Il respiro del sangue

Questo è un tempo sospeso, ma anche velocissimo, dove il tragico convive con piccole scintille di sublime, la grazia con la rovina. Un tempo che sta svelando il segreto di molti cuori – piccola ma significativa benedizione - perché il fare verità è condizione necessaria ad ogni “nuova” azione, ad ogni “nuova” traiettoria. Serve però lo sforzo più importante, cercare la profonda verità che componga il quadro tutto intero, o perlomeno ne tratteggi la figura. Non voler leggere i Segni che la Storia ci mette davanti, sarebbe di una gravità imperdonabile, perché qui, in questa Voce che dall’alto ha tuonato all’Uomo, si gioca la Salvezza nostra e di molte anime. Di fronte al silenzio agghiacciante dell’umanità, preludio di morte, bisogna allora osare una risposta.

Certamente per i Cristiani, l’uomo è un microcosmo, ma anche un mikrotheos, poiché è costituito ad “immagine di Dio”. Scrutando allora con questi occhi l’uomo, noi diveniamo capaci di comprendere anche il Cosmo e Dio, perché nella sua costituzione, l’uomo appunto rimanda alle realtà archetipali, alle quali è unito come una corda che riceve tutte le risonanze dell’universo. Ora, il corpo può essere vivificato, cercando di farsi manifestazione del “mondo superiore” oppure semplicemente mantenuto in vita, in un dualismo che in realtà è mortifero.

Questa piaga - uso volutamente tale termine – che va spargendo il suo contagio e talvolta la morte, dall’Oriente all’Occidente, interessa il sangue e i polmoni: realtà distinte, ma allo stesso tempo strettamente unite. Il nome di Adamo, figura di ogni uomo, è “Dio nel sangue”. E il sangue è anche il respiro di Dio, come evoca il libro del Deuteronomio (Dt 12,23), vita che raggiunge i confini del corpo. A questo flusso si combina quindi l’opera del polmone che è “signore del soffio” che analogamente a tutta la creazione respira andando dall’uno al molteplice e dal molteplice all’uno. Cuore e polmoni si insediano nel petto dell’uomo, in un triangolo che simboleggia ai suoi angoli, Giustizia e Misericordia, unite e sintetizzate al vertice, dalla Bellezza. Giustizia e Misericordia come il battere e il levare del grande ritmo delle leggi ontologiche; Bellezza come ritmo armonioso, misura ultima di ogni cosa, che si fa anche preludio di visione. Dal torace, l’uomo che si allinea al celeste ritmo, apre la porta che lo conduce alla luce dell’intelletto, il Padre (visione appunto).

E di cosa è malata questa umanità se non di un tragico allontanamento dalle leggi ontologiche che genera sofferenze non solo per essa, ma anche in tutto il cosmo che vibra insieme a lei? Un’umanità che ha perduto completamente l’armonia del ritmo e vive perciò in costante aritmia, generatrice di ingiustizie e tirannie; un’umanità ormai incapace non solo di creare qualsivoglia forma di Bellezza, ma perfino di riconoscerla! E poiché il soffio si collega anche all’ascolto e alla fonazione, questa è un’umanità che manifesta la sua triste sordità. Essa ha infatti perduto la maestria della parola, “segno” che evoca le realtà soprannaturali, perché divenuta sorda, condannandosi così ad un’esistenza assurda (ab-surdus). Questo blocco dell’energia che scorre nel petto ha generato uno scivolamento verso le regioni più basse delle pulsioni che si agitano incontrollate, delle emozioni che non si lasciano vivificare dal pensiero. La discesa negli inferi del terrore e del panico, nella milza, cimitero dei globuli rossi. Uno sprofondare nella terra che si fa sempre più arida e che costringe l’uomo alla sua dimensione animale impedendo ogni spinta che conduce alle porte dell’intelletto.

Ma approfondiamo ancora. Questa piaga si sta abbattendo durante il Tempo Pasquale, in quell’arco maestoso che congiunge la Quaresima con la Pentecoste. Dalla Passione, in cui il sangue versato si fa sacrificio di unione che vivifica l’uomo e il cosmo intero, al soffio dello spirito alitato sui discepoli il giorno della Pentecoste, si compie il percorso che simboleggia la lotta di ogni uomo con la propria ombra – Satana – nell’incontro finale con il proprio Nome interiore per reintegrarlo e ascendere alla luce del cielo. Solo inserendosi in questa energia unitiva rappresentata dal sangue e dal soffio, si oltrepassa la porta che attraverso la cervice termina nel capo. Non era forse Dio “alla testa” del suo popolo (Sal 68,8), nel deserto che lo avrebbe condotto alla sua deificazione? Il virus scatena negli organismi “predisposti” una reazione infiammatoria esagerata. Anche qui è simboleggiata la lotta contro lo straniero, il nemico, che invece altro non è che la mia dimensione incompiuta, la mia adamah, che devo riconoscere e integrare. Non un lottare contro, ma un lottare con. Non una guerra, ma un matrimonio interiore.

E inoltre, come nel Sabato della creazione Dio si ritrae, così fa davanti alla croce che inchioda il Figlio, e poi ancora quest’ultimo lascia “i suoi” per tornare al Padre. Dio crea espirando, poi però si ritrae (Sabato) come in apnea, lasciando all’uomo il compito dell’inspirazione. Questo ritmo alternato è ritmo di vita che si ripete identico per ogni storia umana, fino alla riconquista della somiglianza divina perduta dopo l’esilio dall’Eden. Duemila anni fa, dalle tenebre in cui era sprofondata un’umanità che adorava con le labbra ma non col cuore, sorse una Luce più potente di qualunque sole. Oggi, in questo deserto freddo e oscuro, dove ogni speranza parrebbe dissolta, Dio ancora una volta si è ritirato, ma è solo come estremo atto d’amore, per dar spazio all’azione dell’uomo. Sprofondato negli abissi della dimensione fluttuante e lunare, l’uomo, quasi moribondo, deve invece riacquistare la verticalità simboleggiata dal binomio cardio-polmonare e così raggiungere la sua vera statura spirituale. Giunto al massimo della sua disintegrazione interiore, della sua distanza dal prossimo e dal cosmo, l’uomo deve riallinearsi alla “via del sangue”, via di unificazione, dell’esterno con l’interno, della terra con il cielo. In questa età del ferro - ferro che dà colore al sangue, appunto! - esso andrà purificato nel battesimo di fuoco a cui ogni anima andrà presto incontro, che lo voglia o meno, per divenire infine argento.

Questa Voce potente, è quindi linguaggio di crescita e purificazione verso l’unità finale. Ma ogni purificazione è attraversamento di morti e risurrezioni, in una continua danza il cui ritmo si trova nel soffio del sangue. Se però l’uomo si ostina a non comprendere tali Segni, non può però fermare quest’energia di mutazione, che, allora, si manifesta come terribile e infera. Vi è infatti anche un piano rovesciato che esala i suoi fumi dalle profondità maleodoranti. Un piano che a suo modo collabora alla Grande Opera divina seppur con segno apparentemente opposto. Ecco dunque il precipitare sovversivo del distanziamento sociale, delle assurde regole sociali che tolgono l’aria fino a soffocare, dei rapporti ridotti alla virtualità, che accelerano la già compromessa percezione del prossimo come un sospetto, un nemico. Allontanamento esterno che ovviamente estremizza ancor più quello interno. L’esplosione manifesta del panico, l’ipocondria che si celavano nella psiche di milioni di individui altro non è se non certificazione di un estraniamento da se stessi, dal nostro vero centro. Chi non ha combattuto i suoi demoni per integrarli, come Giacobbe, si condanna ad essere schiavo delle energie incompiute e perciò diaboliche. Se non inseriamo ciò che sta accadendo nella giusta dimensione spirituale - perché solo di questo si tratta! -  non avremo mai la forza per opporci alla tirannide che non solo uccide i corpi ma soprattutto mortifica le anime. Attenzione quindi anche a non avere gli occhi puntati verso il basso: si finisce per cadere nelle spire della Criptopolitica da cui è difficilissimo riemergere.

Ciascuno di noi è “figlio” e deve comprendere che in ogni castigo o rimprovero del Padre è insita la dynamis, la forza che deve generare crescita e mutazioni, per un rinnovamento totale della vita. «Va’ e da questo momento non scostarti più dalla tua traiettoria originaria» (Giovanni 8,11), si può meglio intendere la frase di Cristo all’adultera. Il discepolo amato, poggiò il capo sul petto del Maestro, si riallineò così al ritmo della creazione, prima di librarsi, come aquila - portatrice delle energie divine - nelle altezze del cielo dove ebbe in grazia la visione ultima. Nel cuore e nel polmone, è il recupero del ritmo archetipale, della vera Giustizia che si informa di Misericordia, della “tremenda” Bellezza, riflesso dello splendore celeste. È la chiamata finale a cui nessun uomo si può sottrarre, nemmeno i cosiddetti “credenti”. Anzi, proprio a loro, questa Voce grida con ancora più forza, perché irrigiditi in una falsa religiosità si illudono di essere già salvi. Nella bufera che tutto distrugge, un piccolo resto deve segnare la via, per un rifiorimento spirituale che dall’albero rosso di sangue, ci riporti ad essere come l’albero verde che campeggiava al centro dell’Eden.

Molto si può e si deve approfondire, per allargare ancora la visione. Qui si è voluto dare il primo tratto di pennello, per un’urgenza che non poteva più essere taciuta. Lasciamo alla buona volontà dei lettori di meditare in silenzio, certi che si potranno scoprire gemme insperate. Del resto, le parole, non possono racchiudere pienamente le realtà infinite. Esse si completano solo con l’attraversamento del Mistero, nell’alternanza di albe e notti, di soffio in soffio.


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