Che fine ha fatto l’estetica della musica? [2]

In tutto questo, l’estetica della musica, quale ramo filosofico, vive la necessità imperativa di partecipare all’avventura della comprensione del mondo e dell’uomo. Là dove la musica affronta l’adattamento ai tempi e la trasmissione delle eredità del passato, l’estetica dona le chiavi di lettura e gli strumenti per calibrare le qualità e le quantità con cui la musica di un tempo si fa spazio nell’oggi; lì dove sorgono nuovi stili, nuovi strumenti, nuove idee musicali, essa come pioniera sopraggiunge per discernere e identificare, nonché talvolta anche codificare i nuovi generi che la creatività umana ha prodotto mirabilmente. L’estetica, mirando alla definizione e alla classificazione del fenomeno artistico, indaga i fattori del gusto e dei sensi coi quali la musica viene studiata e compresa e ne esplora i meandri della sua teoretica a partire dallo studio pratico. Specialmente per quanto riguarda i nuovi stili e generi musicali, che spesso nascono “per caso” o per sperimentazione intuitiva, l’approccio metodologico preferito è quello della riflessione a posteriori, per poi risalire deduttivamente alle categorie a priori con cui classificare l’oggetto musicale in questione. Il tutto avviene inevitabilmente grazie alla compartecipazione delle prima citate discipline ausiliarie, grazie alle quali è possibile strutturare una forma di pensiero estetico valido e verificabile e fornire ad esse, e a tutto il mondo della conoscenza, delle capacità di analisi e giudizio estetico adeguate e condivisibili. Certamente nessuna disciplina, tantomeno l’estetica musicale, pretende di esaurire in sé stessa la completezza della conoscenza, né si arroga il possesso della verità assoluta su di una data materia o argomento: la ricerca non ha mai fine, è una costante dialettica di stupore e meraviglia che si intrecciano con la speculazione e il giudizio di ragione, portando alla luce la verità delle cose e conducendo ad un amore sempre più totale per il sapere.

Parlare di musica e di estetica della musica è, dunque, tanto complicato quanto entusiasmante. A nostro giudizio, nel contesto attuale c’è urgenza di restituire spazio alla estetica musicale proprio in virtù della singolarità della missione di questa disciplina filosofica, in quanto le contingenze musicali, sotto i profili storici, antropologici, sociologici, psicologici e anche politici, chiedono insistentemente un sostegno efficace nella analisi delle cose e uno strumento di giudizio estetico adatto e di valore. La musica chiede di essere conosciuta e l’estetica musicale brama di conoscere la musica, che sempre continua ad evolversi e a svelare i lidi nascosti dell’immaginazione e della creatività umana. La musica oggi è tanta, anzi tantissima, perché è fatta della musica che viene da ieri e della musica di oggi, della contemporaneità. Pertanto, la mole di lavoro che si pone davanti alla riflessione estetica è consistente.

Di fronte al contesto musicale esposto, la nostra attenzione ricade su un autore del passato, Agostino d’Ippona, vescovo e santo della Chiesa Cattolica, forse uno dei più proficui scrittori di filosofia e teologia del periodo tardo antico, vero anello di congiunzione fra la tradizione classica greco-romana e il Cristianesimo occidentale. Agostino fu retore dell’Impero Romano, scrittore, monaco, vescovo, e tante altre cose, ma fra queste non fu mai un musicista. Estraneo, dunque, alle arti musicali, non mancò invece di farsi appassionato ascoltatore e cultore della musica, amandola sia per il piacere che per la bellezza che essa racchiude, lungo tutta la sua vita travagliata e singolarmente caratterizzata da una conversione al Cristianesimo che, ancora oggi, suscita interesse e ammirazione, e rappresenta l’esempio di persona che cambia radicalmente la propria vita. Proprio partendo da questo amore per la musica, Agostino costruisce una riflessione attentissima su di essa, arrivando a dedicargli un’opera intera che prende il nome di De musica, trattato nel quale riporta sistematicamente la speculazione filosofica compiuta sin dagli anni della giovinezza, completandola con la dottrina teologica acquisita nella maturità. In particolare, di Agostino ci colpisce il suo stile autenticamente estetico, in quanto pone attenzione sulla questione dei sensi, del gusto, della percezione, della bellezza collegata al bene e della conoscenza di essa in vista di un fine. Non un trattato di storia della musica o un manuale di scienze musicali, come forse il nome potrebbe suggerire ad un primo sguardo, bensì una profonda analisi filosofica e teologica, ma anche incredibilmente scientifica in quanto presenta descrizioni di carattere matematico e acustico, integrando le discipline con brillantezza, secondo la mentalità scientifica di allora. Questo punto non è da sottovalutare: Agostino può fare ciò proprio in virtù di una concezione della scienza come derivante dalla filosofia, prodotto del pensare umano, e non secondo l’accezione subentrata con la scienza moderna sperimentale. Mettere insieme concetti di pura teoresi filosofica con i numeri, le misure, i termini tecnici è per lui, e per i suoi contemporanei, un procedimento del tutto normale ed usuale, che nel nostro caso risulta essere particolarmente utile perché ci permette di avere una prospettiva molto ampia di quello che l’autore pensava dell’oggetto preso in analisi. Era così fra la filosofia e la scienza, ma anche fra le branche stesse della filosofia e della scienza: i confini epistemologici non erano, al tempo, ancora precisamente definiti, perciò è normale trovare nelle opere di questi autori delle “contaminazioni” anche consistenti fra disciplina che oggi ci appaiono come quasi estranee fra di loro.


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Editoriale

 

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