Le radici dell’aridità ecumenica del globalismo sanitario

Tra il 1956-57 il filosofo Eric Voegelin pubblicò i primi tre volumi di Order and History. Il quarto, uscì nel 1974 completando l’opus magnum dell’Autore sulle forme fondamentali dell’organizzazione politica.

I decenni che ci distanziano dall’impianto storico-filosofico voegeliniano non debbono trarre in inganno: quelle pagine sono pronte a sostenere la lettura di ciò che accade intorno a noi. Oggi più di ieri.

Partiamo dunque dal titolo dell’ultimo volume: The Ecumenic Age: scelta non casuale visto che il tipo di società analizzata era l’impero ecumenico che si espandeva da un’unità culturale ed etnica relativamente piccola, a un centro di potere mirante a controllare il mondo conosciuto, l’ecumène, appunto. L’analisi muoveva dalle civiltà imperiali dell’antico Medio Oriente che segnarono il passaggio dall’ordine persiano a quello romano: l’apertura di una vastità “ecumenica” che aprì ad un’epoca di profonde turbolenze spirituali e crisi di identità.

Come sempre accade quando le identità specifiche vengono diluite in un contenitore globale, infatti, il risultato è la frammentazione dell’esperienza umana dell’ordine e della storia. Un esempio su tutti, quello che Polibio rappresenta nella scena di Scipione: mentre il grande condottiero contempla le rovine di Cartagine non è pervaso dall’orgoglio della vittoria. Al contrario, inizia a piangere. Perché? Perché lo stesso destino di Cartagine attende Roma.

Lo stesso sarebbe dovuto accadere molti secoli dopo davanti altre macerie: quelle del muro di Berlino nel 1989. Non fu così: per giorni i berlinesi suonarono i clacson delle auto, ballarono in camicia da notte per strada, baciarono e abbracciarono i vicini sconosciuti, si arrampicarono sugli alberi, affollarono senza biglietto le metropolitane e i supermercati alla ricerca di Marlboro e banane.

Di fatto l’uomo occidentale era già mutato antropologicamente: piuttosto che rendersi conto ‒ come Scipione ‒ di quanto stesse per accadere, si lanciò nelle braccia del consumismo come testimoniarono le file di russi, nel gennaio 1990, all’apertura del primo ‘Mac Donald’ di Mosca.

Il mondo uscito dalla Guerra Fredda si era iniziato a muovere inconsapevolmente verso una società globale integrata ‒ già decisa dagli epigoni degli ottocenteschi ‘padroni del vapore’ ‒ creando le premesse per accettare un cambiamento epocale e profondo da un lato e radicale e immediato dall’altro: una trasformazione sociale che avrebbe provocato effetti politici. Fino ad allora, era accaduto esattamente l’opposto.

L’economia neoliberista e le politiche pro-mercato hanno trionfato, così, a livello globale. Le ideologie hanno perso progressivamente importanza rispetto alle esigenze del mondialismo e la rivoluzione digitale del web ha cambiato ‒ per sempre ‒ il mondo dell’informazione e la sua incidenza sui processi decisionali, politici e storici. Tanto da aver non solo “accelerato la storia”, ma iniziato a influenzarla: l’economia, fattasi ideologia, ha svuotato gli “Stati-Nazione” dei poteri decisionali e anche i concetti stessi di élite e popolo sono stati rimodellati ad hoc.

Oggi, infatti, questo rapporto va rivisto: 26 persone detengono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone e ciò impone un ripensamento delle acute teorie di Pasquale Turiello e Gaetano Mosca. All’epoca i due studiosi evidenziarono quanto le élite locali fossero al centro di una rete di rapporti familiari, personali e professionali che le rendeva autoreferenziali. E titolari, de facto, di un potere politico-elettorale dal quale traevano una completa autonomia dalle forme moderne dell’associazionismo politico, anzitutto dai partiti.

A un secolo dall’elaborazione di questa teoria, non solo il potere delle élite è aumentato a dismisura, ma lo scenario è peggiore: i partiti non esistono più, sono da anni defunti come lo Stato-Nazione ‒ di cui erano espressione ‒ sacrificato sull’altare della globalizzazione. Men che meno esiste la politica, schiacciata da un’economia fattasi, purtroppo, ideologia.

E così, 26 persone, più che un’élite suggeriscono l’immagine di un circolo iniziatico da cui si originano i meccanismi decisionali che gerarchicamente vengono imposti a miliardi di persone.

L’economia ‒ nella sua declinazione peggiore, quella capitalistica ‒ ha rappresentato il binario sul quale tali decisioni hanno viaggiato negli ultimi trent’anni. Essa, ormai, è stata sostituita dal sanitarismo dittatoriale del mondo post pandemico. I padroni del vapore del Terzo millennio decidono i destini del mondo comodamente seduti nei vagoni di un treno che viaggia sui nuovi binari della paura imposta a miliardi di persone simultaneamente in tutto il ‘villaggio globale’. Un treno le cui fermate sono rappresentate dal Covid-19, dalle sue mutazioni, dalle infinite ondate, dai necessari vaccini prodotti, sotto sotto, dai soliti noti.

E così l’ecumene viene svuotata del senso che ebbe per gli antichi greci ‒ il mondo allora conosciuto, dal greco οἰκέω = abitare ‒ ossia la casa dove tutti vivono. L’espansione ecumenica piuttosto che rappresentare un’occasione di apertura della conoscenza umana ‒ declinata in senso neoliberista globale prima e geopandemico poi ‒ è stata tradotta in una visione della realtà contratta, deformata, arida che obbliga l’uomo a non poter nemmeno uscire da quella casa sopravvivendo, come può, tra la paura di morire, l’alienazione virtuale imposta e gli ultimi spasmi di un consumismo istintuale che arricchisce, manco a dirlo, i padroni del vapore 2.0.

Un circolo vizioso, quindi, che impone assolutamente di uscire dall’ecumène arida di questi mesi e riprendere, piuttosto, la rotta per Bisanzio.

 


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