Il tempo della tigre o...

"Esprimiamo la nostra forte insoddisfazione e l'opposizione decisa al comunicato fatto dai leader al summit del G7 sugli affari di Hong Kong"sono questioni “domestiche” per il Ministro degli Esteri cinese scocciato dal documento sbianca coscienza delle sette sorelle col quale si chiede il rispetto dei diritti umani e dell’autonomia per l’ex colonia britannica, passo imprescindibile al ripristino della convivenza pacifica dopo mesi di scontri tra “rivoluzionari degli ombrelli” e repressione. Abbiamo già detto dei detonatori della rivolta (la legge sull’ estradizione in Cina), ma ora l’onda politica tracima, Hong Kong è la bomba che illumina l’aria rarefatta dei nipotini di Mao e porta un nome: democrazia. L’Impero del capital-socialismo, iena famelica dei mercati occidentali con espansionismo a macchia d’olio, vorace predatore di ricchezze sull’ endemico binomio corruzione-povertà del Terzo mondo, ha  un’arma letale puntata al cuore del sistema: il revolver della libertà.

La trita, ammuffita formuletta, ex sovietica, che l’Occidente è l’utile idiota per stringere lucrosi affari, guai però se getta l’occhio sulle piaghe dei diritti nei Paesi socialisti, è un paravento trasparente, un re ignudo, manifesto tiranno di popoli termiti, obbedienti vassalli ai diktat del partito: produrre, vendere, succhiare valuta pregiata senza pagare dazi.

Hong Kong l’autonoma, cuore degli investimenti finanziari, ponte strategico tra Oriente ed Occidente, ben prima di Shangai, oggi è rivoluzione flessibile, intelligente nel cavalcare strategie utili ad assestare il colpo del knockout al dragone. La non violenza nell’occupare piazze aprendo ombrelli gialli, cortei oceanici, blocco delle infrastrutture, scioperi nelle università, nelle scuole, riunioni di preghiera d’una comunità orante, ricordo forse di Solidarnosc (senza Papa), ma anche pugni alla repressione violenta perché la tigre non perda i denti anzi li mostri ruggendo fiera alle frustate del domatore, non può, non deve trasformarsi da felino in pecora belante.

I mezzi corazzati dell’esercito rimandano a segnali minacciosi, avvertimenti armati sperando nell’abiura dei ribelli, ricordatevi piazza Tienanmen! Ma stavolta il battito d’ ali della farfalla cantonese sta provocando uno tsunami, impossibile fermarla coi cingolati sarebbe il seppuku della nomenklatura di Pechino in faccia al mondo, con ritorsioni dolorose sugli affari. Così il Moloch rosso da un lato non può cedere spazi minati di libertà, ne va della maschera severa del potere assoluto, dall’altro non può continuare a prendere ceffoni da migliaia di giovani ribelli, una mosca stizzosa per un apparato che governa un miliardo di cinesi, il tarlo di Canton può provocare l’osteoporosi allo scheletro del sistema. Al momento si tampona la rivolta con idranti, manganellate, lacrimogeni anche revolverate, arresti di leader (Joshua Wong), divieti a manifestare, sperando che i pompieri della polizia riescano a spegnere l’incendio con le bombe ad acqua, riprendendo, l’attimo dopo, a ritessere le fila per deglutire l’isola senza che nessuno se ne accorga.

La vecchia strategia leninista di simulare un mezzo passo indietro perché si calmino gli animi, vedi il ritiro della legge sull’estradizione tanto voluta dalla governatrice Lam, fa parte del giochino degli scacchi, un furbo arrocco, in attesa di studiare nuove mosse per lo scacco matto, i cantonesi questo lo sanno, convivono col metodo comunista dal ‘97 vivendo sulla loro pelle la metamorfosi filocinese del Governo autonomo, per questo il tiro s’ alza alla riconquista di un’autentica democrazia.

La sinistra italica che dice? Beh è chiaro compagni, dietro la rivolta spontanea “Libera Hong Kong” i burattinai portano l’abito a stelle e strisce dello zio Sam o la croce di S. Andrea del UK, CIA e Intelligence tramano dietro le quinte finanziando i ribelli per destabilizzare il piedistallo del colosso socialista, ombra gigante e ovunque sugli interessi dell’imperialismo capitalista d’Occidente.  Poi Hong Kong, sappiate, ha perduto il suo appeal sui mercati finanziari, il ponte scricchiola con quel che ne consegue sui lucrosi mercati di borsa, la ricchezza vissuta è già il passato, i manifestanti vorrebbero recuperare quel ruolo privilegiato, lo status di unici, ricchi, mediatori tra Oriente ed Occidente, mentre invece la forbice sociale s’ allarga. Insomma quegli studenti sono marionette borghesi e reazionarie, figli del liberal-capitalismo, nemici della luminosa rivoluzione del proletariato, allora occorre ricostruire, organizzare, pensate un po’, la nostra cara lotta di classe. Tutto qui, stessa pippa che giustificò Berlino, Budapest, Praga, Kabul e via dicendo, la solita minestra ribollita di chi adora l’analisi poltronista ma non c’ha l’elmetto, magari però in un cassetto, chissà dove, conserva una t-shirt infeltrita coll’icona del Che.

Il metodo Pechino ce l’hanno in tasca, il vecchio CLN, da noi, è sempre in sella, il popolo manifesta, svolta a destra alle europee come alle regionali, i grillini prendono schiaffoni, il PD marca il passo, il cespuglio LEU si secca, ma gli alchimisti dei poteri forti trasmutano il vile piombo nell’oro di un Governo rubro, il più rosso della nostra storia repubblicana. Hanno cucito assieme l’una e l’altra sponda del Tevere con l’interessata benedizione dell’UE impartita con la mano della speculazione finanziaria, d’incanto calano spread, interessi sui titoli di Stato, schizza la Borsa meneghina segnale di fiducia dei mercati, a Bruxelles si sfregano le untuose mani, evviva! Il Capitano leghista è vinto, è battuto, non c’è più il ribelle, l’Italia torna mignotta consenziente, cederà altre cospicue fette di ciò che resta della sua sovranità facendosi appunto dantesco bordello.

Il Colle con l’aspirante Primo Ministro bis (da nessuno eletto) hanno atteso palpitanti i risultati della piattaforma Rousseau per sciogliere il nodo sulla formazione del convoglio che traghetterà il Paese, 60.000 cri-cri hanno surrogato la sovranità d’ una Nazione di 60.000.000 di cittadini, quella sovranità che gli appartiene nel dettato costituzionale.

Crediamo noi sia il tempo della tigre per fugare i tanti, troppi domatori strappando via loro le fruste, divaricando le sbarre delle gabbie alla conquista d’ una democrazia autentica nei fatti.

E’ questa la sfida epocale ch’ oggi attiene a quell’area che chiamano impropriamente destra, il guanto del ribelle schiaffeggia questo presente senza voltarsi indietro a quel ch’è stato o sarebbe potuto essere. C’è un’arca da costruire bene, in fretta, l’alternativa rassicurante è lo stereotipo del recinto dell’io barricato nell’utero di internet, accendere i display tuffandosi nell’orgia del bla bla, un sorso di Coca e poi tutti a nanna.


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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