Crolli l'occidente, sorga l'Europa

Le proteste per la morte di George Floyd negli Stati Uniti, come facilmente intuibile, hanno scatenato un dirompente effetto di emulazione in molti paesi europei.
A Londra i fan di Black Lives Matter hanno buttato giù un paio di statue di lord schiavisti e imbrattato diversi monumenti (da quello dedicato alla Regina Vittoria a quello di Winston Churchill). Ad Anversa in Belgio, è stata severamente imbrattata la statua equestre Leopoldo II, sovrano estremamente favorevole alla discussa stagione coloniale del paese.  In questo caso, è persino apparsa una petizione su Internet per farla rimuovere ufficialmente in linea con le ragioni dei manifestanti.

Delle svariate manifestazioni indette in Italia, invece, l’unica ad aver raggiunto vette vagamente simili è quella di Torino, con dei graffiti sulla statua di Vittorio Emanuele II di Savoia. In molti sono comprensibilmente rimasti sconvolti, per non dire disgustati davanti a questi atti di vandalismo.
L’abbattimento o anche la sola devastazione di un monumento, rappresenta in maniera distinta e visibile la rottura netta con un passato ideale, eternato dalla visione che un popolo ha della sua stessa storia. Sin dai tempi di Roma, senatori e imperatori facevano rimuovere epigrafi, busti e statue di figure ritenute (in genere ex-post) e quindi da cancellare dalla storia condivisa: la damnatio memoriae, la più dura soluzione di continuità che sia stata concepita dalla civiltà e che continua a vivere anche oggi attraverso questi gesti.

Da un lato possiamo e dobbiamo denunciare queste barbarie, interrogandoci su quanto appaia ridicolo avviare questo processo di rottamazione memoriale principiato negli Stati Uniti d’America che, poco dopo la Guerra di secessione, avevano eretto quei monumenti agli eroi della Confederazione in ragione della causa della pacificazione nazionale, non certo per celebrare la schiavitù. Ma dall’altro dobbiamo seccamente rifiutare quella retorica che sembra volerci chiamare alle armi per combattere quella che viene presentata come l’ultima guerra, il Ragnarok del sovranismo conservatore de noaltri.

La parola d’ordine in simili lidi è in fatti una sola: difendere la civiltà occidentale. Ma cos’è questa civiltà occidentale? Che significato storico assume e perché sorge nel nostro vocabolario con tanta veemenza proprio nel momento in cui gli Stati Uniti d’America sembrano sperimentare un clima di scontro interno pilotato che tanto rassomiglia a quelli che per decenni ha scatenato in tutto il globo? Indebitamente la vediamo associata alla società europea per come viene descritta ne Il Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Eppure Spengler, e con lui il fiore dell’intellettualità tedesca di inizio ‘900, hanno ben chiaro cosa sia l’Europa. Essa è figlia di quel Nomos, di quella Legge che Carl Schmitt definirà della terra. L’Europa contemporanea si delinea infatti come figlia di quel processo di definizione (frutto di secoli di guerre anche fratricide) e limitazione territoriale all’interno dello spazio continentale occupato dai popoli europei: uno spazio che nella sua complessità riconosceva uno jus publicum condiviso perché contiguo all’idea di guerra e conflitto che l’intero mondo europeo condivideva e sperimentava sulla propria pelle. Per Schmitt, l’Occidente è invece figlio del Nomos (o Legge) del mare, dove mare è un’allegoria per l’illimitato che non costituisce territorio statale, per questo motivo è aperto alla libera circolazione di merci, persone ed eserciti.

Questo tratto originario che Spengler negli Anni della decisione definirà in maniera meno elegante piratesco si colloca nel solco di quelle potenze europee che (a detta di Schmitt quanto di Spengler) si sono sottratte per circa 300 anni dallo spazio europeo cercando non soltanto fortune, ma spazio di libera conquista (priva di ogni elemento normativo) individualista nei Nuovi Mondi (a prescindere dalle latitudini in cui questi si trovassero). Per Schmitt alla base di questa tendenza (che è ancestrale e propria delle collettività umane da quando hanno fatto la loro comparsa sulla Terra) in Europa, gioca un ruolo rilevante anche l’anti-rominischer Affekt, altresì lo spirito anticattolico e antiromano che si genera nelle terre dove la diffusione dell’eresia luterana e calvinista è più marcata essendo, per il giurista tedesco, la Chiesa cattolica fonte assoluta del diritto europeo (e, in tal senso, baluardo del diritto romano).

Non è un caso che su spinta della teologica cattolica ben rappresentata dal SdD Bartolomeo de Las Casas, l’Imperatore di Spagna e del Sacro Romano Impero Carlo V proibì la tratta atlantica degli schiavi nel 1542, mentre occorreranno ben 323 anni perché avvenga altrettanto tra colonie inglesi africane e Stati Uniti d’America.  Quel limite teologico, morale, giuridico è ciò che ha determinato l’Europa per come la conosciamo, distinguendola dalla mera somma di luoghi in cui l’uomo europeo ha messo piede, in testa il Commonwealth anglo-sassone. Sarà proprio quest’ultimo a dettare regole nel Trattato di Parigi del 1919 ponendo, secondo Schmitt, la pietra tombale sullo jus publicum europeo.

L’Occidente non è l’Europa né una sua estensione ma, piuttosto, il suo confusionario scioglimento nell’indefinito post-coloniale che, oltre a fallire nella sua ambizione multiculturale, fatta di individualismi ipertrofici signori, ciascuno, delle proprie “miniarchie” in perpetuo conflitto con le altre, tenta di ergersi ad exemplum per l’intero pianeta. Ma aldilà dell’aspetto ontologico, si impone soprattutto quello politico: ad ottantanni dalla fine della Seconda guerra mondiale (che fu sotto tanti aspetti il compimento della Prima), possiamo dire che chiamiamo Occidente null’altro che l’Impero a trazione statunitense.

Ecco che “Occidente” nel suo originario non-limite può essere a targhe alterne il Giappone e la Corea del Sud (alleati  storici degli USA nel Dopoguerra), ma non la Russia e la Polonia (fintanto che non è stata redenta dall’ingresso nella NATO). Siede a pieno titolo ne l’Occidente Tel Aviv, ma non l’Avana (anche se la maggioranza della classe dominante cubana è di origine europea). Occidente, del resto, è nozione metageografica: ci riporta alla frammentazione del mondo conosciuto inaugurata da Diocleziano con la divisione dell’Impero romano. L’Occidente è prerogativa imperiale e si reputa esso stesso unico autentico Impero contro l’autocratica Bisanzio e i barbari fuori dai suoi confini.  Tutto è Occidente se collocato all’interno delle mura, se parte della Civitas imperiale.  Solo che di questo impero l’Europa è periferia, molto più periferia di El Salvador e del Guatemala.

Ed ora che questo impero (che ha più di mongolo che di romano) inizia a crollare sotto le sue contraddizioni, i patrioti delle nazioni europee devono impugnare l’ardore che fu di Arminio e gridare ad alta voce nell’imminenza di questo crollo generale (se di vero crollo si tratta, cosa che dubitiamo): “noi siamo Europa, non occidente”. 


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