Per una metafisica del lavoro

Caduti in fondo ad un pozzo, sprofondati nella terra, l’aria compatta che sfianca i polmoni, la bocca rigida e secca per la sete, non resta che guardare in alto, a quello spiraglio di cielo che indica l’uscita. Così è, fuor di metafora, per molte realtà umane che oggi sono talmente deformate da essere irriconoscibili, pertanto solo recuperando uno sguardo che sale fino al Principio, verso l’ideale, si può fare chiarezza e prospettare soluzioni. Tempi ultimi esigono solo risposte ultime! Il lavoro è senza dubbio una di tali questioni. Lo è per la sua tragica mancanza che ormai perdura da lungo tempo, per la restrizione dei salari in proporzione al costo della vita, per la sempre maggiore diminuzione delle tutele dei lavoratori e infine per le disumane e ingiuste condizioni di lavoro che schiacciano sempre più persone. In un quadro così fosco, serve dunque un atto di coraggio e porsi senza maschere di fronte al cuore dell’argomento. Perché l’uomo lavora? Cos’è veramente il lavoro? Le risposte a queste domande giungono ben al di là dei confini della principale attività umana, sfiorando territori che non esitiamo a definire metafisici.

Convinzione generale, talmente solidificata da essere nella maggioranza dei casi subcosciente, è che l’essenza del lavoro sia di natura economica. Da qui discende che qualsivoglia analisi e riflessione, o sforzo per guarirne i problemi, sia cercato nelle maglie dell’economia, di quella struttura che regola lo scambio di servizi, merci, denaro e che produce la ricchezza o la miseria di molti. Lavoro quindi che non supera il piano della materialità. Niente di più errato! La situazione in cui versa il lavoro nell’epoca presente è così tragica proprio perché l’uomo ne ha completamente travisato il senso e il fine, raggiungendo ormai il fondo dell’abisso. Non resta altro che riprendere dunque le fila dal principio.

Iniziando dalla superficie notiamo subito che uno degli aspetti caratteristici del lavoro è di essere altruistico. Anche se noi siamo convinti del contrario, per la naturale ipertrofia dell’io, cardine dell’attuale società, in realtà esso ci dispone ad agire superando la noia, la fatica, per l’utilità comune. Ci dimentichiamo di noi stessi e ci occupiamo degli altri. Il lavoro trascende, dal punto di vista meramente sociologico, l’individualità: è un’attività comunitaria. Ogni lavoro necessita sempre di un “altro da me” che ne benefici. Il senso di appagamento che spesso si prova quando si è intenti nella propria mansione, proviene proprio da questo aspetto.

Approfondendo, però troviamo di meglio e di più: il lavoro è senza dubbio un’attività creatrice - e perciò altruistica - intendendo questo termine nel suo significato più fecondo. Sia per la mitologia classica, che per la tradizione biblica, il lavoro dell’uomo fa seguito ad una colpa, è strumento di espiazione. Giove pose fine all’età dell’oro e l’uomo si ritrovò in una terra dura e arida che necessitava del faticoso lavoro per ottenerne frutti, mentre, come tutti sanno, dal giardino di Eden Dio scacciò i progenitori sulla terra intimando all’uomo: «con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Il significato sottile di questo avvenimento è quello che qui ci interessa: il lavoro è continuazione dell’opera creatrice di Dio. Ciò che nel Giardino spontaneamente si possedeva, sia all’interno che all’esterno, l’uomo lo può recuperare mediante il lavoro, sia quello manuale, che artistico, che intellettuale. L’avvento cristiano dà il suggello finale: l’attività umana diviene corredenzione dell’universo, in una tensione tutta escatologica: l’intero Creato «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» per preparare il secondo avvento di Cristo. Dal piano morale e sociale ci si eleva così immediatamente sul piano cosmico. Persino il riposo, riacquista così il suo senso originario, di sosta contemplativa di fronte all’opera compiuta.

Veniamo ora all’ultimo aspetto. Il lavoro non manifesta i suoi effetti solo verso l’esterno, ma anche all’interno dell’uomo, perché esso è una disciplina interiore, una vera e propria ascesi (esercizio) attraverso l’apprendimento di un metodo con il quale ciascuno è chiamato a portare la propria personalità a piena e armoniosa maturazione. Si diventa ciò che si è chiamati ad essere tramite il lavoro; il lavoro rende un poco alla volta visibile la sottile identità di ciascuno. Il dualismo, la separazione avvenuta nei primordi si ricuce attraverso la fatica del lavoro: unità all’interno dell’uomo e unità negli spazi del cosmo. Sin qui il discorso ideale, ora il raffronto con la barbara era moderna.

Oggi l’esistenza è scandita dal lavoro nella sua accezione più meccanica e materialista: il produttivismo, il lavoro per il lavoro. Strumento e fine in se stesso. L’uomo misurato in base a ridicoli coefficienti di produttività – manuale o intellettuale, non fa differenza. La natura altruistica del lavoro diviene solo mantenimento di una società moribonda e mortifera che avrebbe invece solo bisogno di essere fatta crollare. Ad ogni modo, anche senza l’aiuto dell’uomo, il suo destino è già segnato, ma a tutti coloro che non avranno accelerato la corsa verso la sua fine, operando il vero Bene, verrà chiesto il conto. Basterebbe comprendere questo per avere orrore di questa società ma sappiamo che ahimè non è così. Il produttivismo, ben preparato nei secoli che ci hanno preceduto, ha cancellato da un lato ogni tensione cosmica dell’attività umana, dall’altra ha snaturato il lavoro al suo interno e nella sua organizzazione.

Nelle società tradizionali i mestieri rispecchiavano la naturale diversità di inclinazioni e caratteri delle persone - inclinazioni che hanno una matrice spirituale, beninteso - e che venivano riconosciute già in famiglia o nella cerchia degli affini. “Vedere”, per saper indirizzare. Il lavoro si fondava sulla trasmissione di segreti professionali che non potevano essere banalmente espressi in “lezioni” o trascritti su manuali, segreti che potremmo definire “occulti”, cioè riguardanti la dimensione sottile – e perciò più vera – del cosmo. Chissà perché, tra l’altro, si sorvola sempre su quel passo del Credo in cui si nominano «tutte le cose visibili e invisibili». L’opera creatrice che si attuava tanto dentro di sé che all’esterno, era resa vitale ed efficace proprio nella misura in cui le arti tutte si edificavano sulle leggi metafisiche e cosmiche nascoste da Dio nella creazione. Allontanandosi da tale sapienza l’uomo ha perduto un po’ alla volta il senso profondo del lavoro.

Nella società livellata e acefala come quella moderna, viene insegnato che tutti possono fare qualunque cosa, in barba al carattere e alle inclinazioni personali, e questo conduce al fatto che nessuno sa fare alcunché di veramente originale e proprio. La deformazione della società e dell’impianto del lavoro è la vera e più grave rivoluzione antropologica, che «altera la fisionomia fisica e spirituale dell’uomo», traslando un’espressione di Silvano Panunzio, una rivoluzione che mina dalle fondamenta la scoperta della propria identità occulta. Anziché divenire opera di corredenzione, il lavoro moderno, è unicamente strumento di sovversione. In effetti, si può compiere il bene solo se si è al proprio posto. Che sia meccanico, manuale, artistico o intellettuale – anche se ci sarebbe da vergognarsi ad usare oggi questo termine – la sostanza rimane la medesima. Perciò lo snaturamento e la mancanza di lavoro da un lato impediscono la “vera realizzazione” personale, e dall’altro ritardano la redenzione universale e la venuta del Regno, le due cose essendo strettamente correlate. Il problema della quantità di lavoro, dunque, deriva dal problema della sua qualità. Occorre pertanto ricostituire i mestieri dal di dentro, e poi le professioni familiari. Ma ancora prima risvegliare nell’uomo quella capacità – tutta spirituale – di intuire la vocazione di un’anima; accoglierla, accompagnarla e farla maturare, lottando, se necessario, contro tutte le convenzioni moderne dell’anonima strada verso la riuscita personale.

Non ci è possibile qui addentrarci oltre, ma siamo convinti che molto si possa meditare e approfondire, e che alcune soluzioni si possano prospettare già nell’immediato, senza scomodare l’intervento dell’alta politica. La società civile si è legata a molti lacci con le sue stesse mani! È ora che una parte di essa si riprenda la liberta, al di là delle scelte dei governi. È ora che alcuni avvertano i passi della morte sopraggiungere là nel fondo del pozzo e teso lo sguardo al cielo, cerchino con ogni forza la via di uscita, mentre ancora là fuori molti corrono felici in un campo nero di terra bruciata e fumosa, sentendosi immersi nella gioia di un prato in fiore.


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Editoriale

 

Povera Italia!!!

di Adriano Tilgher

E’ triste constatare la sempre più grave situazione della politica in Italia, ormai bloccata da chi realmente gestisce la cosa pubblica e che purtroppo non è in Italia e, anzi, è contro l’Italia. Poi al contempo ci sono i vari gruppi di interesse e di pressione nazionali che, protetti dal potere finanziario apolide, tutelano i propri interessi di casta fregandosene se l’Italia affonda, l’Italia sparisce; non si rendono conto questi idioti che le prime vittime della prossima fine dell’Italia sono proprio loro con il loro potere da operetta che può essergli tolto così come gli è stato dato.

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La Spina nel Fianco

 

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La Fratta, comune di Sinalunga, (Si) 1268 circa, nasce Ghino di Tacco, figlio del conte ghibellino Tacco di Ugolino, rampollo della nobile famiglia Cacciaconti ramo Guardavalle, insieme con il padre, sin dalla più giovane età si specializzò nel compiere furti e rapine, il motivo dell'attività di brigantaggio va ricercato probabilmente nella rendita, ovvero il prelievo della ricchezza terriera esercitato dalla Chiesa a favore dello Stato Pontificio. Il padre fu catturato nel 1285 ed insieme al fratello ed altri membri della banda, venne giustiziato nella Piazza del Campo di Siena, la sentenza fu emanata dal famoso giudice Benincasa da Laterina il quale, dopo qualche anno verrà nominato senatore presso la corte dello Stato Pontificio.

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