APPROFONDIMENTI: reductio ad Hitlerum, l'odio dei buoni

Uno spettro si aggira per l’Europa libertaria, progressista e tollerante. Ha una strana pettinatura, porta buffi baffetti e incede al passo dell’oca: è il nazismo di ritorno. Per fortuna del vecchio continente, le sentinelle del Bene vigilano. Tra i più attenti è il comico televisivo Maurizio Crozza; ogni tempo ha gli eroi che merita. La sua trasmissione, sotto la maschera della risata, è un florilegio di violenza verbale contro gli avversari della narrazione progre. Nell’ultima puntata, ha tratteggiato un Salvini bollito e pressoché afasico – ubriachezza, ignoranza, sindrome da pugile suonato- tra sostenitori vestiti alla tedesca, con i baffetti di Adolf Hitler, bercianti in un tedesco d’avanspettacolo.

Messaggio chiarissimo: il capitano e i suoi elettori sono poco meno di SS, l’etilismo è compagno, anzi camerata dell’analfabetismo di esemplari subumani in regressione tribale. Davvero un sobrio ironista, l’attore genovese. Un tipo sinistro, tale Cancrini, di professione psichiatra ed ex deputato postcomunista, ha invocato per Giorgia Meloni il processo per aver difeso Dio, patria e famiglia. Non si è spinto a esigere l’internamento in manicomio, forse per adesione alle teorie di Franco Basaglia. Dilaga la Reductio ad hitlerum, riduzione a Hitler, teorizzata da Leo Strauss come vizio epidemico della sinistra intellettuale, per la quale vige la legge di Godwin: più si prolunga una discussione, più è probabile il paragone con il nazismo. Lo scopo, evidente, è cacciare per indegnità dallo spazio pubblico chi dissenta dalla vulgata laica, democratica, antifascista, antirazzista, anti omofoba e chi più ne ha, più ne metta.

La leggiadra Dietlinde Gruber (così si chiama all’anagrafe la fiammeggiante Lilli), non paga di aggredire e zittire gli interlocutori non in linea con il suo pensiero, dichiara che “tutti gli uomini vanno rieducati”. Perbacco, anzi Giuda ballerino, esclamerebbe Dylan Dog, il personaggio dei fumetti di Sclavi e Bonelli. Nostra Signora del Bilderberg Club ha altresì sobriamente definito Salvini sudato, maleducato e grasso. Puro razzismo antropologico, ma lei può permetterselo e chissà a quale rieducazione pensa, la padrona di casa di Otto e mezzo. Frustate, esperienze sado maso, lavaggio del cervello, lettura dei libri di Saviano, canto coatto di Bella Ciao e Imagine dei Beatles?

Impressiona la certezza granitica di essere nel giusto, l’odio distillato in dosi industriali, celato dietro la bontà di anime belle con la mano sul cuore. Assistere a certi salotti televisivi trasformati in tribunali del popolo dove giudici, pubblici ministeri ed esecutori delle pene sono le stesse persone, tutte schierate in nome dell’Amore e del Bene, è diventato un vero autodafé. Meglio le televendite o una partita a briscola. Una risata li seppellirà; era uno slogan del Sessantotto che dovremmo riprendere, adottare come risposta di autotutela, tanto più che l’umore popolare non sembra assecondare l’odio dei buoni, rendendoli acidi, permalosi, irritabili.

Tuttavia, è necessaria una riflessione un po’ più ampia, a beneficio dei tanti aggrediti, intimiditi, disprezzati dalla cosiddetta intellighenzia, ogni giorno più arrogante. Probabilmente, ebbe ragione Cesare Pavese, che conosceva bene il milieu sinistrato, nel Mestiere di vivere, ad affermare che si odiano gli altri perché si odia se stessi. Uno scrittore maledetto francese, Jean Genet, ispirato da De Sade, autore di opere cariche di profanazione, morte, autodistruzione, ne I negri (allora si poteva dire!) scriveva: “quel che ci serve è l’odio. Da esso nasceranno le nostre idee.” Apprezzabile sincerità, perfezionata nel tempo con l’attribuzione all’avversario del rancore, dell’odio, del livore che anima loro stessi. Se scrivessero versi, varrebbe la confessione di Fernando Pessoa: il poeta è un fingitore, finge che sia dolore il dolore che davvero sente. Ma i padroni delle parole sono loro, impegnati a dire qualcosa di sinistra ogni minuto, come chiedeva Nanni Moretti. Distribuiscono a giudizio inappellabile patenti di democrazia e cultura, stabiliscono chi ha diritto di parola e chi no.

Non esistono avversari nel mondo in rosso e nero, solo nemici, novelli Hitler con ciuffo, baffetti e passo dell’oca. Non si discute con canaglie simili, gente disumana, malvagi costituzionali: si espellono, puniscono, eliminano. Tolgono la parola in nome della bontà offesa, dei buoni sentimenti, della democrazia. Già, la democrazia. Feticcio, totem e tabù in nome del quale si praticano sacrifici umani, ma è la procedura che permette alla discussione, al contrasto di esprimersi senza violenza. Sbagliato: la democrazia è quel felice regime in cui si può suonare in mille tonalità diverse la stessa musica. Lo spartito è deciso da lorsignori, con l’assistenza di un clero di democraticissimi, emancipati censori.

Ricordate la fiaba del pifferaio di Hamelin dei fratelli Grimm? Insoddisfatto del trattamento ricevuto dopo aver liberato la città dai topi, irretì con la musica e portò via per sempre i bambini del luogo. Strane assonanze con il presente. Spesso scatenano l’odio a comando. Evasori fiscali, gridano con l’indice accusatore nei confronti di intere categorie di lavoratori. In galera, per la gioia degli “onesti”, che sono sempre e solo loro. Una cantilena antica rinnovata ogni anno, per far dimenticare malefatte, malversazioni, e soprattutto la circostanza che i grandi evasori non hanno il camice del medico o la cappa dell’idraulico, ma la grisaglia dei banchieri, la maglietta casual dei guru cosmopoliti di Silicon Valley, la giacca su misura degli azionisti delle grandi società di capitali. L’onestà inizia fuori dalla porta di casa, il rancore, l’invidia e l’odio riguarda sempre gli altri, i Cattivi.

Da decenni disarmano moralmente la popolazione, indifesa nell’anima prima che per l’assenza delle istituzioni. Se qualcuno spara a chi aggredisce i suoi cari, i beni, la casa, l’indignazione non colpisce i delinquenti, ma la vittima, accusata di rendere l’Italia, anzi questo paese - loro lo chiamano così- “un Far West”. Argomenti logori che fanno sbadigliare, ma non arrossiscono né tacciono. Inventano psicoreati a ritmo continuo. Il delitto è pensare, se non seguiamo le illuminate indicazioni di lorsignori.

Delitto di odio: questo è diventato amare e preferire se stessi, la propria gente, la propria terra. Sarebbe grottesco se non fosse la triste realtà. Come si può punire un sentimento, chi lo determina, qual è il confine oltre il quale un’opinione, un pensiero, un dissenso, si trasformano in odio? Nuovi titoli di reato affollano la già affollata biblioteca delle leggi vigenti. Adesso è proibita l’”omofobia”, curioso neologismo che significa, letteralmente , paura dell’uguale, ma si applica a chi non gradisce le pratiche omosessuali. Il proibizionismo vieta anche la “transfobia”, a tutela della benemerita categoria dei transessuali.

Presto sarà obbligatorio credere fermamente che il crimine battezzato femminicidio sia più grave di un assassinio con vittima un uomo, specie se bianco eterosessuale. In Spagna hanno già abolito l’isonomia – lascito dei greci – l’uguaglianza di fronte alla legge, poiché qualunque violenza perpetrata da un uomo verso una donna ha l’aggravante “di genere”, per cui uno schiaffo del marito alla moglie costa una pena doppia, a parità di lesioni e circostanze, di uno inflitto dalla moglie al marito.

Muoiono sul lavoro tre poveretti al giorno, ma i diritti sociali non interessano più gli autonominati paladini dei poveri. Hegel si rivolterà nella tomba, vedendo che la dialettica Servo-Signore cede il passo a quella tra desiderio e consumo, piacere e diritto. Signori miei, l’odio va combattuto, sanzionato; bisogna essere implacabili. Come Saint Just con Luigi XVI, i progressisti, uomini e donne d’amore, non sono venuti per giudicare, ma per condannare. E’ l’illuminismo, bellezza, l’umanità che esce dall’infanzia e diventa adulta. Loro odiano, ma sul banco degli accusati saliamo noi. Odiano l’evidenza (maschio e femmina non si nasce, vecchie menzogne della biologia alleata con l’eteropatriarcato, ma si diventa) e anche la verità, se non si adegua alle loro categorie mentali. Giancarlo Pajetta, un comunista duro ma onesto, disse che tra la verità e la rivoluzione, avrebbe scelto la seconda, ma almeno aveva un obiettivo.

L’odio dei buoni ha tratti di necrofobia. Scandalo massimo per i simboli di un regime passato da 75 anni, alzare un braccio costa una denuncia, ma mettere a ferro e fuoco le città, se lo fanno i loro figlioletti e nipotini, si può, è vivacità giovanile, passione civile, tensione morale. Lo sciacallaggio raggiunge talora vette di ripugnanza. Francisco Franco, morto nel suo letto 44 anni fa, è stato esumato per riscrivere la storia con grande clamore mediatico dal grande cimitero di pacificazione eretto dopo la guerra civile, la Valle dei Caduti dalla grande croce bianca. Non c’è pace per i morti, se non piacciono al carro di Tespi del progresso. Definitive sono state le parole di un “cattivo” stigmatizzato dalla banda delle anime belle, il presidente di Vox Espana, Santiago Abascal, il quale ha urlato che i morti si lasciano al loro sepolcro, si chiamino Franco o Dolores Ibàrruri, la Pasionaria, comunista in prima linea nella guerra civile.

Attaccare i morti o i deboli è più facile. Scrisse Umberto Eco nel Nome della Rosa: quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna scegliere nemici più deboli. Meglio ancora se inesistenti; accuse di fascismo in assenza di fascismo piovono su mezzo mondo, talvolta imitate da altrettanto stupidi addebiti di comunismo da parte di imbecilli di opposta fazione. Per i progressisti, rappresentanti del bene, vale l’inversione: chi odia è sempre qualcun altro. L’accusa massima, quella di razzismo, usata allo scopo di chiudere ogni dibattito per manifesta malvagità dell’avversario, è sempre in agguato.

Proviamo a rivoltarla contro i Buoni in servizio permanente effettivo. Il loro è un razzismo sottile ma inflessibile, antropologico. Io sono il male perché non la penso come è prescritto dal Corano laico. La fatwa democratica, tollerante e libertaria può colpirmi ovunque. Dunque, sono discriminato per quello che sono; dovrei invocare la legge Mancino. Ma non si può, tolgono la parola in nome della bontà, bisogna applaudire. Quanto all’odio, cominciamo a dare battaglia: non è forse odio contro l’uomo la banalizzazione dell’aborto, l’enfasi sulla competizione – il mercato misura di tutte le cose – l’animalismo forsennato, il culto animistico di Gaia, la Terra fatta persona? E’ odio anche l’inaudita violenza verbale di pulpiti sedicenti religiosi verso chi non condivide il verbo immigrazionista. Assassini, indegni, non cristiani, tuonano sacerdoti dimentichi di Dio. Qualcuno arriva ad invocare la morte per politici sgraditi ed elettori non conformi.

Il nostro tempo tollerante e pacifista dalle bandiere arcobaleno ha categorizzato un nuovo tipo umano,  l’hater, l’odiatore seriale, protetto dall’anonimato della tastiera o dell’agguato di gruppo. Di solito agisce in branco, come certi stupratori, gli obiettivi sono inermi, la colpa è sempre il pensiero che dissente. Nessuno è innocente, sia chiaro, ma l’odio dei Buoni lascia un’amarezza particolare. L’esperienza dell’odio subito, quello che si riversa proprio su di me da parte di sconosciuti, sconvolge e cambia la visione del mondo. Costringe a rispondere sullo stesso tono, indurisce e rende peggiore anche chi riceve odio. Qualche volta si teme di essere davvero malvagi, si ha paura dei propri sentimenti.

Avanza a passi da gigante il disprezzo delle élite nei confronti dei poveri, dei deboli, di chi resiste alle idee illuminate dei privilegiati. Il presidente francese Hollande, un socialista, chiamò “sdentati” i suoi connazionali meno abbienti, Hillary Clinton ha perso le elezioni presidenziali americane per avere definito “miserabili “milioni di elettori, insultati come razzisti, sessisti, xenofobi e islamofobi. Un perfetto campionario dell’odio progressista per le idee, che non confutano come è loro diritto, ma mettono all’indice senza capire, né conoscere e tanto meno discutere. Si tratta di una forma di sprezzante suprematismo, espresso non attraverso categorie etniche ma pregiudizi culturali da membri di una specie antropologicamente ed eticamente superiore, in grado di discernere il bene e il male, impartire lezioni, pronunciare sentenze, eseguire condanne.

Arbitri e giocatori insieme, ogni loro iniziativa è invariabilmente un avanzamento della civiltà, opporsi alla quale è un gesto empio, regressivo, una prova di perversità, segno evidente di odio. Deve essere profonda, in molti anche sincera, la sorpresa per non ottenere l’unanimità e l’applauso generale. Tuttavia, è un loro problema, da risolvere magari con l’aiuto degli “esperti” che tanto amano. Spaventa, sconcerta, la feroce volontà di proibire le differenze di convinzioni e di linguaggio in nome della differenza offesa di qualcuno, che è l’esito inevitabile della religione (in)civile chiamata correttezza politica.

Negano la verità con lo stesso vigore con il quale non si arrendono all’evidenza. E’ persino divertente osservare la manipolazione di tutto, anche dei numeri. Se una piazza è occupata da sindacati, progressisti e sinistre, manifestanti d’amore, la folla si conta a centinaia di migliaia, finanche a milioni. Se si mobilita l’altra parte della nazione, la trascurabile maggioranza (Ennio Flaiano), i biechi reazionari armati di odio, raffigurati con baffetti, stivaloni, pose da gerarchi e sguardo di ebeti, l’aritmetica cambia. I gazzettieri di regime misurano lo spazio con pignoleria, calcolatrice alla mano, concludendo che i presenti erano poche migliaia. La verità rende liberi, la menzogna rende schiavi ma anche sciocchi.

In fondo, è divertente. Impariamo a contrattaccare, a ritorcere contro i Buoni i loro argomenti. Si inquieteranno, verificando che i tanti piccoli Hitler che vedono per la strada non hanno solo i baffetti. Oltre il passo dell’oca, c’è di più: cervelli che pensano, volti che sorridono, risposte pertinenti, argomenti, idee. Impariamo da Ugo Ojetti, sulfureo critico d’arte, scrittore, aforista della prima metà del Novecento: se vuoi offendere un avversario, lodalo a gran voce per le qualità che gli mancano. Le anime belle, i tolleranti, così provocati, caleranno la maschera, lividi di rabbia. Penoso spettacolo, l’odio dei buoni.


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Editoriale

 

L'odio buono e l'odio cattivo

di Adriano Tilgher

Non si finisce mai di imparare nella vita. Dovevo superare i 70 anni per capire che l’odio e l’amore non sono una grande antitesi della vita, i motori della storia, l’essenza dell’armonia cosmica, qualcosa che è insito nella natura umana e le cui conseguenze, nell’interpretazione umana di entrambe, possono essere molto positive ma anche tanto negative.

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La Spina nel Fianco


 

Fiat voluntas loro

Torino 11 luglio 1899 a palazzo Lascaris appartenuto a Camillo Benso, conte di Cavour, oggi sede del Consiglio regionale del Piemonte, si riunirono una dozzina di aristocratici ed imprenditori Torinesi, scopo dell'incontro dotare l'Italia di una fabbrica di automobili prodotte industrialmente, come già avveniva nella fabbriche dell'Europa settentrionale. L'idea era venuta agli amici Emanuele Cacherano di Bricherasio e Cesare Goria Gatti che avevano precedentemente costituito e finanziato la "Accomandita Ceirano & C.". Nacque così la Fiat, acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino.

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