In medio stat cultūra

Non sappiamo più fare un discorso serio sull’anima. Come sciocchi ci avventuriamo in strade che vorrebbero congiungere la materialità del corpo allo spirito, ma così facendo neghiamo dignità ad entrambi e la nostra strada è solo un girovagare senza dimora. L’anima è il termine medio su cui gli “estremi” trovano equilibrio. E senza equilibrio si precipita, rompendosi le ossa.

Così, anche fra la coltivazione, opera delle mani dell’uomo che ordina la natura, e il culto, celebrazione, manifestazione e incarnazione delle realtà soprannaturali, si situa la Cultura. Ed è stato proprio l’attacco spietato al mondo della cultura che ha permesso lo sfaldarsi degli altri due “riti”: la coltivazione, divenuta sempre più ripetitività meccanica, in ordine ai bisogni produttivi, indifferente alla ciclicità della natura e ai suoi misteri; il culto, scopertosi sterile nel rapporto che informa le anime e il mondo, essendo venuta a mancare la comprensione della realtà vivificante dei simboli.

Il mondo che ci ha sospinti sino all’oggi è virtualmente crollato. Le macerie fumose salgono al cielo a ingannare gli occhi poco allenati. Difficile distinguere ciò che rantola furiosamente nei suoi ultimi momenti di esistenza, da ciò che si affaccia come un annuncio dell’avvenire, sagoma ancor incerta di un’umanità tutta rinnovata. Bisogna ritrovare uno sguardo capace di penetrare la coltre grigia e che si faccia prima di tutto Cultura, come malta a legare le pietre della nuova costruzione. Senz’anima e senza vera cultura si spegne la Vita: e la Vita è comunione.

Come tutto ciò che viene legato nel mondo si lega anche all’interno dell’uomo, così è anche nell’azione inversa. Le culture moderne – il plurale è voluto – hanno disgregato tanto la società che l’uomo stesso. E la disgregazione è l’anticamera della schiavitù. Infatti, i mille rivoli culturali che hanno corso lungo questi secoli, si sono alla fine abbracciati in un enorme mare, basso e stagnante: la monocultura moderna che tutto infetta con la sua mediocrità eretta a canone. Una cultura infatti che non sa nulla della vera intimità, dell’anima che dà forma allo sguardo e alle cose, che si è fatta autoreferenziale per chi cultura la fa. La massa se ne disinteressa, così anche certe correnti “reazionarie”, non comprendendo però che i suoi veleni penetrano anche se non le si presta “attenzione cosciente”.

Il male così arrecato agli uomini è perciò di gran lunga maggiore di quanto i benpensanti immaginino. Chi si illude di salvarsi, in verità si è già perduto. Scrive per l’appunto Attilio Mordini: «Il Maligno, proprio attraverso le culture moderne, toglie alla Grazia il suo naturale oggetto; in altre parole cerca di rendere l’uomo praticamente irredimibile». La cultura è infatti il piedistallo sicuro su cui sostare per accedere al “dipiù” dello Spirito. Non si può, quindi, per un cristiano, sposare la cultura di questo tempo, senza finire tristemente fra le legioni dell’Avversario: una cultura schiava delle scienze empiriche (umane e non), che non ha più il coraggio della speculazione metafisica e il cui occhio non sa scrutare i Segni e i Simboli che pur di continuo le appaiono dinanzi, che si avverte disorientata dalle intuizioni trascendenti, che venera unanimemente l’esperto, ma calpesta con inarrivabile ferocia il genio.

Non si può dare, pertanto, Cristianesimo che non sia anche fonte inesauribile di vera Cultura. Cosa resta davanti ai nostri occhi, invece? Difficile a dirsi senza usare parole sconfortanti, ma la Speranza conosce anche l’invisibile e noi ad Essa ci vogliamo stringere. Dalla solitaria roccia deve allora sgorgare nuovamente un’acqua che disseti e il corpo e l’anima, poche gocce che un domani diverranno un gioioso torrente. Dalla vera Cultura che non si fa pensiero di mostrarsi umile, anche se instrada alle vette, inizia il rinnovamento di questa umanità.

Essa è innanzitutto consapevolezza dell’ordine che lega il mondo naturale ai cieli, e questi al Dio altissimo. È il riconoscimento delle leggi di analogia che regolano l’intero universo. La cultura ha da essere pertanto sintesi nella comprensione del cosmo; e tale comprensione, per riflesso, opera la sintesi nell’interiorità dell’uomo. È tensione verso l’unità, perciò è anche politica, intesa come ordinamento della società civile, come riflesso dell’uomo che si raccoglie in unità sotto la figura del Cristo, Re e Sacerdote. Operosità amorevole, dynamis della materia verso la forma.

Dalla schiavitù di questo mondo ci si libera attraverso una rinnovata cultura. L’oro, donato dai Magi a Gesù, rappresenta anche «la ricchezza dell’intelletto», ovvero «la cultura, prerogativa dei Re e degli uomini veramente liberi e sovrani della propria personalità», così ancora sottolinea Mordini. Soltanto un retto pensare dispone alla comprensione profonda dei Misteri divini. Così, la Cultura deve farsi anche etica, offrirsi come ciò che “è proprio” dell’uomo, tenendo fede al significato originario di ethos. Immagine esteriore dell’immagine interiore di ogni creatura, così che essa vi si rispecchi e sempre di più si adegui alla forma che dovrà vestire. Nel rapido approssimarsi della catastrofe che precederà la catarsi collettiva, non si può restare inerti. Così come le forze infere trascinano con impeto l’umanità alla dissoluzione, noi dobbiamo invece lasciarci attrarre da una forza supera, ben più grande e potente, dal Punto Omega (il Cristo riapparente) che ci sta chiamando ad una nuova sintesi di unità. La Cultura deve allora attingere a quella dimensione primordiale – edenica – atta a ricevere il sovrabbondare della Grazia. Bisogna tornare alla Terra (l’Anima) per assaporare le frescure del Cielo. Bisogna ricercare l’incontro intimo che solo può infondere la Vita.

Sono i tempi in cui ogni legge, ogni norma, ogni canone è stato rovesciato. Sono i tempi in cui il potere si è tramutato in tirannide. Sono dunque i tempi in cui il non manifesto deve guidare il manifesto. E se – in metafora - la salutare pioggia non scende più ad irrorare le zolle, bisogna trovare le sorgenti sotterranee che alimentino il seme affinché divenga arbusto. La Cultura è il medium, che dalla terra del popolo si innalza rigogliosa fin sotto le schiere degli angeli. Dal basso verso l’alto, dall’esterno, verso l’interno. Si è popolo, però, a patto che ci si unifichi sotto i veri Princìpi, a patto che si riconoscano i veri Maestri. Le anime non sono tutte uguali, e le radici, salde e robuste devono fidare nelle avventurose foglie che accarezzano il cielo.

 


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

Cosa succede?

di Adriano Tilgher

Sono preoccupato, molto preoccupato. Quello che ci potrebbe capitare è veramente incredibile.

Ma non è un virus ormai sotto controllo e sicuramente poco letale a preoccuparmi, sono gli eventi che accadono quotidianamente senza spiegazioni plausibili.

Questa volontà criminale di terrorizzare la gente, questa pervicace insistenza di dare notizie approssimative ed in modo capzioso, questa volontà perniciosa di creare ansia e quindi soggezione mi convincono che ci sia qualcosa di distorto.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Gli alarbi di Masaniello

Napoli 7 luglio 1647. Il pescatore Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, al grido di "mora 'o malgoverno" da il via alla rivolta contro il Viecerè di Spagna Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos colpevole di un' onerosa pressione fiscale, e di aver introdotto una gravosa gabella sulla frutta, all'epoca  alimento più consumato dai ceti umili. Masaniello ed i suoi alarbi  (lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance), sollevarono la popolazione, e la guidarono fino alla reggia dove, sbaragliati i soldati spagnoli ed i lanzichenecchi di guardia, giunsero fino alle stanze della Regina. Il duca d'Arcos, riuscito miracolosamente a salvarsi si rifugiò nel Convento di San Luigi e da qui fece recapitare all'arcivescovo di Napoli, il cardinale Ascanio Filomarino, un messaggio in cui prometteva l'abolizione di tutte le imposte. Dopo dieci giorni di rivolta che avevano costretto gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, Masaniello fu accusato di "Pazzia" (probabilmente causata dalla reserpina, un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia), e ucciso con una serie di archibugiate. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al Viceré come prova della sua morte. Chiaramente le "gabelle” tornarono.

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.