Che fine ha fatto l’estetica della musica? [4]

Parlare di estetica musicale oggi, non è facile. Lo abbiamo detto al principio della nostra trattazione e, giunti fin qui, lo ribadiamo. La prima difficoltà che ci appare come gravosa è che nella contemporaneità post-moderna non è chiaro quali siano i confini dell’estetica musicale. Lungi da noi il voler proporre domande oziose, alle quali già tanti studiosi hanno dato risposta con innumerevoli libri sulle teorie estetiche e sulla musicologia, quello che ci preme di portare all’attenzione è il fatto che non si ha più una definizione oggettiva e condivisa della estetica musicale. Alcuni potrebbero far notare che l’estetica è una disciplina relativamente giovane anche nella storia della filosofia, perché le è stata riconosciuta una autonomia solamente alla fine del Settecento, e l’estetica della musica ha tardato la sua specificazione non prima della metà dell’Ottocento, quando Hanslick pubblicò Il bello musicale[1], nel 1854, primo saggio dedicato ad una analisi seria e filosoficamente impostata di estetica della musica; ma così facendo, solo per aver sancito una data sulla linea immaginaria del tempo, veramente vorremmo a priori cancellare più di venti secoli di riflessione sulla musica? Forse un criterio più empirico potrebbe essere di maggiore aiuto. Ma il problema rimane lo stesso. La musica, purtroppo, ha sofferto il fatto di essere stata giudicata come una “arte inferiore” proprio perché diversa dalle altre arti, rispetto cioè alla poesia, al teatro, alle arti grafiche, subendo quindi l’assenza di una riflessione estetica dedicata, perlomeno nella maggior parte dei casi. Le opere che i filosofi dedicano alla musica sono a tutti gli effetti poche, anzi pochissime rispetto a quelle dedicate alla grammatica dei testi, alla linguistica, al teatro, alla pittura, alla scultura e via dicendo; e quasi sempre, gli avventurosi esploratori del mondo musicale si sono ben guardati dal troppo risaltare rispetto ai colleghi, preferendo un profilo basso tanto quanto la considerazione di questa “arte minore” che osavano scomodare.

Fu così che la musica tutta ebbe una sua storia separata, perlomeno sino al XIX secolo. Le ragioni di questa sorta di damnatio memoriae ce le espone sapientemente Fubini quando scrive «Già nel Settecento le arti sono state distinte in arti del tempo e in arti dello spazio, e la musica, se si accetta questa classificazione, appartiene senza ombra di dubbio alle arti del tempo, cioè a quelle forme di espressione che prendono come propria materia il tempo. Ma tra le arti del tempo occupa un posto a sé. […] Il compositore deve possedere un grado di competenza e dunque una specializzazione assai più alta rispetto, ad esempio, al letterato; inoltre la musica, per attualizzarsi, dopo la sua creazione ha sempre bisogno dell’interprete, figura peraltro presente in altre arti, come il teatro.»[2] L’Interprete che, sia chiaro, deve a sua volta essere specializzato e preparato adeguatamente per l’arduo compito che gli è affidato, ovvero quello di leggere, comprendere e comunicare l’opera musicale, perché senza di lui resterebbe muta, inascoltata ma anche, il più delle volte, incompresa. Dall’altro lato c’è l’ascoltatore, che fa la sua parte dovendo essere pronto a ricevere la musica, quindi con una preparazione dell’arte musicale ma anche del gusto, visto il carico emotivo che la musica comporta.

L’elemento che maggiormente pare aver influito sulla separazione della musica dalle altre arti pare essere, quindi, l’alto grado di specializzazione che richiede. Questa sorta di condanna ha fatto guardare a lungo alla musica come ad un mestiere, un’attività pratica con cui guadagnarsi da vivere, meno nobile delle altre. E, se ci pensiamo, questa concezione non è poi così lontana dai giorni nostri: camminando per le strade di una grande città è facile incontrare qualche musicista che canta o suona ai crocicchi delle strade, sperando di raccogliere qualche spiccioli; chi esce dai conservatori, con anni di durissimo lavoro sulle spalle ed una cultura musicale spropositata, fatica a trovare lavoro e, nella maggioranza dei casi, non riesce a fare della musica il suo lavoro, sebbene il titolo che ha conseguito gli venga visto solo come tale, o al limite come un hobby iperqualificato; i cantanti famosi che si vedono in tv o seguono sui social network, sono invidiati per le loro ricchezze spropositate; sentire qualcuno parlare di musica in ambito filosofico, o comunque astratto, ci sembrerà strano, fuori contesto, del tutto inusuale e forse persino bizzarro. [continua…]

 

[1] Per approfondire, suggeriamo la lettura di: Eduard Hanslick, Il bello musicale, a cura di L. Distaso, Aesthetica, Palermo, 2007.

[2] E. Fubini, Estetica della musica, Il Mulino, Bologna, 2017, pag. 16.


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