La comunità afrikaner di Orania

In un recente articolo[1], ho chiarito come, dati alla mano, sia errato parlare di “genocidio dei bianchi” in Sudafrica o di un fallimento del governo post-apartheid. Questo non toglie naturalmente che permangano, a fianco di gravi problemi sociali ed economici irrisolti, tensioni razziali tra bianchi e neri, o tra neri autoctoni e immigrati. Presso una minoranza della popolazione bianca, la situazione è comunque percepita come particolarmente grave, per cui è sorta l’idea di costituire un Volkstaat, ossia uno Stato etnicamente omogeneo, autonomo o indipendente, dove gli Afrikaner possano autogovernarsi. Questo punto di vista non era affatto condiviso dal governo nazionale, che sperava di continuare a mantenere la dittatura razzista di una minoranza su tutto il Paese.

Il caso di Orania rappresenta invece un interessante esperimento in una direzione differente rispetto all’apartheid, e conforme invece alla realtà di fatto di un Paese plurietnico. L’iniziativa risale al dicembre 1990, quando Carel Boshoff, genero dell’ex-Primo Ministro Henrik Verwoerd, acquistò un villaggio di poche decine di case, chiamato Orania, nella parte settentrionale della Provincia del Capo, cioè in quella regione occidentale del Sudafrica, storicamente abitata dai San (boscimani), e oggi popolata soprattutto da Coloured (meticci di origine europea, khoisan, bantu e asiatica). Questo dettaglio è importante, perché in questa parte del Paese, i contrasti razziali sono meno forti, rispetto alle province nord-orientali, abitate da popolazioni bantu e poi colonizzate dai boeri. Nel giro di una decina d’anni, la comunità aveva raggiunto i 500 abitanti, e sviluppato una propria economia e istituzioni proprie, fondando la propria autonomia sul diritto all’autodeterminazione garantito dalla Costituzione promulgata da Nelson Mandela nel 1996

Orania appartiene ad un’azienda privata, la Vluytjeskraal Aandeleblok, che ha per azionisti circa 400 cittadini, e che si occupa della gestione dei servizi municipali, mentre l’amministrazione e la rappresentanza politica spettano al Consiglio rappresentativo, eletto da tutti i cittadini (anche quelli che vivono in affitto). Un comitato vaglia le richieste di acquisizione della residenza, richiedendo l’identificazione con la cultura Afrikaner, che è tutelata e promossa dalle istituzioni educative e culturali locali. Tuttavia, non vige un rigido esclusivismo razziale: il censimento del 2011 mostra una piccola percentuale di Coloured (1,90%) e di neri (0,90%). Infine – aspetto molto importante in un Paese con un alto tasso di criminalità – Orania non ha una propria forza di polizia, ma gestisce l’ordine pubblico e le piccole controversie a livello locale, attraverso il controllo di vicinato e la mediazione, il che lo rende comunque un ambiente molto sicuro, specie rispetto alla media nazionale.

Dal punto di vista economico, la comunità si finanzia da sé. Nel 2004 è stata introdotta una valuta locale, l’Ora, disponibile sia in contante che in digitale. Sono presenti oltre un centinaio di aziende, per lo più agricole – Orania è uno dei principali produttori nazionali di noci pecan –, ma si stanno sviluppando anche i settori edile e turistico. Inoltre, c’è una forte attenzione alla questione ambientale, con progetti di bike-sharing, di riciclaggio dei rifiuti e di produzione di energia solare. C’è però un limite molto importante, rispetto ad altre realtà rurali afrikaner: Orania è una comunità monoetnica, e rifiuta il concetto di Baasskap, cioè sfruttare manodopera nera a basso costo. In questo villaggio, tutti i lavori, anche quelli manuali più umili, come la raccolta dei rifiuti o la lavorazione dei campi, sono svolti da bianchi afrikaner. Questo fattore tende a mantenere alto il costo del lavoro e, al tempo stesso, a limitare i redditi medi e scoraggiare l’immigrazione. Infatti, la crescita è stata costante, ma ancora nel 2018, la popolazione raggiungeva appena le 1600 anime.

Questo approccio marca una differenza importante rispetto a quello di altre associazioni afrikaner. A livello elettorale, Orania è una roccaforte del Freedom Front Plus, che difende gli interessi della comunità afrikaner, ma prende le distanze rispetto al suprematismo violento e revanscista portato avanti da una minoranza di boeri. Quando Eugène Terre’Blanche, capo del violento e armato Movimento di Resistenza Afrikaner (AWB), fu assassinato da due suoi braccianti neri per questioni di paga, Boshoff rifiutò di assistere al suo funerale, affermando chiaramente: «Lui scelse la via del confronto, del conflitto. Noi vogliamo un’altra via […] Noi siamo cittadini del paese. Vogliamo svilupparci con l’aiuto del governo». Infatti, Orania, nel corso degli anni, è stata visitata dai più importanti esponenti della politica nazionale, a partire da Nelson Mandela stesso (nel 1995) e l’arcivescovo Desmond Tutu (2010), per arrivare a politici più radicali come Julius Malema (2009) e  il presidente Jacob Zuma (2010). Al tempo stesso, Orania ha intrapreso collaborazioni con altre comunità rurali di razze differenti, come Emnyameni (Xhosa) ed Eersterust (Coloured).

Qui sta la differenza radicale – e su cui non insisteremo mai abbastanza! – tra il razzismo o lo sciovinismo, che condanniamo senza appello, e una prospettiva comunitarista che si propone di preservare le differenze e le identità delle comunità e dei popoli, di contro alle perniciose utopie cosmopolite, ma promuovendo al tempo stesso la solidarietà e la collaborazione per il bene comune.

 

[1] http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/il-mito-razzista-del-genocidio-dei-bianchi-in-sudafrica/


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