Gli occhi della folla

«Ora, se guardi qui, Simone è strappato via da Ester perché aiuti a portare la croce, e tutti loro guardano Simone, non il Redentore. Che si tratti della nascita di Gesù, o della caduta di Icaro, o della morte di Saul che si lancia sulla propria spada, tutti questi eventi in grado di cambiare il mondo passarono quasi inosservati tra la folla; e così, proprio come il ragno, io costruisco la mia tela, sperando di catturare l’occhio dello spettatore». Sono le parole di Bruegel il Vecchio - impersonato da Rutger Hauer - che nel film I colori della passione, commentano il suo celebre dipinto La salita al Calvario. Al centro, Cristo si è accasciato sotto il peso della croce, ma nessuno o quasi, sembra accorgersene. La varia umanità, che tutt’intorno si dispiega fino alle cornici del dipinto, volge gli occhi altrove, dimentica del Redentore che si avvia a completare la sua missione terrena.

Folla origina dal verbo follare che indica il premere, comprimere, chiudere, perciò essa come primo significato ha quello di pressione. La folla è infatti moltitudine che si accalca, stringendosi in un punto. Stretti e avvinghiati, i componenti della folla, hanno i movimenti impediti e la visione ostruita. Davanti al sopraggiungere degli emissari del potere, o alle turbolenze della vita, la folla si sgretola e si disperde, oppure si lascia con facilità imprigionare. Orfana di una guida, essa infatti non sa dove posare lo sguardo, non ha direzione.

Nel grande quadro dell’ora presente l’umanità ci appare allora come una grande folla il cui occhio si attarda su vicende di superficie, quando non addirittura sul superfluo, mentre l’essenziale scorre celato. Al centro della “nostra Storia”, il Signore sta passando per radunare a sé tutte le anime in cerca; ma il suo transito non è violento, né suggestivo. Si maschera per essere più intimamente riconosciuto: così si opera nel regno dello spirito.

«Io mostrerò il nostro Salvatore, mentre è condotto al Golgota dalle tuniche rosse della milizia spagnola, e benché Egli sia caduto al centro del mio dipinto, io lo devo nascondere alla vista». «E perché vuoi nasconderlo?». «Perché Lui è il più importante, ma forse t’è sfuggito». Quale profondo mistero è racchiuso in queste parole! Solo chi cerca, “trova”, e nel procedere lungo la via, gli occhi, poco a poco si schiudono, rivelando ciò che prima risultava confinato nell’ombra.

Il mondo è un corpo vivo e procede verso la meta a cui è destinato. L’uomo può inserirsi in questa traiettoria di Vita e cooperare alla redenzione universale, ma può anche scegliere altre strade. Lavorare assiduamente al servizio delle potenze infere che assecondano sì la forza di cambiamento, ma ne rovesciano il segno, agendo quindi per la distruzione anziché per la Restaurazione. Sono le forze che propugnano con malcelata insistenza l’adeguamento ad una “nuova normalità” che è carcerazione di ogni moto dell’anima, di ogni scintilla di pensiero. L’uomo può però anche fermarsi e stazionare in un punto lungo la linea della Vita e della Storia, opponendosi a qualsiasi forza che produca trasformazione e dinamismo. Sono le falangi della Reazione, che, di fronte al male sempre più dilagante, chiamano a raccolta tutti coloro che difendono il ritorno alla “vecchia normalità”.

Se la prima strada è quella di coloro che operano deliberatamente per il Male, la seconda è quella di di coloro che, illudendosi di frenare l’avanzata delle tenebre, non si accorgono di essere, in verità, già morti, poiché la stasi non è equilibrio, ma assenza di vita. Davanti alle energie che vorrebbero trascinare l’intera umanità nell’abisso oscuro, dobbiamo essere nuovamente capaci di sentire il sussurro del divino che ci attira a sé. Il punto Omega ci sta chiamando ad una trasformazione radicale: del sentire, del pensare, del vivere; è questa, allora, l’unica via percorribile se si vuole andare incontro alla Vita. Ciò che si appella come normale e che ci ha accompagnato in quest’ultima epoca, era in verità malato nel cuore. Non vi è scienza, sapere, o ordinamento civile che non vada ripensato e poi rifondato sin dalle basi. Il mondo malato ha generato solo un’umanità malata, incapace di ideali.

L’entusiasmo, però, ha da essere unito alla saggezza. Non bisogna pertanto prestare orecchio a coloro che pensano ancora di poter “cambiare il mondo”, perché “questo mondo” deve completare la sua dissoluzione, che di certo non tarderà a venire. Nessuno slancio di facile gloria, dunque. Ma occorre non farsi ammaliare nemmeno da coloro che, sotto una presunta aura spirituale, sentenziano che ormai non vi sarebbe più nulla da fare: in verità essi non riescono ad ammettere di non aver mai fatto nulla, e di non aver mai nemmeno voluto far nulla; il loro immobilismo è sostanziale e non contingente. Dove guardare, dunque? La simbolica perfezione della tela del ragno porta i nostri occhi a osservare i raggi unirsi al centro, come al centro è la figura del Cristo nella tela di Bruegel. Siamo una enorme folla intrappolata nelle sabbie mobili dello scientismo più becero, della psicologia che ha barattato il risveglio dell’anima con un più facile benessere nella società, del regno del numero che ogni cosa misura e soppesa, per tenere a distanza di sicurezza la qualità profonda degli esseri. Perfino gli “intellettuali” - restano pochissime le eccezioni - sono caduti in questa melma collosa e anziché liberare gli uomini dalla schiavitù delle false idee, sono divenuti i loro più feroci carcerieri. E la folla rimane cieca e selvaggia. Essa ha bisogno di un Re, di colui che è Signore dei confini, di colui che tiene unite le cose di quaggiù con quelle di lassù. E non vi può essere capacità di visione senza unità, poiché vedere è mettere assieme ciò che in apparenza sembra lontano e inconciliabile. La Storia, proprio attraverso queste circostanze burrascose, ci sta chiamando ad una metànoia, ad un operare che sia generoso e nuovo. Guardiamo con attenzione i “segni” che si celano sulla tela: sono le parole ruvide che scorticano la pelle, sono le immagini che stravolgono il nostro mondo, a chiamarci. Non abbiatene timore, temete piuttosto “il Signore che passa senza che ve ne accorgiate”. È l’ora in cui le palpebre si devono schiudere alla Verità, è l’ora di trasformarci da “barbara moltitudine”, (come suggerisce una differente lettura di Vincenzo Romano), in folla splendida, che si accoda all’andare divino (Ale-Theia).


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