Abbracciare la crisi

I tuoni sconquassano l’aria;

ma l’Uomo nella torre ha serrato i battenti.

La buia tempesta copre il cielo dai quattro lati dell’orizzonte;

ma l’Uomo nella torre accende i suoi lumi dorati.

La pioggia assalta le pietre, si infiltrano i primi rivoli gelidi;

ma l’Uomo nella torre veste l’impermeabile e infila il cappello.

Il cielo chiama alla devastazione la terra e le acque, la sua voce è spavento e umiliazione;

ma l’Uomo della torre apparecchia educatamente un po’ di speranza.

 

Il cosmo e l’ordine civile vibrano con spasmi furibondi, forieri di indicibili violenze. L’Uomo nella torre è l’uomo contemporaneo, intrappolato “nel sicuro” del proprio Io. Ai suoi occhi, la tempesta, ovvero la crisi di “questo mondo” resta pur sempre confinata fuori dalle mura della torre. L’Io, infatti, è principio di unicità che percepisce il mondo come realtà esclusivamente esterna a sé, da conquistare – anche culturalmente – talvolta persino da combattere come un nemico. L’Io è solamente il primo fra i gradini che l’uomo ha da salire per raggiungere la sua “normale statura”. Oggi l’intera umanità pare irrigidita su tale gradino; solo alcuni si sono aperti all’Io-Noi, principio di socialità ancora orizzontale, e pochissimi, misteriosi e invisibili, si sono trasformati in anime viventi.

Nell’Io siamo stati capaci di far confluire persino la religione; non resta infatti altro, che un inutile sentimentalismo e un dannoso moralismo, copie deformi delle mozioni dello spirito e dei principi etici: questi, conseguenza delle leggi ontologiche inscritte nella Creazione. Le “regole morali” sono soltanto dei punti di appoggio, lungo il cammino insidioso e ripido della vita, ma lo sguardo deve puntare in alto, alla divinizzazione. Chi procede con tale spinta vede le forme del mondo un poco alla volta cadere, e vede, sente, parla e agisce come Anima risvegliata. Ma puntare le pupille alla vetta, dove l’aria confonde i tratti, significa osare, avventurarsi in un’impresa lasciando ogni certezza, specialmente quelle di una “buona e giusta educazione”.

L’Io, al contrario, è la nostra torre di sicurezza: sociale, economica, culturale, religiosa. E il Mito della sicurezza è forse uno dei volti più riconoscibili di questa società. Volto fascinoso, ovviamente, ma tragicamente ingannevole. La scienza, e ancora più i suoi derivati tecnologici, costruiscono sicurezze e comodità, illudono di spiegare ogni cosa, ma in verità ingabbiano sempre di più l’uomo, estraniandolo dal cosmo al quale è misteriosamente unito. “Il mondo è sicuro perché lo conosciamo sempre meglio”, così pensiamo. E di sicurezza in sicurezza, andiamo cercando solo quello che ci conferma, o che al massimo estende di poco i nostri confini, senza però mettere mai in discussione il punto di partenza. L’incessante scambio di informazioni, articoli, commenti, che negli ultimissimi anni passa per le piattaforme digitali, lo testimonia amaramente. Si inveisce contro il nemico, si applaude l’amico. Gli stendardi delle opposte fazioni sono salvi. Ci si abbevera alle fonti vicine, ma è acqua che non disseta più. La comprensione non evolve, si conosce solo ciò che già “crediamo di conoscere”. Il male è degli altri, non abita nella nostra torre. L’Io, ricordiamolo, per sopravvivere ha costantemente bisogno di un nemico. Questa rigidità interiore, che si accompagna ad una sterilità intellettuale e ancor più operativa, ostacola qualsiasi cambiamento, qualsiasi genuina azione di Bene. La tempesta deve invece scardinare i battenti e invadere la torre, farne vacillare le mura e infine distruggerla come un vano castello di sabbia. Ma serve umiltà per lasciarsi invadere dalle crisi, serve abitudine all’intimità con se stessi, con gli altri e dunque con Dio; e questi frutti sembrano scarseggiare alquanto sulla pianta-uomo che abita la nostra era.

Negli Esercizi Spirituali di S. Ignazio - provvidenzialmente, in questi tempi ultimissimi, riproposti anche nella trama della vita ordinaria, lungo l’arco di due anni, (E.V.O.) - ad ogni tappa si sosta nella meditazione di alcuni brani della Scrittura. E l’invito, ripetuto con paterna insistenza, è di soffermarsi su una frase, o anche una sola parola, che dia gusto o pace, o che al contrario crei resistenza e ostilità: che metta in crisi. E rimanere lì finché quella parola non esaurisca tutto il suo nutrimento, e ascoltare, “battezzare” tutte le emozioni, i pensieri, le immagini che tale frase o parola suscita in noi.

«Come in uno specchio» noi vediamo il mondo, e fra i numerosi significati che tale affermazione cela, vi è anche quello per cui tutto il cosmo, le vicende della vita, gli uomini che via via incontriamo, ci parlano di noi. È un’immagine imperfetta, a volte deforme, un’immagine “rovesciata” che dobbiamo saper “leggere” e riposizionare correttamente: ma ci parla costantemente di noi. Il modo in cui reagiamo alle cose, le immagini che si creano nella nostra mente ci raccontano non solo del mondo esteriore, ma, cosa più preziosa, del nostro mondo interiore. È il lavoro lento e faticoso dell’introspezione, a cui bisogna venire allenati. Con un metodo e con un maestro. Ecco allora l’importanza di non scappare davanti a ciò che ci mette in crisi, che sembra sbriciolare le certezze acquisite – quanto sono pesanti quelle religiose! Le più grandi verità non spostano solo un po’ più avanti il nostro orizzonte, ma ci sfilano la terra da sotto i calzari. Dove prima c’era soffice prato, ora magari c’è roccia appuntita. La parola che ci mette in crisi è in realtà una parte della nostra anima con cui avevamo sempre evitato di fare i conti, era un terreno che rimaneva confinato nell’ombra. Affrontare ciò che ci mette in crisi è essenziale, perché ci abitua all’intimità, e ci prepara alla visione. E anche nelle crisi è indispensabile la paziente guida di un maestro.

A tutto questo dobbiamo riabituarci; rapidamente! Perché la tempesta risuona già dentro la torre, perché noi, tutti, l’abbiamo alimentata. Molte parole che fanno vacillare le certezze dei benpensanti o di quanti si credono dotti, vengono ancora sparse qua e là, molto più spesso di quanto ci accorgiamo. Certo bisogna saper discernere tra ciò che è solo provocazione e falsità, da ciò che, dietro le spine affilate, nasconde una gemma splendente. E lì sostare, in silenzio; vincere la paura e la resistenza, e lasciarsi travolgere da una verità che tutto mette in discussione. È per un bene maggiore, vale dunque la pena di umiliare un poco il nostro Io. Allora, di crisi in crisi – poiché ognuna ci sbalzerà dagli orizzonti appena conquistati, in un percorso che non ha nulla di definito e lineare – si saliranno gli altri gradini che conducono alla conquista ultima: farsi Anima.

Questo è un tempo specialissimo di grazie (crisi), che se però continuano a non essere accolte e “raccolte”, si tramutano in disgrazie, non solo per coloro che le rifiutano, ma, centuplicate, per l’intera comunità. Il Bene, così come il Male non ha mai solo un valore individuale. Chi non cambia è perché non vuole cambiare; è perché ha eretto i suoi occhi e i suoi orecchi a scudo dell’anima.

La chiamata è di sfruttare le crisi, le parole o i momenti che originano una crepa, un pertugio nel robusto determinismo che sembra reggere la visione della vita, e lì compiere la scelta definitiva: o si è con o contro la Vita. Abbattere la propria torre precede ogni scelta: è passaggio obbligato. Chi allora avrà lottato e avrà scelto la Vita, non potrà arrestare la forza che dal di dentro lo spingerà al sacrificio, ovvero ad agire per rendere ogni cosa finalmente sacra; rompendo tutte le consuetudini dell’odierno vivere, che come catene lo tenevano intrappolato. Solo così, al principio di quest’era così buia, si potrà superare il blocco all’azione che attanaglia troppe menti. Non basta indicare il sentiero, occorrono prima uomini capaci di intraprenderlo. Bisogna chiamarli alla crisi. Che le ginocchia si lascino dunque piegare, che le menti si lascino riempire del fragore della tormenta con fiducioso abbandono. Dobbiamo abbracciare la crisi per servire la Vita.


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Editoriale

 

Cosa succede?

di Adriano Tilgher

Sono preoccupato, molto preoccupato. Quello che ci potrebbe capitare è veramente incredibile.

Ma non è un virus ormai sotto controllo e sicuramente poco letale a preoccuparmi, sono gli eventi che accadono quotidianamente senza spiegazioni plausibili.

Questa volontà criminale di terrorizzare la gente, questa pervicace insistenza di dare notizie approssimative ed in modo capzioso, questa volontà perniciosa di creare ansia e quindi soggezione mi convincono che ci sia qualcosa di distorto.

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La Spina nel Fianco

 

Gli alarbi di Masaniello

Napoli 7 luglio 1647. Il pescatore Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, al grido di "mora 'o malgoverno" da il via alla rivolta contro il Viecerè di Spagna Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos colpevole di un' onerosa pressione fiscale, e di aver introdotto una gravosa gabella sulla frutta, all'epoca  alimento più consumato dai ceti umili. Masaniello ed i suoi alarbi  (lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance), sollevarono la popolazione, e la guidarono fino alla reggia dove, sbaragliati i soldati spagnoli ed i lanzichenecchi di guardia, giunsero fino alle stanze della Regina. Il duca d'Arcos, riuscito miracolosamente a salvarsi si rifugiò nel Convento di San Luigi e da qui fece recapitare all'arcivescovo di Napoli, il cardinale Ascanio Filomarino, un messaggio in cui prometteva l'abolizione di tutte le imposte. Dopo dieci giorni di rivolta che avevano costretto gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, Masaniello fu accusato di "Pazzia" (probabilmente causata dalla reserpina, un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia), e ucciso con una serie di archibugiate. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al Viceré come prova della sua morte. Chiaramente le "gabelle” tornarono.

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