Dalla società terapeutica alla pedagogia

È una società fondata sulla malattia, la nostra: malattia fisica, psicologica e perfino spirituale. Se non fossimo infatti tutti dei “malati” non potremmo mai accettare di vivere in questo caotico inferno. Inoltre, all’uomo vengono proposte terapie che nascono dallo stesso terreno che ha nutrito la pianta malata, terapie che diabolicamente hanno lo scopo di sopire gli esigui rigurgiti dell’anima spirituale contro una vita che non le concede asilo. Proprio qui si annida il cuore del problema che tuttavia è assai arduo da far digerire. Uno sguardo superficiale cercherà e accetterà solo soluzioni che lasciano intaccato il male profondo. Così, allora, ogni attività può divenire “terapeutica”, vedendo però corrotta la sua intima natura.

Nel secolo scorso si è dovuto assistere perfino al sorgere e al diffondersi dell’arteterapia, caso emblematico di questa deriva. Essa, capace di assumere tanti volti quanti sono le arti dell’uomo, purtroppo però non soltanto non arriva a curare – poiché si dà vera cura nella misura in cui ci si incammina verso la Verità che porta alla liberazione interiore – ma poggia su di una totale deformazione dei princìpi costitutivi dell’Arte. Si è voluto far credere che qualunque espressione dei vissuti, pensieri e sentimenti interiori che dormono nel regno dell’inconsapevole, possano essere qualificati come arte. Si è anche propagandato che l’espressione artistica sia un fatto immediato, istintivo, che scavalca la mediazione dell’intelletto, che tanto danno evidentemente causa alle nostre vite. Al contrario, non dalle sordide paludi della psiche inferiore, ma dalle celesti e talvolta impetuose correnti dello Spirito, ha origine l’Arte. Non dalle fantasie egoiche, ma dalle impersonali immagini dei regni sopra-umani. È poi tra due intelletti che è possibile la vera comunicazione, che meglio ha da nominarsi, espressione. Intuitiva, ma non spontanea, sintetica, ma non semplicistica. Insomma è ciò che sta “in alto” che guida ciò che sta “in basso”. Quello che è accaduto è pertanto un vero e proprio capovolgimento nell’ordine delle cose che ha infettato non soltanto certi ambienti culturali, ma l’intera struttura sociale.

Per onestà e compiutezza bisogna ammettere che la stessa arte, nel ‘900, aveva già manifestato questa pericolosa inversione, mandando al macero tutti i canoni e i Princìpi di Armonia, Bellezza e Verità, immergendosi sempre più nelle acque del sentimentalismo, o al contrario barricandosi in un’autoreferenzialità cervellotica. Lei, che dovrebbe elevare l’anima, tanto dei dotti che dei “popolani”, si è fatta prima complice dell’imbarbarimento collettivo. Lei, quaggiù libera, perché ancella di un unico Padre Celeste, si è ritrovata ad essere schiava dello spirito di questo mondo, legandosi con catene di acciaio agli oscuri signori del potere terreno. Ci stupiamo dunque che essa abbia così pedissequamente rilanciato la narrazione ufficiale in tutti questi mesi? Niente affatto! Ma così facendo non si è accorta – e come avrebbe potuto se dell’intelletto si è da tempo sbarazzata – di essere diventata per i suoi padroni, ormai perfino inutile. “Senza arte si può vivere”, è come se dicessero, e in realtà senza verta Arte già vivevamo, ma nessuno sembrava farci caso.

Se dunque dagli artisti non giunge una parola che risvegli le coscienze, un’immagine che sostituisca l’opaca rappresentazione di questa illusione di vita, molto poco giunge anche dagli “intellettuali”, troppo occupati dal loro narcisismo e dalla “sicurezza” di una sterile erudizione. Nella stasi dell’anima, che cresce e si solidifica in questa dittatura nascente, non resterebbero allora che i “semplici”, ma proprio qui si completa il desolante quadro. In alcuni rari casi – ma le eccezioni non contano, per l’appunto – qualche mattoncino di buon senso è rimasto, ma certo non a sufficienza per fare una casa. Nessun popolo a fondamento della costituzione sociale, ma solamente una massa incapace di sintesi e lungimiranza.

Nell’universo, così come nell’uomo, sono inscritte le leggi ontologiche che ne conservano e regolano l’esistenza. Secondo tali Princìpi andrebbero costituiti anche gli ordinamenti civili, poiché Cosmo, Persona e Società devono armonizzarsi il più possibile fra di loro. Quando però l’uomo se ne discosta, sino a rivoltarsi contro di loro, come sta avvenendo nell’accelerazione moderna, i danni si fanno incalcolabili. Non solamente i singoli vengono de-formati in maniera diretta attraverso l’educazione e l’istruzione, ma anche in maniera indiretta dalla società stessa. E più il singolo si sviluppa deforme, più esso contribuisce a deformare la società in cui vive. Quest’ultima, e tutte le “terapie” che essa ha generato, sono il male e non la cura. I “semplici” in verità non esistono più, esistono soltanto nella fantasia di qualche mente troppo ingenua. Esistono al contrario anime storpie e abbruttite che non sanno nemmeno di esserlo. Schiacciate da bisogni falsi e indotti, e tutt'al più infantili custodi di buoni sentimenti. E tutti, proprio tutti, dobbiamo avvertirci responsabili di ciò!

Bisogna allora svuotare e ripulire l’otre dell’anima perché accolga il vino buono, e così riposizionare il timone per veleggiare sulla giusta rotta. Non le terapie psicologiche che addomesticano le nevrosi all’immagine del buon cittadino, ma la vera Pedagogia, che è alfine, iniziazione. Non le cure che illudono di poter trovar pace e senso all’interno di queste consuetudini e ordinamenti, ma quelle parole che si fanno segnali di un’altra vita, di un altro mondo, dove solo può crescere rigogliosa la pianta Uomo. Pedagogia è accompagnare a varcare la soglia, arte dei Maestri, che di luce son fatti, e luce infondono. Ve ne sono ancora? Noi crediamo di sì, e dall’alto, di nuovi ne saranno suscitati. Ma un’ultima e più terribile domanda attende risposta: vi è ancora qualcuno disponibile a lasciarsi ammaestrare?


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