Aspettando la piazza

Anche alcuni cretini ormai ammettono che quello 'democratico' non è il migliore dei sistemi possibili, perché non può esserlo un sistema che li assimila ai geni, con cui non hanno niente in comune: durante le consultazioni elettorali, ma anche molto prima, e molto dopo.

La situazione, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, è vieppiù (vieppiù: mi piace) peggiorata da quando è insorta l'ipertrofia mediatica; le opposizioni fanno finta di opporsi, non si sa a che cosa, in ossequio all'estetica dell'ordinamento democratico; la divisione dei tre poteri è degenerata in un'operazione algebrica piena di incognite dacché la magistratura e gli altri due poteri si sono abbarbicati l'uno agli altri senza ottemperare al distanziamento istituzionale.

Poi, la piazza: che non c'è più. Vuota, come negli schizzi del Palladio e nelle raffigurazioni di De Chirico. Sono stati messi in atto diversi tentativi di surrogarala con delle imitazioni griffate. Il modello 'Salvini' ricorda un po’ le riunioni casalinghe che venivano organizzate per presentare i prodotti dell''Avon: tutte le signore del condominio al piano di sopra, intorno ad una valigetta aperta, piena di profumi e rossetti, l'eco lontana di una struggente canzone di Claudio Villa. Il modello 'Meloni' consta di una confezione che contiene una sedia pieghevole, un tricolore di nylon e un succo di frutta. Si è ammessi solo per invito. Rigorosamente a due metri l'uno dall'altro, e si agita la bandiera tutti insieme, a comando, battiam battiam le mani, ma piano, più piano, sotto, a quest'ora, c'é gente che dorme. Il modello 'Grillo' ha fatto epoca. Una piazza piena zeppa di gente. Cominciavano e finivano con un impetuoso vaffanculo. Un mantra che durava ore, e non si stancavano mai. Grillo, normalmente c'era. Quando non c'era, potevi essere sicuro di trovarlo dietro il palco, piegato su se stesso, che si stava scompisciando dalle risate.

Io sono convinto che, nel meditare a scoppio ritardato sull'ossatura dello Stato moderno, Montesquieu si fosse accorto di essersi dimenticato della piazza e che non avesse avuto il tempo di rimediare: ma la piazza vera, che non é la sua caricatura, né il suo surrogato. Fino a qualche anno fa si diceva che quello italiano era un sistema tri-camerale, la Camera dei Deputati, il Senato e 'Porta a Porta' di Vespa. Poi, si sono moltiplicate le frequenze e sono aumentati i canali. Non si fa più la fila. Un viavai continuo. C'è posto per tutti. L'esperto che non sa una sega. Il politico, alla Toninelli, che, a vederlo, hai sempre l'impressione di averlo conosciuto da piccolo, nel giocare allo schiaffo del soldato, che tornava sempre a casa mezzo intronato. Il sindacalista, alla Landini, che quando era a capo dei metalmeccanici sembrava un vecchio pittbull, istoriato di cicatrici, e che adesso – divenuto segretario generale della CGIL – abbaia sottovoce, quasi di nascosto, come un cagnolino perbene.

L'operetta al posto dell'Opera. L'avanspettacolo al posto della tragedia. Dei burattini al posto del popolo. Se non fosse stato per la piazza e per tutte quelle camicie bianche che vibravano come un'unica ameba, Evita Duarte e Juan Peron avrebbero trascorso la loro vita, uno di fronte all'altra, in uno stanzino appartato della Casa Rosada, l'alito di luce che spiove da una finestra socchiusa, lui ad abbassare alternativamente il braccio destro e il braccio sinistro per dipanare un filo di lana, e lei a raccoglierlo in un gomitolo. Se non fosse stato per i sassi e per i roghi di Valle Giulia, il Sessantotto sarebbe stato come i film di Leone senza le note di Morricone, o come la musica di Morricone senza le immagini di Leone.

La piazza non è un monopolio degli scontenti di professione o degli adoratori del capo. È il vortice di Balla. Il brodo primordiale da cui si é sviluppato il vizio alato della politica. È partecipazione, iniziazione, presenza Non può conciliarsi con questa democrazia retrattile che si è completamente ritratta, dopo aver tolto di mezzo le sezioni di partito per liberarsi dei miasmi del Territorio (altro che la puzza al naso di un Casalino...) e per isolarsi dalla 'gggente' che ha sempre qualcosa da chiedere, che rompe, porca troia se rompe.

L'oligarchia detesta le masse. Ama la dispersione, le divisioni, il pulviscolo, le mischie nelle stradine e nei vicoli. Ma la piazza, no. Per favore, no. È come la testa d'aglio e l'esorcismo per il demonio. La TV, invece, va bene. Uno schermo, un limite invalicabile, tra te e loro. Tra il loro mondo, tutto a colori, e te, in bianco e nero, che te ne stai sprofondato nel divano con un pacchetto di patatine in mano. Loro sono dei mostri. Ma tu non scherzi.

 


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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