Sete di Giustizia

La demagogia, si sa, conduce inesorabilmente alla tirannide se non si dispone di “armi” adatte a contrastarla. E così, oggi gli uomini si trovano sempre più stritolati in una gabbia che cerca di soffocare con ogni mezzo anche le grida dei più temerari. Ma la voce, seppur tonante, non basta, urge uno sforzo superiore, al quale convergano le anime di molti: una rinnovata azione di Giustizia. Ahimè, essa non solo ha abbandonato da molti lustri l’acre terra degli uomini, dai quali, peraltro, viene di rado invocata, e quasi sempre fraintesa, ma oggi trova le “forze migliori” spente e paralizzate, incapaci persino di recuperarne l’immagine.  Tale triste quadro ci offre tuttavia uno spiraglio ad una più profonda comprensione di questi tempi, e ad una speranza di azione.

Se la “parte” che è chiamata ad operare per il Bene, per ignavia, ignoranza e piccolezza umana, abdica a tale dovere, ecco che sarà la “controparte”, assai più astuta e pronta, a rivendicarne la paternità. Si sostiene che l’Anticristo proverebbe dalla tribù di Dan, e Dan significa in ebraico “Giudice”: «Dan giudica il suo popolo come una delle tribù d'Israele» (Gen 49,16). Ora, guardiamo su quale sponda si raggruppano le orde che accendono fuochi per la giustizia, un’idea senz’altro sfasata di giustizia! Ma è del far proprio un principio, che ci dobbiamo curare, più che della sua singolare deformazione. E così l’Anticristo si presenta come “Giudice” o “Giustiziere”, premuroso verso i problemi umani e sociali, dotto e filantropo, non solo più affascinante, ma anche migliore dei cosiddetti “cristiani”, che paiono occupati in tutt’altro, avendo di fatto abbandonato non solo la strada della Giustizia, ma avendo disertato il più vasto campo della Storia. Se è pur vero che il Male ha la sua parte da giocare, che la Provvidenza si avvale anche delle forze delle tenebre, e quindi anche dell’Anticristo, chi si escluderà da questa partita, resterà fuori anche da quella più importante, quella eterna.

Il gioco però non deve condurre ad una semplice opposizione, guidata da animi coraggiosi quanto ingenui, ma al superamento dei due poli che eternamente si oppongono e si abbracciano: Reazione e Rivoluzione. Un regime reazionario susciterà prima o poi una Rivoluzione; questa si tramuterà poi in un regime al quale nuovamente succederà una Reazione e così via secondo la legge psico-cosmica dei rimbalzi. Entrambe queste forze custodiscono piccoli germi di verità, mescolati a storture, ma entrambe sono governate da un’unica forza sotterranea: la Sovversione. Mettersi dalla parte della Tradizione significa allora aver compreso come Traditio veritatis e Traditio legis devono restare congiunte, in una sintesi che dall’alto comprende gli opposti antagonismi. La Restaurazione del mondo originario e integrale ha da essere pertanto non solo spirituale e religiosa, ma anche politica, morale e sociale. Se Roma è simbolicamente la città della Giustizia, Gerusalemme è quella della Pace. La Giustizia attiene all’Impero, la Pace alla Chiesa. Né l’una senza l’altra, pena la tragica rottura dell’armonia cosmica.

Al di là della sfera individuale si situa la Giustizia, per entrare in quella comunitaria e pertanto spirituale. Di più, anzi, trascendente, perché travalica i confini di questa vita per dimorare in quella dell’eternità, dove essa appunto regna. Ma è anche qualcosa di connaturato all’essere umano. Davanti alle gabbie della sovversione che si fanno ogni giorno più asfissianti, ai “crimini” della vile compagine politica, culturale e mediatica, dovremmo allora assistere ad un sussulto di Giustizia, che fa tremare non solo la terra ma anche i cieli. Un sussulto che rivendica una dura pena per i colpevoli, ma allo stesso tempo getta le fondamenta per un nuovo edificio culturale e sociale. E invece il silenzio ci inghiotte.

L’individualismo erige trionfante le proprie torri. Inutili e vuoti gli stendardi religiosi di chi vorrebbe non esserne infetto; sono solo stracci scossi dal vento. Non siamo più capaci di pensare - e figurarci di sentire! - il Bene come un piano che trascende ogni “piccolo bene” dei singoli. Giustizia è riequilibrio della bilancia cosmica, attraverso l’espiazione, spesso collettiva, talvolta cruenta. È sintesi, che non vuol dire affatto somma delle singole parti. Qui si manifesta la vera fede, capace di superare le barriere dell’individualismo.

Non ci può essere, però, Giustizia senza una vera Misericordia e senza le ordinate forme della Bellezza. Questo celeste triangolo costituisce il piano dei princìpi della Creazione, dove Giustizia e Misericordia rappresentano le due espressioni dell’unico Amore. È il triangolo sede dell’essere spirituale; in effetti solo l’uomo spiritualizzato può accedere alla Conoscenza delle leggi ontologiche.

Per cui, solo uomini che sono ascesi al loro piano spirituale saranno capaci di operare la Giustizia, di prodigarsi affinché sia “fatta Giustizia”, poiché prima di ogni altra cosa, saranno capaci di riconoscerla. Non è dunque un caso che il “segno” della presente pandemia conduca rapidamente all’instaurazione di una tirannide. Rimasti ciechi e sordi al significato del “segno”, quest’ultimo si rovescia e guida le forze sovversive al loro traguardo. Prima occorre riconoscere la validità del “segno” - del castigo - per divenire infine capaci di lottare per la Giustizia. Sono gli occhi e le orecchie che devono tornare a vedere e a sentire, perché come magistralmente sintetizza la de Souzenelle, «il cristianesimo non è una morale, ma una terribile liberazione per l’accesso alla coscienza delle leggi ontologiche».

Questo tempo è davvero oscuro e fecondo, è il tempo della Chiesa di Laodicèa, quella appunto della “giustizia del popolo”, ma anche quella che prepara il manifestarsi del “popolo giusto”. Non possiamo scansare il destino che ci è stato preparato. Alle acque del fiume della Giustizia devono accorrere tutti gli assetati, per poi agire, lottare perché il fiume divenga un mare. Aprirsi alla Giustizia è aprire la porta a Colui che bussa e che chiede di cenare con noi (Ap 3,20). All’opposto della separazione, dell’isolamento che uccide, sta l’intimità, segno carnale della fratellanza spirituale fra gli uomini, patto che costruisce un popolo. Soltanto questa è allora la via, una via che conduce alla ricompensa più grande: la Pace, poiché “opus justitiae, pax”, ma spesso solo dopo che il sangue vermiglio abbia colorato la terra.


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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