Vogliono una scuola che non insegni più

Nei giorni scorsi ha fatto molto parlare di sé il Ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, deputata del M5S, che in una prima intervista in merito alla stesura del decreto legge commentato domenica nella conferenza stampa di Conte e affini.

Azzolina aveva inizialmente dichiarato che per quest’anno scolastico non ci sarebbero state bocciature, rimandi e addirittura gli esami id stato; successivamente ha corretto il tiro precisando che gli esami ci saranno, seguendo le modalità a distanza adottate fino ad oggi. Se queste già sconcertanti parole non bastano, conviene allora considerare la simpatia della signora quando ha dichiarato che sono stati già depositate nelle casse degli istituti scolastici italiani 70 milioni di euro. Una grande cifra? Per niente. In Italia, stando ai dati del Ministero, abbiamo 57'831 istituti; dunque, se la matematica studiata alle Elementari non è un’opinione, si tratta circa di €1’200 euro circa per ogni istituto. Soldi che, a dire del Ministro, dovrebbero bastare per coprire le spese dei supporti didattici (computer, tablet, ecc.) per gli studenti meno abbienti, permettendo così di garantire l’accesso all’istruzione, come indicato nella Costituzione. In aggiunta, ha annunciato anche la probabile soppressione dei concorsi per l’insegnamento, prolungando così ulteriormente il già interminabile esodo dei migliaia e migliaia di laureati o precari che aspettano, sconfortati, di poter ottenere un posto nel lavoro per il quale hanno tanto faticato.

Al di là del dato economico, ridicolo in sé perché le nostre scuole già vertono in condizioni di precarietà economica imbarazzante da decenni e il vergognoso abbandono da parte dello Stato è colpevole con perpetua continuità fra i fari governi, occorre riflettere con attenzione sull’elemento centrale dell’istruzione: gli studenti.

Ogni studente è un bambino, un ragazzo, un giovane. Una persona. Come tale, ha una dignità ontologica, ovvero del suo essere stesso, che è unica ed irripetibile, ordinata ad un fine di perfezionamento e realizzazione integrale della propria esistenza. La Scuola è, dopo la famiglia, quella realtà che può fregiarsi del titolo di “istituzione” proprio in virtù della nobiltà morale e, di conseguenza, giuridica che ha perché è la dimensione nella quale la persona viene formata a vivere, viene istruita nelle scienze dello spirito e della tecnica, ma ancor di più compie i passi della conoscenza di sé e del mondo per diventare protagonista della propria vita e poterla realizzare in pienezza.

Gli antichi greci lo sapevano bene: la paideia, ovvero l’educazione, è una questione talmente delicata da essere considerata un’arte sacra, e l’insegnante una sorta di demiurgo con una missione divina, quella di tirare fuori dal bambino la ricchezza che c’è in lui, tramite il metodo maieutico come fanno le ostetriche quando aiutano una donna a partorire; di più, il pedagogo è colui che ha anche la possibilità di plasmare, nel bene come nel male, l’animo del fanciullo, imprimendo in lui i caratteri della virtù o quelli del vizio. Una formazione che è talmente grande da essere essa stessa una azione politica, dicevano Platone e Aristotele, perché essendo la politica il “prendersi cura del bene comune” è logico che formare persone alla vita buona significhi formare lo Stato, formare la politica volta al bene, sia per coloro che questa la conducono col governo, sia per coloro che la esercitano con la partecipazione. Ecco il perché della straordinaria importanza e nobiltà degli insegnanti, veri e propri missionari della grandezza umana, nelle cui mani risiede un delicato potere e sulle cui spalle pesa una enorme responsabilità.

Dunque, davanti a tale cruciale importanza della scuola e della formazione che impartisce - volutasi nel corso dei secoli con migliaia di studi antropologici, psicologici, sociologici, metodologici, didattici, neuroscientifici e tecnici fino a raggiungere livelli di approfondimento e di pioneristica impressionanti – in un momento critico come quello attuale, in un’epoca dove i giovani sono, dati alla mano, sempre più ignoranti, incapaci di acquisire i processi cognitivi elementari in maniera corretta perché, come dimostrato di massicce ricerche, cognitivamente danneggiati dall’apporto massiccio di supporti modulati digitali come tv, computer, cellulari, tablet, videogiochi, con rendimenti scolastici disastrosi e fenomeni di brutalità e inciviltà raccapriccianti; nel tempo in cui i giovani non sono più capaci di parlare, relazionarsi, narrare di sé, moralmente vuoti e senza alcuni prospettiva di vita; davanti all’aumento spaventoso, nell’ultimo ventennio, di disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento come DSA, ADHD, dislessia, discalculia, disgrafia e molti altri; quando la società al di fuori della scuola è un turbolento degrado senza più valori e solidi riferimenti, e persino le famiglie sono incapaci di garantire una minima ed adeguata formazione umana elementare ai propri figli; in una situazione economica mondiale che non prospetta certo successi e soddisfazioni; ai tempi del coronavirus, quando l’umanità ha finalmente l’opportunità di riflettere sui propri errori, cercare di imparare dal male fatto e rimediare decidendosi per una via migliore che trasformi completamente la Terra; ecco, in tutto questo, viene proposto di infliggere ai nostri giovani il colpo di grazia, per decretare così la morte definitiva di quel barlume di speranza che in essi poteva risiedere.

Chiunque abbia un minimo di buon senso, senza nemmeno scomodare gli esperti delle scienze dell’educazione e della formazione, facilmente capirà che l’idiozia di annientare gli ultimi criteri docimologici facendo passare l’anno a tutti indiscriminatamente è una follia, è un gesto criminale di vero odio verso gli studenti, verso le loro famiglie, verso la Patria intera. È l’anti-pedagogia per eccellenza.

Un padre buono, una madre amorevole, quando il figlio sbaglia si prodiga per fargli notare l’errore, mostrandogli la soluzione buona e dandogli l’esempio, accompagnandolo per Un popolo di capre ignoranti è meglio di un popolo che pensa, riflette, agisce, si ribella. E loro questo vogliono, una Scuola che non insegni più ma che sia soltanto apparenza, mentre lo spirito, la mente e il corpo dello studente invece di crescere armonicamente vengono destrutturati fino alla probabile impossibilità definitiva di essere riuniti e di portare la persona alla sua integrale ed autentica felicita.

Ci sarebbero molte altre questioni da toccare; il mondo della Scuola è meraviglioso, i problemi sono tanti, ma il coraggio con cui gli insegnanti proseguono nella loro missione è più grande di ogni problema. Eppure, abbandonati a sé dall’inesistente Stato sociale, ancora una volta ricevono un duro colpo.

Dobbiamo tenere presenti queste cose, questo operato colpevole del Governo e dei suoi Ministri. Facciamolo ora, finché siamo in tempo, perché non sappiamo quanto ne abbiamo e la vita dei nostri bambini, ragazzi, giovani vale infinitamente di più della volontà di qualsiasi politico.


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Editoriale

 

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