ORIZZONTI (S)PERDUTI: Knut Hamsun, il “dio Pan” della natura

È il 26 giugno 1943, un giorno tanto atteso, sia da parte di Adolf Hitler, sia da parte di Knut Hamsun, il grande e celebre scrittore norvegese, vincitore del Nobel per la letteratura nel 1920, poiché si incontrano al Berghof, il rifugio bavarese del Führer. E se Hitler vedrà esaudito il suo desiderio, quello di poter stringere la mano ed esternare tutta la sua ammirazione allo scrittore scandinavo, del quale è rimasto folgorato dopo aver letto uno dei suoi capolavori, Il risveglio della natura, Hamsun potrà finalmente vedere di persona l’uomo che maggiormente ama, colui che può salvare l’Europa dalla morsa dell’Unione Sovietica e dell’America, il condottiero che può frenare la decadenza dell’Occidente, impedirne che diventi solo uno spicchio del pianeta votato al culto dell’industrializzazione, della spersonalizzazione, della distruzione di quella natura del quale Hamsun, oltre ad esserne il cantore per eccellenza, è anche il custode, il testimone che non cessa di richiamare l’attenzione degli uomini affinché non spezzino il cordone che li lega alla loro terra e a quanto può loro offrire e dare, senza essere in cambio deturpata e annientata.

Ma se lo scrittore nordico vuole incontrare il Führer è anche per un altro motivo, poiché vuole convincere Hitler a intervenire nei confronti del Reichskommissar tedesco Josef Terboven, che sta governando il Paese scandinavo con un pugno giudicato troppo di ferro. Così, quando Hitler, dopo averlo fatto accomodare nella sala da cui si gode un panorama mozzafiato sulle Alpi bavaresi, gli chiede se Il risveglio della terra lo avesse scritto di giorno o di notte, Hamsun cambia subito discorso esortando il Führer a intervenire contro Terboven, lamentando i suoi metodi crudeli. Non solo, di fronte a un Hitler sempre più allibito, lo scrittore scandinavo chiede anche la liberazione di alcuni prigionieri politici. Il Cancelliere del Reich all’inizio cerca di abbozzare, facendo presente che il Reichskommissar è un uomo di guerra e utilizza metodi di guerra in un periodo di guerra, ma di fronte alle insistenze e alle preghiere di Hamsun a un certo punto perde le staffe e se ne va infuriato, senza neanche salutare il suo scrittore preferito. Le testimonianze dei presenti raccontano di un Hitler inferocito, gridare ai suoi collaboratori di non voler più vedere quel pazzo, mentre Hamsun, rincorrendolo nelle stanze del rifugio, continua a chiedergli di intervenire contro Terboven e a liberare i prigionieri a suo avviso ingiustamente incarcerati.

Se ho voluto raccontare questo aneddoto passato alla storia, dal sapore quasi tragicomico, è per spiegare con poche parole a chi non lo conosce chi è stato Knut Hamsun, uno dei maggiori scrittori del Novecento, autentico intellettuale visionario, cultore di un Occidente nemico della tecnica, custode dell’anima contadina e della natura incontaminata, quasi sempre presenti nella sua produzione letteraria. Figlio di contadini, Hamsun prima di diventare un eccelso narratore, aveva conosciuto i morsi della fame (non per nulla, il suo romanzo più famoso, punta di diamante del naturalismo scandinavo, si intitola Fame) e per sopravvivere aveva deciso di andare a lavorare in America, conoscendo di persona quella terra che, con la Russia di Stalin e la Gran Bretagna colonialista di Churchill, sarebbe diventata il suo più grande nemico, foriera di lusinghe e miraggi dettati dal “dio denaro”, del materialismo più abbietto e dell’esaltazione del successo economico, capace di strappare l’uomo dalle sue origini con l’humus, con il concetto e simbolo della terra che tutto governa e guida.

Ecco, se proprio dobbiamo concentrare la nostra attenzione non solo sullo scrittore Knut Hamsun (il cui vero nome fu Knut Pedersen), ma anche sull’uomo, allora lo dobbiamo fare sulla base del suo amore viscerale nei confronti di una natura che non deve essere soltanto esaltata, come per l’appunto appare nei suoi romanzi, ma che soprattutto dev’essere salvaguardata e difesa dall’uomo stesso, da coloro che intendono unicamente sfruttarla, distruggerla, depauperarla. E se Hamsun decise di diventare un ammiratore di Hitler e del nazionalsocialismo, al punto di iscriversi al partito filonazista norvegese Nasjonal Samling (Assemblea Nazionale) di Vidkun Quisling nel 1934, stringendo amicizia con Alfred Mjøen, uno dei fautori della politica eugenetica, con il quale condivideva la convinzione che il declino della razza bianca fosse dovuto al meticciato imposto dalle democrazie moderne, a cominciare dall’imperialista Gran Bretagna, fu perché nel Führer e nella sua concezione del “sangue e suolo” intravide una barriera, una difesa, un richiamo nei confronti di quella perfetta, idilliaca data dalla natura (nella quale tutto è utile, persino l’inutilità stessa, come afferma Montaigne), cantata e mirabilmente descritta in un altro suo celeberrimo romanzo, Pan.

Quindi, non c’è da meravigliarsi se il 14 aprile 1940, cinque giorni dopo che la Wehrmacht occupò la Norvegia, Hamsun scrisse un articolo in cui esaltava la Germania come nazione amica, desiderosa di difendere il suo Paese dalle mire espansionistiche britanniche, un articolo nel quale accusò re Haakon VII di essere un traditore per aver scelto la via dell’esilio. Ma quello che lo scrittore norvegese scrisse a chiare lettere, e non solo in quell’articolo, non era soltanto la personale visione di un intellettuale in lotta contro il dichiarato nemico del modernismo, ma la punta di un iceberg rappresentato da una parte consistente della società norvegese dell’epoca, la quale all’arrivo delle truppe d’occupazione tedesche, si schierò con la Germania hitleriana. Questo perché se Hamsun fece intendere la volontà di considerare i tedeschi fratelli di sangue con il popolo norvegese attraverso i propri scritti, non bisogna dimenticare che ottomila giovani norvegesi lo dimostrarono arruolandosi nelle Waffen SS per combattere sul fronte orientale contro i russi, tra cui lo stesso figlio di Hamsun, Arild, dando vita con i volontari danesi alla divisione Standarte Nordland, oltre al fatto che perfino una parte dei settori più avanzati e progressisti della società norvegese videro con simpatia il sorgere del movimento pangermanico (quello che culturalmente diede vita politicamente al nazionalsocialismo) che predicava il ritorno a un paganesimo nordico e ai valori della terra.

Studiando la personalità di Hamsun, più che la sua opera letteraria, votata a una forma suprema e mistica di panteismo, non si può fare a meno di notare le sue indubbie affinità che lo legano a un altro celeberrimo intellettuale del Novecento, quell’Ezra Pound che nutrì una smisurata ammirazione per Benito Mussolini e per il fascismo, così come lo scrittore scandinavo lo ebbe per Hitler e per il nazionalsocialismo. Un’affinità che li lega anche alle conseguenze che dovettero affrontare e patire all’indomani della fine del conflitto, quando Hamsun, ormai ottantaseienne, fu accusato di collaborazionismo e rinchiuso in un ospedale psichiatrico fino al 1948, quando un gruppo di psichiatri concluse che le facoltà mentali dello scrittore norvegese erano state «irrimediabilmente danneggiate», portando ad archiviare l’accusa di tradimento. Un’esperienza traumatica che Hamsun descrisse in uno dei suoi ultimissimi libri, lo struggente Per i sentieri dove cresce l’erba, pubblicato nel 1949.

Di fronte a un mondo, soprattutto culturale e artistico, costituito da fantoccini e opportunisti, fino all’ultimo, circondato dalle rovine di evoliana memoria, Knut Hamsun volle dimostrare la propria coerenza, senza rinnegare o dimenticare nulla. Una coerenza che lo spinse il 7 maggio 1945, quando ormai la Norvegia stava per essere “liberata” dagli Alleati, a pubblicare sulle pagine dell’Aftenposten, il più diffuso quotidiano del Paese, un necrologio per ricordare il suo Führer, suicidatosi una settimana prima nel bunker di Berlino. Un necrologio che spiega meglio di qualsiasi altro documento la visione dello scrittore e la dedizione a una concezione del mondo che ormai apparteneva a un passato remoto e incompreso: Non sono degno di parlare solennemente di Adolf Hitler, la sua vita e il suo lavoro non invitano a parole sentimentali. Era un guerriero, un pioniere dell’umanità e un apostolo del vangelo del diritto di tutte le nazioni. Era una figura di riformatore di altissimo rango e fu suo destino storico di dover lavorare in un tempo di inaudita bassezza, che alla fine lo piegò. Così gli europei devono guardare a Adolf Hitler. E noi, suoi fedeli seguaci, chiniamo le teste davanti al suo mortale sudario.


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