Hollywood, l’arte dell’immanenza

Cos’è l’Arte se non una piccola epifania che rivela ciò che era nascosto, scompagina le certezze, evoca e trascende questi spazi? Se però essa tradisce la sua natura, degradandosi al piano della comune mondanità, allora diviene strumento di schiavitù spirituale, suadente distrazione, braccio del potere. Ciò che è destinato alle vette, giunge ben presto agli abissi, e si faccia attenzione che la “mediocrità” ne è una delle forme. Il cinema d’oltre oceano si appresta a celebrare se stesso nella notte degli Oscar. Qualcosa di inedito o quantomeno di poco scandagliato ci aiuterà ad andare più a fondo e avvistarne il cuore.

Nel cinema, la dimensione ultima della Forma, sintesi di tutti i piani estetici, è la costruzione di un immaginario, fondamento indispensabile per l’espressione dei contenuti. L’immaginario è come un’enorme vasca. Una volta impiantata nel terreno, ogni goccia che scende dall’alto, vi cadrà all’interno. L’uomo non può vivere senza cercare una spiegazione a tutto, e così decodifica ciò che vede e sente secondo il suo universo di riferimento, come le gocce piovono sul fondo della vasca. In questo modo, anziché chinarsi con umiltà e mistero verso il mondo, lo piega alle strettoie della sua mente. Che il cinema americano abbia da sempre veicolato costumi, morali e ideologie secondo l’imprescindibile natura “messianica” del suo popolo è evidenza non chiara solo agli sciocchi. Tutto ciò è però stato possibile perché astutamente inquadrato all’interno del suo proprio immaginario.

La fotografia nel cinema statunitense ha, fin dagli esordi, creato un’estetica spettacolare, una “bellezza normalizzata”, con l’intento preciso di stabilire uno stacco con la realtà, di accendere la fantasia e catapultare lo spettatore in un’atmosfera da sogno. Fanno eccezione alcune pellicole apparse a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 della cosiddetta New Hollywood e altre di questo ultimo ventennio per la nuova fioritura di un cinema indipendente. Queste sposano per contrasto, un’estetica realista e cruda con storie dallo stesso sapore. L’equilibrio che si viene così a creare è però ingannevole; entrambe le forme sono soltanto le due facce della stessa medaglia.

Il cinema americano ha percorso avidamente la strada della “narrazione per immagini”, una forma di letteratura per così dire “attualizzata”. La storia forte e ben strutturata nel pedissequo ricalcare la suddivisione in tre atti di aristotelica memoria costituisce l’ineludibile impalcatura di ogni opera. Hollywood ha codificato meglio di chiunque altro il linguaggio cinematografico per renderlo, fin dalla scrittura della sceneggiatura, efficace e pervasivo. Questa rigida impostazione è giunta immancabilmente anche nelle scuole di cinema nostrane. Ma quello che appare come un punto di forza e di sicura qualità da imitare rappresenta in verità il cancro nascosto, la seduzione diabolica per ingabbiare gli uomini e ancor più l’arte. Questa, da libera espressione dello spirito si degrada infatti a comunicazione.

Il cinema statunitense spiega tutto, il suo significato è lì davanti agli occhi dello spettatore, che non deve compiere nessuno sforzo interiore. Il “peso” della storia affonda così l’arte cinematografica, oscura il suo vero quid. È un viaggio degli occhi e delle emozioni, ma non un viaggio dell’anima dove i territori sono sempre “stranieri” e incerti. Il cinema americano è arte dell’immanenza. La potenza economica e seduttiva di tale forma espressiva ha srotolato un universo estetico che ormai copre l’intero pianeta, ha assuefatto uomini di tutte le latitudini. La triste e vecchia Europa, divelte le sue millenarie radici spirituali, si è consegnata prigioniera, e le poche eccezioni confermano tristemente la regola. Lontanissimi i tempi di un Antonioni, un Piavoli, un Bergman, un Bresson, un Tarkovskij. Di più ancora, gli uomini tutti sembrano ondeggiare fra le maree, strette dentro questo guscio e hanno perfino terrore che qualcuno possa romperne la crosta. È una questione cha oltrepassa di gran lunga la cornice del cinema, si è fatta carne viva di questa umanità. Vogliamo comprendere tutto ad ogni costo, e vogliamo comprenderlo dentro la cornice che ci hanno assegnato. Vale tristemente anche per la fede. Così, la falsa certezza vince sulla Verità del mistero.

L’arte, in qualunque forma, è invece sempre parola, perché espressione del Verbo creatore; e la parola è tale se mantiene tutta la sua forza evocativa, se schiude cioè a significati plurimi e a piani superiori, se si fa Mistero. La libertà, affrancamento dall’egemonia che viene da oltreoceano, passa solo per la rottura di quel guscio che ci ha conficcati dentro “questo mondo”, togliendoci perfino la capacità di immaginarne un altro, per il ristabilito e originario senso del sacro, per una vita pienamente spirituale, contro tutte le storture moderne. Il cinema non è nato per dare al mondo i confini di un’inquadratura, ma per condensare l’intero universo dentro un’inquadratura.


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Editoriale

 

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