La distopia è servita

La distopia è stata servita su un piatto d’argento. Eppure lo sapevamo. In molti hanno avvertito, lanciando un appello accorato.  Gli ultimi saggi del secolo scorso – come René Guénon − hanno tentato di spiegare l’allarmante degenerazione dell’umanità mettendo in luce “i segni dei tempi”, per citare l’espressione evangelica. E sono in molti ad essersi cimentati nella scrittura di testi di genere distopico, i quali soprattutto alla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento hanno descritto un mondo a venire che ad oggi supera le loro profetiche visioni.

Forse non ce ne accorgiamo ma siamo dentro quelle trame, immersi in un orizzonte appannato che ha il sapore acre di una catena globale che stringe la morsa, azzerando la possibilità di fuga. Questo mondo non ha più ossigeno per sopravvivere. Non a caso questo virus attacca i polmoni. Una drammatica metafora dell’esistenza attuale. Si boccheggia in un vuoto fluttuante. Come siamo giunti a questo punto? Per una malattia spirituale. L’uomo si è ammalato di hybris. La ribellione a Dio ed alle sue leggi naturali ci ha traghettati nel nuovo mondo.  Da soggetti con un’anima siamo divenuti oggetti con una tecnica. Da uomini di carne e ossa stiamo diventando cyborg. Il progetto viene da lontano ed è stato architettato da menti raffinatissime. A piccole dosi la rana-umanità, per riprendere la metafora di Noam Chomsky, sta per essere bollita. Soggetti e terra d’elezione di questo scempio, soprattutto i bambini, l’umanità del futuro. Aldous Huxley lo descrisse bene in uno dei suoi testi più citati in questo momento storico: The Brave New World. Autore, Huxley, che viene menzionato come dotato di profezia. Non può sfuggire, a tal proposito, il fatto che lui e la sua famiglia erano parte di un’élite dinastica già a partire dal suo fondatore (nonché suo nonno) Thomas Henry Huxley. Quindi si può supporre che il fine romanziere avesse delle fresche informazioni. Illazioni, non v’è dubbio: ma come possiamo giustificare la parte iniziale di The Brave New World, in cui il Direttore del centro di Incubazione mostra agli studenti gli incubatori ed i file di provette numerate? Nonché le provviste settimanali di ovuli?  Il tutto per produrre, modificandone il corso durante lo sviluppo embrionale, esseri umani atti a quel o quell’altro livello di esistenza.

A tal proposto il fratello di Huxley, Julian, fu biologo e genetista, e successivamente primo direttore dell’UNESCO. Fu proprio lui che approfondì il concetto di transumanesimo. Termine coniato dal gesuita e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin. Strane coincidenze, poiché la direzione che l’umanità sta prendendo pare essere quella. A piccoli, dannati morsi, il mostro transumanista sta divorando le anime e i corpi. Ed ecco che il sembiante perde le sembianze. La maschera-mascherina che indossiamo tutti ci stravolge il volto; solo gli occhi sono visibili, specchio dei moti dell’anima, un’anima persa poiché senza guida divina e speranza. Ci stiamo trasformando in monadi e giriamo folli in un labirinto di regole dittatoriali come fossimo all’interno di un videogioco simil Pac-Man. L’uomo macchina è già tra noi. Virtualizzazione e digitalizzazione del reale stanno prendendo il posto di corpo e anima. Prosciugata quest’ultima dalla mancanza di Dio e della fiducia nella sua Misericordia. Il dividi et impera ci separa gli uni dagli altri. I corpi sono freddi, distanti, intoccabili. È il mondo virtuale di Second Life e noi siamo degli Avatar. Ciò che era caldo, inteso come umano, sta divenendo freddo e robotico. Appendici di comunicazione al corpo sono i vari dispositivi tecnologici che identificano e ci identificano regalandoci una finta e fredda socialità. La piattaforma virtuale è la nuova piazza. Siamo caduti in un vortice stracolmo di pece, velocemente. Eppure abbiamo avuto tempo per osservare questa realtà ed opporci. Ci è stata mostrata.

Le indagini si concentrano sul neocapitalismo globalista, oltre che sulla mancanza di fede e la totale negazione della Tradizione. Emblematica in tal senso la scena di un film, carta d’identità di questa nuova umanità già monade prima del “distanziamento sociale” imposto. Paesaggio della scena, un centro commerciale: nuova linfa vitale di creature la cui esistenza è stata fagocitata da superflui e caduchi beni secondari. Il regista George A. Romero dallo schermo alla realtà ci getta addosso la verità sotto forma di finzione. Un pugno allo stomaco. Creature senza coscienza propria si aggirano robotiche dentro un centro commerciale: “Hanno poca intelligenza e nessuna capacità di ragionamento. Gli restano alcune capacità elementari”, spiega la voce narrante. Aggiungeremmo a quella voce: hanno perso l’anima, sono zombie. Nel celebre romanzo di Philip K. Dick, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” trasposto nel celebre film Blade Runner, abbiamo i replicanti, simulacri perfetti di esseri umani. Nel corso della storia Rick, il cacciatore di taglie, preposto alla individuazione dei non-umani, inizia a sviluppare dubbi su cosa sia davvero un essere umano. Distopia che sfiora la realtà attuale, drammaticamente.

Prima dell’assoluto annichilimento dovremmo quindi chiederci: come ribellarci a questa ibridazione tra umano cosciente e non-umano virtuale? Come farlo, prima che sia troppo tardi?


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