Che fine ha fatto l’estetica della musica? [5]

Eppure, la musica è un prisma dalle mille facce che da sempre attira a sé qualsiasi persona. L’estetica musicale, come giunta fino a noi, non è una disciplina definibile in termini rigorosi: si presenta come un intreccio di riflessioni interdisciplinari, in particolare di matematica, di fisica acustica, di psicologia, di linguistica, di storia, di sociologia e certamente anche di filosofia in senso stretto. Oggi più che mai è facile rendersi conto di come la musica, attirando su di sé lo sguardo ed avendo pervaso, grazie alle tecnologie digitali, la vita quotidiana di tutti noi, sia divenuta un elemento partecipe delle nostre esistenze, in qualsiasi contesto. Oggi ascoltiamo tantissima musica, è dappertutto, ore e ore di musica fluiscono nelle nostre orecchie in maniera conscia e inconscia, nelle cuffiette dello smartphone o nel sottofondo di un negozio, nelle pubblicità alla televisione o nelle notifiche sul computer, nelle sale dei concerti e nelle sale operatorie degli ospedali. Rispetto al passato ascoltiamo molta più musica, in grande quantità, anzi ascoltiamo musica in massa, come ci insegna la sociologia della comunicazione. L’estetica musicale in senso stretto, cioè lo studio prevalentemente estetico della musica, risulta però ancora una volta relegato ad una nicchia di coraggiosi eroi del vivere filosofico[1].

Tanata musica, ma anche tanto differenziata e certamente molto diversa da quella dei tempi di Agostino o dei filosofi settecenteschi. Il moltiplicarsi dei generi musicali avvenuto nel XX secolo è un caso unico nella storia, tanto è variegato e ricco. Dapprima le avanguardie sperimentali dei primi trent’anni, poi la rivoluzione musicale con l’avvento del rock, del pop, dei ritmi sincopati, quindi le sperimentazioni elettroniche, il rap, fino a giungere alle innovazioni odierne; tanta musica e tanto diversa, quasi che è difficile da catalogare e più se ne ascolta, più se ne scopre. L’evoluzione così vasta della musica ci permette di sottolineare l’evidenza dell’importanza che la musica ha per l’umanità, dato di fatto inequivocabile, ampiamente studiato anche dalle scienze sociali. Alla rapida evoluzione dei generi e degli stili, non è però andata di pari passo l’evoluzione dell’estetica musicale, e questo è il punto centrale del problema dell’ora presente. La variazione semiologica pare irraggiungibile, i linguaggi musicali cambiano di continuo, gli stili sono deformati da continue contaminazioni che violano i confini dei ritmi, dei metri e delle melodie, anzi addirittura andando a forzare i concetti stessi delle scienze musicali. Ecco che, sulla scia di Bauman[2], possiamo dire che anche la musica è divenuta liquida: non più comprensibile entro i paradigmi che l’hanno misurata per secoli, non più legata al concetto di ordine e di equilibrio, privata continuamente di identità stabili, sganciata dai significati metafisici e teleologici, addirittura spesso una musica che non si riconosce in se stessa. Una musica che è, in buona parte di essa, post-musica, non ha nemmeno più un nome, è post di se stessa, un dopo il sé che però è negazione del sé, antitesi che non comporta una sintesi, perché è stata smarrita la tesi iniziale nel caos della sua dimensione contemporanea.

In questo contesto, si capisce come mai è tanto difficile parlare di estetica musicale. Volendo proporre una formazione al gusto musicale, magari tramite lo studio dei generi e delle scienze musicali, o portare dei modelli tratti dalla storia, come i grandi classici dell’antichità, la musica sacra, o anche gli evergreen moderni, tutto ciò viene considerato dalla massa un affronto. Nell’estetica musicale, parallelamente a ciò che è avvenuto anche in altri campi del pensiero filosofico, si è assistito ad una frammentazione degli interessi teorici, non solo per una certa diffidenza dei nostri tempi nei confronti dei grandi sistemi filosofici del passato, ma anche dovutamente alla necessità delle competenze specifiche necessarie per accostarsi ai nuovi generi e stili. Se un tempo era “più facile”, si fa per dire, strutturare un sistema di filosofia estetica ampio che funzionasse con la quasi totalità degli oggetti indagabili, oggi è diventato difficile, sia per la enorme quantità di materiale, sia per la sua complessità. Ad esempio, per Agostino è bastato studiare la matematica pitagorica ed avere delle nozioni di filosofia platonica per scrivere un trattato eccezionale e ancora oggi importante per il settore, riuscendo a includere tutta la musica conosciuta, perlomeno da lui, e dando una visione d’insieme organica e solida; se un filosofo volesse fare la stessa cosa oggi, si troverebbe davanti alla scelta preliminare di un settore filosofico, partendo da una delle tante scuole di pensiero, poi dovrebbe decidersi per un genere musicale fra i tanti, quindi concentrarsi su alcuni aspetti specifici di esso, e giungerebbe a scrivere sì un trattato forse anche più lungo di quello di Agostino, ma inferiore dal punto di vista della sua integralità. Tante sfide tanti quanti sono gli aspetti del nostro tempo. [Continua…]

 

 

 

[1] Certamente nell’ambito accademico e settoriale l’estetica musicale esiste e viene approfondita e studiata nel dettaglio, come si addice per ogni oggetto di scienza; la nostra critica è rivolta al disinteresse della massa e alla mancanza di formazione all’estetica della musica.

[2] La filosofia di Zygmunt Bauman (1925-2017) è, a nostro giudizio, uno dei sistemi più brillanti e necessari per comprendere bene la modernità e la post-modernità. Suggeriamo in particolare la lettura dei testi: Modernità liquida, trad. it. di S. Minucci, Laterza, Bari, 2001; Amore liquido, trad. it. di S. Minucci, Laterza, Bari, 2006; Vita liquida, trad. it. di M. Cupellaro, Laterza, Bari, 2008; Consumo dunque sono, trad. it. di M Cupellaro, Laterza, Bari, 2010; Retropia, trad. it. di M. Cupellaro, Laterza, Bari, 2017.


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