APPROFONDIMENTI: Nel (co)gnome del padre

Il diavolo si nasconde nei dettagli. In piena emergenza virale, in mezzo al tracollo economico e alla nascita del governo delle meraviglie, è sfuggita ai più l’ordinanza n. 18 della Corte Costituzionale, che, in risposta a un quesito sollevato dal tribunale di Bolzano, ha ritenuto che non sia più adeguata ai tempi la norma secondo cui ai figli riconosciuti da entrambi i genitori è imposto il cognome del padre. Per la Consulta, ciò perpetuerebbe “una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna”. In termini giuridici, l’oggetto del contendere è la validità dell’articolo 262 del codice civile, nel caso di mancato accordo sull’attribuzione del cognome tra i genitori 1 e 2, nell’evo antico padre e madre.

Nelle motivazioni della sentenza, i custodi (di quel che resta) della costituzione italiana affermano che l’attribuzione ai figli del cognome paterno è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia”. Sappiamo poco di diritto, ma ci sembra che non si tratti di concezione patriarcale, ma piuttosto patrilineare. La distinzione non è di poco conto, a livello di antropologia sociale e culturale. Non ci azzardiamo a esprimere valutazioni sulle modalità giuridiche di salvaguardia dell’unità familiare espresse dai giudici, i quali avvertono che essa è garantita solo dall’eguaglianza dei genitori. Nei casi di assenza di accordo, non può valere "la prevalenza del cognome paterno, la cui incompatibilità con il valore fondamentale dell’uguaglianza [è] da tempo riconosciuta dalla giurisprudenza di questa Corte.” La Consulta invoca un sollecito intervento del legislatore, in armonia con il disposto degli articoli 2, 3 e 117 della Costituzione.

La nostra convinzione è che il principio dell’attribuzione ai figli del cognome paterno salterà presto: la cultura dominante della cancellazione non ammette deroghe e la distruzione della trasmissione patrilineare (o eteropatriarcale, come preferiscono dire femministe e progressisti) – del cognome dei figli - un sinonimo tramontato era “patronimico” - è uno degli obiettivi più importanti. In realtà l’articolo 262, nella sua formulazione vigente, ha già affievolito il principio di trasmissione per linea paterna introducendo la regola dell’accordo tra i genitori, ma la forza delle tradizioni fa sì che i nuovi nati portino quasi sempre, se riconosciuti dal padre, il suo cognome.

Non ci impanchiamo in disquisizioni giuridiche, ma non possiamo tacere alcune implicazioni di quanto inevitabilmente accadrà.   Di passaggio, affermiamo che uno Stato non può disinteressarsi di questioni dirimenti come la trasmissione del cognome dei suoi cittadini per i motivi che esporremo, lasciando che esso sia regolato dall’accordo tra le parti. E’ la concezione liberale della vita, contrattuale, indifferente a qualunque principio etico, spirituale o civile che ecceda l’interesse individuale e quello economico. 

Come spiega efficacemente Alain De Benost, esiste “un ’ideologia implicita che risulta dalla presenza di valori ammessi e considerati di per sé evidenti dalla maggioranza degli associati. Questo apparato civile ingloba la cultura, le idee, i costumi, le tradizioni, il cosiddetto buon senso.” Il potere trasforma le idee generali nello spirito dei tempi attraverso la cultura, “luogo del controllo e della specificazione dei valori e delle idee.” Non vi è alcun dubbio che l’idea-guida dell’Occidente terminale sia l’uguaglianza, declinata in termini di equivalenza, indifferenziazione e rifiuto di ogni diversa gerarchia di principi.    

Se questo è vero, poco potrà qualsiasi considerazione culturale, antropologica e giuridica che contraddica il principio guida, divenuto unico e inderogabile. Nel caso specifico, l’uguaglianza dei sessi è intesa sempre più come aggressiva spoliazione delle prerogative e dell’universo mentale e metaculturale dell’esemplare maschio della specie umana. Descritto come violento, stupratore seriale, dittatore millenario, l’uomo è decostruito in tutte le sue identità ed espropriato di quella alla quale più teneva, la funzione di paterfamilias. L’abolizione del padre è una delle caratteristiche più drammatiche della società terminale nella quale siamo immersi.

Il padre era la legge, la guida, il modello, la protezione e l’anello principale della catena di trasmissione della comunità. Distruggere la sua figura, destituire la sua autorità, è stato l’esercizio più riuscito della rivoluzione culturale dell’ultimo mezzo secolo. L’ultimo passo è negare ai figli il cognome del padre, una sconfitta antropologica che provocherà nuova deresponsabilizzazione dell’uomo. Citiamo ancora De Benoist: “l'uomo nasce come erede, di un popolo, di una stirpe, di una cultura. La sua identità personale è indissociabile dalla sua identità collettiva, ed è precisamente questa parte fondamentale della sua identità che lo ricollega a coloro con cui condivide qualcosa, ma ugualmente a coloro che l'hanno preceduto e a tutti coloro che lo seguiranno, che è implicitamente negata da tutte le dottrine universaliste, e segnatamente dall’ideologia dei diritti dell'uomo, la cui caratteristica essenziale è di ragionare partendo da una concezione astratta dell'individuo, senza mai tenere conto delle sue appartenenze naturali e concrete.”

Il cognome che porto mi connette a mio padre e a coloro che l’hanno preceduto, mi situa all’interno di una storia, è un elemento inderogabile della mia identità. Lo sapevano le civiltà religiose, per le quali attribuire il nome era prerogativa divina che attribuiva alle cose un alito di vita e un significato trascendente. Fino a poco tempo, era un orgoglio trasmettere qualcosa di sé oltre i beni materiali. I principi comunitari, i nomi di battesimo (ci si può ancora esprimere così?) si ripetevano tra le generazioni delle famiglie, e soprattutto importava il cognome, segno di continuità della propria gente, l’arco che si tendeva verso l’infinito.

Ma chi rinuncia all’eredità, abbandona anche il lascito nei confronti delle generazioni successive, delle quali all’uomo occidentale contemporaneo non importa nulla. Che cosa hanno fatto per me i posteri, si chiedeva un umorista della finezza di Groucho Marx? Tagliati i fili culturali, sentimentali e simbolici, non resta che l’esistenza biologica, il transito casuale nella vita. Il cognome, per l’uomo di oggi, richiama il passato, quindi non interessa, se non come banale strumento di identificazione, che può essere sostituito da un codice a barre, dal QR, da un numero di serie, o cambiato perché ininfluente, privo di valore.  Ecco quel che vogliono essere l’uomo e la donna di oggi, prodotti seriali che ciascuno provvederà a individualizzare a suo insindacabile giudizio.

Di qui l’enorme successo di pratiche di soggettivazione – imposte dalla moda- come i tatuaggi e il desiderio intenso di creare se stessi, a partire dal nome. Ne sono prova il successo dei nickname delle reti sociali, ma anche la sempre più comune volontà di scegliere il proprio nome, considerato un’imposizione di chi è venuto prima di noi e ci ha messi al mondo. Il cognome – che è aspetto ben più importante – non poteva sfuggire all’attacco convergente dell’universalizzazione dell’uguaglianza e dell’individualismo assoluto.

Ci è capitato di discutere con persone in buona fede – questo è il dato più sconcertante – che non intendevano battezzare i figli non per ateismo, ma, a loro dire, per permettere loro una scelta consapevole da adulti. Recidevano cioè consapevolmente una radice, quella dell’identità spirituale.  Nel caso dei cognomi finirà allo stesso modo. La scelta iniziale spetterà ai genitori 1 e 2, eventualmente anche 3 e 4: tutto è possibile nella procreazione zootecnica e per l’abolizione programmatica delle figure paterna e materna. Poi, in nome dell’uguaglianza e della libera scelta potrà essere modificata dalla volontà personale. E’ una conseguenza logica dell’uguaglianza-equivalenza e del soggettivismo come uniche bussole esistenziali. Il primo cambiamento starà nella volontà dei genitori: quel cognome è brutto, quell’altro è “migliore”, magari perché richiama un personaggio influente o famoso. Alla maggiore età, decideremo se mantenere o cambiare nome e cognome, esattamente come ci sarà permesso indicare il nostro “genere”, in base non alla biologia, ma al sentimento soggettivo e cangiante.

La volontà inflessibile del mondo liquido è tagliare ogni sorgente di trasmissione e continuità, di cui il cognome è un elemento centrale. Basteranno tre generazioni perché nello stesso ramo familiare ci siano tre cognomi diversi. Per questo, lungi dal credere nel valore dell’accordo privato tra i genitori, preferiamo senz’altro che vinca la femminilizzazione della società occidentale e prescriva la trasmissione matrilineare del cognome. Pur nel rovesciamento di millenni di storia, salveremmo la continuità e la comunità, di cui il nome di famiglia trasmesso alle generazioni è un elemento identificativo assai potente.

Pazienza se i poemi omerici, testi fondanti della nostra civiltà, dovranno essere aggiornati e Telemaco- figlio di Ulisse – non potrà più dire che il suo massimo desiderio è il ritorno del padre. Meglio la tela di Penelope dei Proci di ogni tempo. Anche Ettore, il padre per antonomasia, il guerriero protettore del suo popolo che abbraccia la moglie Andromaca prima del combattimento fatale e leva il figlioletto sopra la sua testa chiedendo agli dei che diventi più forte di lui, dovrà essere cancellato. Sia Andromaca il modello, ma per favore, permanga la continuità, il passato che si fa presente e scommette sul futuro.

La nostra è una civilizzazione morente che tutto distrugge poiché a nulla dà valore. Sappiamo bene che le presenti riflessioni risulteranno illeggibili e ridicole ai sostenitori dello “spirito dei tempi”, per cui ci convinciamo sempre più della necessità di “cavalcare la tigre”, ovvero di lavorare affinché la civilizzazione morente chiuda in fretta la sua penosa parabola. Scrive Jean François Brient “il mio ottimismo si basa sulla certezza che questa civiltà fondata sul nulla sta per crollare. Il mio pessimismo su tutto quello che fa per trascinarci nel suo vortice”. Occorre restare in piedi tra le rovine e tenere la posizione: sepolto – forse insepolto- l’Occidente, qualcun altro ritesserà il filo della civiltà.

A questo fine, partendo dalla questione non certo irrilevante della trasmissione del cognome, occorre una riflessione sulla particolare idea di uguaglianza elaborata dalla nostra civiltà. Il paradosso dell’egualitarismo contemporaneo è che si converte nel suo contrario, l’autoriconoscimento di diversità da parte di minoranze che si considerano differenti nel modello di sessualità, nelle capacità e caratteristiche fisiche o in altri aspetti e per questo pretendono privilegi, ovvero il contrario dell’uguaglianza davanti alla legge, l’isonomia greca. Per un altro verso, l’uguaglianza si trasforma in ossessione dell’equivalenza, il divieto di giudicare, paragonare, perfino riconoscere e dare un nome a ciò che si vediamo con i nostri occhi. L'egualitarismo contraddice qualsiasi esperienza di vita quotidiana, eppure è diventata la passione principale, se non unica, nella fase estrema della civiltà occidentale.

Lo capì per primo Tocqueville ne La democrazia in America.  I fatti gli danno ragione da un secolo e mezzo, il presente sta portando a compimento i processi metastorici immaginati dal conte normanno. Per questo, non ci illudiamo che la tendenza possa essere ribaltata: non resta che sperare nella conclusione del ciclo e nell’inizio di un altro. Per Tocqueville, l’esito dell’uguaglianza è la tirannia della maggioranza, a cui è estirpato progressivamente il pensiero. "Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. “

L’analisi si focalizza sul concetto di passione per l’uguaglianza. Tocqueville vede nell’uomo egalitario un inestinguibile desiderio di uniformità che si trasforma nella volontà che nessuno sia o abbia più di lui. L’uguaglianza diventa conformismo e massificazione. In più, accanto alla passione per l’eguaglianza sussiste la “passione per il possesso”, l’egomania dell’avere che non si soddisfa mai. Di qui la straordinaria contraddizione tra un’uguaglianza assoluta, assunta come dogma senza tempo e senza eccezione, accompagnata a una disuguaglianza di mezzi economici mai sperimentata prima, che non viene percepita nella sua intollerabile ingiustizia. 

Per Tocqueville, l’uguaglianza suscita nello spirito umano diverse idee che senza di essa non sarebbero esistite, e modifica tut­te quelle che già possedeva. Una è l'idea della perfettibilità umana, base del sentimento positivo, indiscutibile del “progresso”. Della triade nata dalla Rivoluzione Francese, messa in soffitta la fraternità, resta sul trono l’uguaglianza, per la quale gli uomini sviluppano “una passione ardente, insaziabile, eterna, invincibile”. Gli uomini vogliono l'uguaglianza nella libertà ma “se non possono otte­nerla, la vogliono anche nella schiavitù. Sopporteranno la povertà, l'asservimento, la barbarie, ma non sopporteranno l'aristocrazia.” Questo è vero in tutti i tempi, ma soprattutto nel nostro. Tutti gli uomini che vorranno lottare contro questa forza irresistibile saranno travolti e distrutti, è la conclusione di Tocqueville.

All’uguaglianza gli uomini d’oggi sacrificano non solo la libertà- che è differenza- ma anche la verità, negando ciò che vedono. Uomo e donna hanno pari dignità, ma non sono uguali. Le loro differenze non sono un errore della creazione, bensì un fatto che risponde alle leggi della biologia.  Ma queste sono parole inutili: la contemporaneità occidentale ha deciso consapevolmente di sfidare la natura e di tagliare ogni legame con la verità e la continuità. Il nome e il cognome non possono fare eccezione alla regola dell’uguaglianza e della scelta individuale revocabile, totem della grande cancellazione.

La trasmissione si è interrotta, il padre è il nemico, neanche la madre se la passa troppo bene. I profeti del nulla sono riusciti a farci credere che siamo atomi senza ieri e senza domani. Loro sanno che chiamarsi Giovanni Rossi significa “essere” Giovanni Rossi e non un altro, e voler trasmettere qualcosa di sé. In nome dell’uguaglianza, oggi travolgono il padre, domani distruggeranno la madre, ridotti a numeri, genitore 1 e 2. In nome dell’uguaglianza e dell’equivalenza, nulla ha valore. Il transito verso il nulla avanza anche sulle ali delle sentenze e delle eleganti costruzioni giuridiche. Per tutto esiste una giustificazione ammantata di legalità e giustizia. Il cognome del padre è nemico dell’uguaglianza; il sesso è genere; il genere è una costruzione della società eteropatriarcale che ha imposto la maternità e via farneticando.

Doctores tiene la iglesia, dottori ha il potere per legittimare l’ingiustificabile. Nulla è definitivo: dopo la notte tornerà il giorno. Ma noi non ci saremo, cantavano i Nomadi: “il vento d'estate che viene dal mare intonerà un canto fra mille rovine, fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà, fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo, ma noi non ci saremo. “


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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