e grande promotrice della cura palliativa, di passare da un’ottica della frammentazione all’approccio globale, dove il caso clinico si trasforma, agli occhi altrui, in ciò che è: un microcosmo di bellezza fino alla fine della sua vita, bene indisponibile. Io non ho una vita separata da me stesso, se qualcuno attenta alla mia vita non mi priva di un oggetto rotto, egli mi spegne, mortifica, annientaQuando un malato, disabile, depresso, ecc.. assiste alla reazione di un uomo, estraneo o familiare che sia, il quale prova sollievo nel procurare lui la morte o nella pianificazione assistenziale al suicidio, qualunque sia il tipo di sofferenza a monte di tutto ciò, che cosa sta dicendo a quella persona? Dobbiamo ricordarci cosa significa dare risposte d’amore a chi è esausto e ci aspetta.

 


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