Il simbolismo della foresta

L’immagine della foresta e del bosco è indubbiamente affascinante, chi di noi non ne è mai stato affascinato? Le foreste sono sul piano paesaggistico elemento imprescindibile delle nazioni, dei continenti, sul piano ecologico sono elementi viventi fondamentali per un sano equilibrio tra noi e la natura circostante. Sul piano simbolico ed archetipico, i significati che varie mitologie hanno dato alle foreste sono molteplici e di analisi molto più profonda rispetto a quella legata al mero aspetto esteriore.

 Nell’universo immaginario dello scrittore inglese Tolkien, figura la foresta di Fangorn, la più intricata della Terra di Mezzo, della quale è, insieme alla Vecchia Foresta, una delle ultime foreste che ne ricoprivano una gran parte. A questa foresta immaginaria hanno dedicato una canzone i Lingalad, gruppo neofolk italiano, intitolata appunto La foresta di Fangorn. Per quanto il luogo sia in sé immaginario, la sua geografia misteriosa non è dissimile da molte fitte foreste realmente esistenti, come ad esempio la Foresta Nera situata in Germania: non a caso Tolkien si è ispirato in gran parte all’epica dei Nibelunghi, che era appunto di ambito culturale germanico. L’immagine della foresta intricata può essere per certi aspetti un’allegoria dell’aspetto labirintico della vita, in cui spesso ci troviamo presi da difficoltà o dubbi, ma che se sappiamo tenere la testa alta possiamo superare sia pur dopo un cammino non sempre facile.

 L’immagine allegorica della foresta ritorna attuale anche riguardo alla denuncia degli squilibri ecologici per superare i quali dovremmo rinsaldare un legame con la natura. Una canzone dei francesi Vae Victis s’intitola L’appel des bois, “Il richiamo dei boschi”: parla di un ragazzo di città che “non aveva mai visto la notte totale e pura”, ma che un giorno decide di andare in un bosco, ed inizia a girovagare in esso, talvolta con certa paura, ma quando vede una cappella ci entra e rivolge preghiere alla Vergine Maria; appena sorge il Sole, si fa passare la paura del buio e continua a “danzare nel bosco”. Possiamo interpretare questa canzone come una denuncia del mondo contemporaneo che ha perso il legame con la natura e dove la gente di città non riesce a vedere la notte “totale e pura” a causa dell’inquinamento luminoso ed acustico che c’è nei luoghi urbani, e talvolta non riesce a resistere alla tentazione di fuggire nella natura più incontaminata, in cui certamente si rischia di perdersi ma al contempo si può mantenere la schiena dritta se si ha la Fede religiosa: il ragazzo che girovaga nel bosco e trova inaspettatamente una cappella con la Vergine Maria può essere un’allegoria del senso della vita umana in cui si possono superare le difficoltà labirintiche se si tiene viva la Fede. Una tematica analoga si ha nella canzone Un gentile degli italiani Siegfried, dove non c’è allusione religiosa ma il tema è quello di un uomo che regolarmente va a spaccare legna tra i boschi e viene spesso guardato con stupore dai compaesani: a differenza della precedente canzone, qui il protagonista è uno che col mondo silvestre ha dimestichezza.

 Un’immagine simbolica di un albero enorme si ha pure nella mitologia norrena, dove l’Yggdrasil è l’albero che congiunge con i suoi rami i nove mondi. Il tema della presenza di più regni ultraterreni è comune a molte culture religiose.

 Tornando alla cristianità e guardando all’Italia, il tema del rapporto fra uomo e natura è presente anche in San Francesco, santo patrono dell’Italia: a lui è consacrato un bosco nella sua città, Assisi. San Francesco è stato notoriamente sensibile alla natura vista come frutto del Creatore, insieme a tutti gli elementi del mondo, e per questo torna d’attualità volendo dare un’impronta cristiana alla denuncia degli attuali squilibri ecologici.

 Proprio perché le foreste non sono uguali ovunque, ogni nazione può avere le sue foreste simboliche, e la denuncia della distruzione della biodiversità ambientale deve andare di pari passo con la denuncia del sistema economico globalista che sradica i popoli e tende ad omologare tutti i popoli sotto una monocultura planetaria. L’immissione di piante africane di fronte al duomo di Milano è stata ad esempio un chiaro sfregio alla biodiversità autoctona lombarda: non a caso fatto dalla multinazionale statunitense Starbucks, simbolo della globalizzazione alimentare, quindi di ciò che va combattuto all’insegna della riscoperta dell’anima profonda dei popoli, delle specifiche identità culturali ed ambientali dei biomi particolari.


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