Nave Gregoretti: contro la cupola, con Salvini

Parliamo del caso incredibile della nave Gregoretti, fermata in porto con il suo carico di africani clandestini, vicenda per la quale l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini andrà a processo. Il governo della nazione, dunque, non può decidere chi può entrare nel territorio dello Stato. Se ferma qualcuno, è un rapitore.

Non si sa se essere più sgomenti o più indignati. Non proviamo simpatia per Matteo Salvini. Non ci piacciono quelli che gridavano terrone a metà dei connazionali e adesso proclamano “prima gli italiani”. Ancor meno apprezziamo la sua destra un po’ “ganassa” e molto liberista. Non crediamo, come il capo leghista, che Hezbollah sia un’organizzazione terrorista, non applaudiamo l’assassinio del generale iraniano, non ci sembra una grande idea riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele nell’attuale garbuglio medio orientale. Nel caso di nave Gregoretti, tuttavia, non ci possono essere mezze misure: bisogna stare dalla parte del Capitano che è tutt’al più un sergente, contro la Cupola.

Non ci interessa commentare le misere vicende parlamentari. Manfrine di bassa cucina che lasciano il tempo che trovano; conta la sostanza, ovvero il fatto che in Italia difendere i confini nazionali, esercitare il mandato governativo e decidere chi ha o meno il diritto di entrare in Italia è diventato un reato. Poche storie: l’immigrazione è il problema centrale di questi anni. In soli vent’anni, la popolazione straniera è aumentata del 400 per cento, esclusi i clandestini, i cui numeri reali, se svelati, farebbero vergognare i governi.

Se questa non è sostituzione etnica, trovate un’altra parola, magari politicamente corretta, per descrivere i fatti. Molti italiani non ci stanno e hanno trovato in Salvini il loro difensore. Vietato disturbare i manovratori, si chiamino Chiesa cattolica, cooperative, poteri forti, organizzazioni non governative, tutti al servizio del progetto di distruzione dell’identità dei popoli europei. Non si può fare: chi tocca muore o va a processo. Si chiama, dicono, democrazia. La sinistra, i progressisti non vogliono battere l’avversario con argomenti politici, ma attraverso l’espulsione dal campo, meglio se attraverso il braccio della “giustizia”.

Ha scritto lucidamente Marcello Veneziani che in Italia non comanda una casta, ma una cupola. Per questo dubitiamo che possa essere cacciata per via elettorale, a meno di una improbabile presa di coscienza popolare, impedita dal ferreo controllo di stampa, televisione, scuola, università, giustizia da parte di detta Cupola. La quale, sia chiaro, non conta granché a livello internazionale: è solo il manganello fiduciario, ovviamente privilegiato, azionato dai veri padroni, che non stanno in Italia.

Ecco che cosa si muove dietro il processo a Salvini. Non siamo giuristi, ma non viene anche a voi almeno il dubbio che Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei Ministri di ieri e di oggi- il trasformismo nacque nel 1876 con Depretis e continua a imperare – debba andare alla sbarra con il suo ministro degli Interni? Non lo ha fermato, dunque è complice in rapimento o, per la sua funzione, ha omesso atti d’ufficio. No, da quando l’ex avvocato del popolo ha saltato il fosso, si è ripulito dai peccati del passato. Gli è stata impartita l’assoluzione plenaria dal gran giurì della Cupola politica, mediatica, culturale, giudiziaria.

Intanto in Sicilia il problema è trovare titoli di reato e capi d’imputazione per Salvini. La mafia ringrazia, e con essa i trafficanti di esseri umani, gli schiavisti del Duemila. Essenziale è trovare un capro espiatorio. In questo, nella Cupola sono professori: le trame nere, i servizi deviati, Craxi, Berlusconi, adesso Salvini. E già che c’è, si organizza per espellerlo dalla vita politica. La legge Severino, concepita per abbattere Berlusconi, servirà allo scopo anche per Salvini. Se condannato, sarà fuori dal parlamento, in attesa della galera.

E’ difficile colpire una Cupola: non ha nome, è un ceto numeroso dotato di influenza e astuzia. Oggi sono ministri, domani giudici costituzionali, dopodomani banchieri, dirigenti di enti pubblici, boiardi di Stato o dignitari dell’Unione europea. Evviva le istituzioni. Tra esse, ci sarebbe anche il governo. Istituzione rispettabile e intangibile se gradito a lorsignori, ma accolita di rapitori seriali se per caso si infiltra nell’ingranaggio un sassolino, con il volto e la felpa di Matteo Salvini.

La domanda è semplice: chi comanda in Italia? Il governo può svolgere le politiche che ritiene giuste o deve attendere, oltre al nulla osta della Nato, dell’UE, degli USA, della BCE, dei mercati, delle agenzie di rating, dei preti, anche quello di alcuni inquirenti?

La tratta di esseri umani è ancora un reato, o è peggio fermare le navi per identificare i passeggeri e chiarire la loro posizione, attività ridefinita come rapimento? C’è ancora in questo dannato paese uno straccio di sovranità, di democrazia, di rispetto per la volontà popolare? Tutto questo, e tanto altro ancora ci dirà la vicenda del processo a Matteo Salvini. Temiamo di conoscere, purtroppo, le risposte. Sono sconfortanti e invitano a diventare apolidi ma l’amore disperato per questa terra e questa nazione restano.

Non vogliamo che sia quello il destino di Salvini, e nemmeno quello dei suoi avversari. Vanno sconfitti con le idee, la forza degli argomenti, il consenso degli italiani. Nel frattempo, tocca stare con Matteo, diventato suo malgrado simbolo di libertà, democrazia, sovranità, giustizia, addirittura Patria. Troppo per un solo uomo, specie per un politico che è tutt’altro che uno statista. Gli altri, tuttavia- la Cupola - sono ben peggiori di lui.


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Editoriale

 

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