La cella della paura

L’anima sa, e nel segreto custodisce, ma poi, incarnandosi, dimentica il “disegno” che essa dovrà realizzare una volta in terra. Questa visione ha da prendere i contorni mondani per sostanziarsi in una forma pienamente realizzata – si spera -  al termine del percorso terreno.

Ogni “mondo”, che si radica in uno specifico “tempo”, ha la sua fisionomia, e di questa fisionomia si nutre l’anima per raggiungere il suo scopo. Non soltanto delle buone occasioni, del giusto ordine che vincola le strutture di una società, ma essa dovrà essere capace di “sposare” le ferite subite, le ingiurie del corpo, il male che si scaglia come vento impetuoso, e che talvolta sopravanza i confini delle mura domestiche, che gonfia le aule della Nazione o del mondo intero: questa è la sfida più ardua. Non è sospensione di giudizio, o facile mescolanza di ciò che è Bene con ciò che è Male, ma il riconoscere che “tutto appartiene”, tutto è strumento necessario affinché la pietra ancor grezza si lasci accomodare alla forma più bella.

L’anima, avvolta dall’oblio, attende dunque di essere prima risvegliata, e infine divinizzata. Troppo spesso, questo non accade e il sonno si trasforma allora in duro letargo; così il Male – se riconosciuto! – resta, al limite, un nemico da evitare, o da combattere a mani nude, ma non da “comprendere intimamente”. Si “entra” nel mondo e lo si attraversa così come è, fidando nella sua naturale bontà, come se il male possa insediarsi non oltre una certa misura, non fino ad intaccare il suo nucleo, il suo cuore. È la fiducia a muovere l’agire umano, che lo crediamo o no. Senza di essa non sarebbe possibile la vita; ma proprio sulla fiducia che non si è aperta alla consapevolezza, fiorisce, però, l’inganno.

«Christof, le voglio chiedere, secondo lei per quale motivo Truman non è mai riuscito a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?». «Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta; è molto semplice». Quale miglior sintesi, di questo dialogo estratto dal celebre film The Truman show di Peter Weir, dove a rispondere alle domande del giornalista, è Christof, ideatore e regista del programma televisivo che segue la vita, giorno e notte, dell’ignaro Truman Burbank.

Cosa accadrebbe, però, se l’inganno avesse eroso sin le fondamenta dell’era nella quale viviamo, se ogni aspetto del vivere fosse infettato da un veleno potente quanto invisibile? E se tutto odorasse di morte, eppur noi sentissimo ancora la vita riempirci i polmoni? Significherebbe che siamo dormienti, talvolta gioiosi, più spesso lamentosi, ma pur sempre con le palpebre serrate. E proprio a questo siamo giunti! Accettiamo in peno la farsa in cui siamo immersi: troppo gravoso credere che tutto cospiri contro l’uomo, allontanandolo irrevocabilmente dalla sua vera realizzazione. Che non vi sia più nulla di intatto e limpido, in cui specchiare la nostra anima. La nostra fanciullesca fiducia è la nostra gabbia. Eppure, l’Età oscura va completando il suo corso, stipando ogni giorno nuovi ospiti nella sua dolce prigione. Come Truman, siamo schiavi di un mondo che è soltanto un luccicante inganno, in cui noi pensiamo di essere protagonisti e invece saltelliamo sgraziati come marionette.

Fintanto che il sonno si protrae, non scorgeremo mai la porta di uscita. E più ci ostiniamo a cercare rimedi all’interno di questo mondo, più le nostre fatiche verranno umiliate: il sonno dell’anima genera incubi. Gli orizzonti, per quanto ristretti, ci assicurano certezza e conforto. Cosa potrebbe davvero celarsi oltre quelle soglie? Meglio stringersi dentro questi confini, che in fondo noi amiamo, anche se non abbiamo abbastanza coraggio per ammetterlo. “L’ora buia” - per chi ne intuisce l’ombra - “passerà, come ne sono già passate altre nel corso della storia”, ci ripetiamo, e così viene mortificato ogni slancio al vero cambiamento, viene soppresso ogni ideale in funzione di un meno faticoso compromesso.

«Potrebbe andarsene quando vuole. Se fosse qualcosa di più di una vaga aspirazione, se fosse assolutamente determinato a scoprire la verità, noi non potremmo fermarlo. Vedi, la cosa che ti dà più fastidio, in realtà, io credo sia il fatto che Truman preferisce la sua cella. Questo è».

Non si tratta, qui per noi, di una banale “evasione”, ma di un destarsi aprendo gli occhi alla realtà che abita al di fuori di tutte le consunte abitudini e regole che questa società ha costruito. La Vita è sì, al di fuori e oltre, ma essa attende il nostro risveglio per erigere qui le prime mura del mondo a venire. Volgiamo allora gli orecchi e le pupille a coloro che ci indicano la strada per oltrepassare quella porta: ci chiamano senza sosta. Prima, però, dobbiamo riconoscere la catena che ci avvinghia a questa prigione e che ci fa essere ignari dispensatori di morte: la paura. Il nostro cuore lo sa, anche se la mente respinge l’accusa. Dobbiamo lasciar tutto, è vero: abbandonare ogni certezza, ogni valore ai titoli conquistati, mettere ogni cosa in discussione e spogliarci nudi per affrontare il nuovo viaggio. Troppe chiamate sono state disattese, troppo dolore è cresciuto per le nostre viltà.

«Tu hai paura, per questo non puoi andar via», sussurra Christof a Truman ormai sulla soglia della sua libertà. Come un padre meschino e subdolo che crede di conoscere le debolezze dei suoi figli. Coraggio, allora, rispondiamo come Truman con il nostro saluto di addio a questo mondo putrescente, prima di muovere i piccoli passi verso la sopraggiungente aurora: «Casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buona notte».


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