[RECENSIONI]: "L'ultima raffica" di Antonio Guerin

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Mai è stato scritto niente di più falso, dal momento che di eroi, in realtà, ce n’è sempre stato bisogno fin dalla notte dei tempi. È in primo luogo la storia a smentire il deprimente nichilismo del drammaturgo austriaco. La stessa storia maestra di vita che ci dimostra ogni giorno l’opposto concetto: il popolo che ha molti eroi è, al contrario, il prediletto dalla sorte. La prova? Chi di noi non si è mai commosso a leggere l’eroica impresa di Leonida alle Termopili? Era l’alba dell’Europa quando su quella stretta striscia di terra a strapiombo sull’Egeo trecento coraggiosi comandati dal re spartano s’immolarono per frenare l’avanzata delle armate persiane. E chi non s’è mai sentito travolgere dall’emozione davanti al romano Orazio Coclite che da solo sul ponte Sublicio frena l’impeto degli invasori fino a perire con loro tra i flutti del Tevere?

Anche le cronache della modernità sono costellate da piccoli e grandi esempi di eroiche imprese. I coraggiosi pompieri delle Torri Gemelle di New York per esempio. O i ragazzi che hanno sacrificato sé stessi sfidando la nuvola radioattiva sprigionata dal reattore di Chernobyl. Nulla è più affascinante e coinvolgente dell’uomo che si fa avanti, che sfida la sorte e il buon senso e che, a rischio della propria vita, si butta nella mischia e spende tutto sé stesso. A maggior ragione se il sentimento che guida l’eroe è l’amore per la propria Patria. Una passione alquanto anacronistica oggi. Ed è proprio questo il messaggio racchiuso nel gran bel romanzo di Antonio Guerin “L’ultima raffica”, ed. Passaggio al bosco.

Un libro eccezionale anche per la pregiata prefazione di Maurizio Rossi. La trama è semplice. Siamo ormai arrivati agli ultimi giorni di vita della Repubblica Sociale Italiana. Gli alleati, da mesi inchiodati sulla linea Gotica, stanno per irrompere nella pianura Padana. Le infami giornate dell’ingloriosa mattanza di fascisti dell’aprile 1945 stanno per consumarsi, ma naturalmente tutto questo i giovani protagonisti del libro ancora non lo sanno. Sono fiduciosi, loro. Per questi ragazzi, cresciuti nel mito dell’eroismo e dell’amore per l’Italia, questa stupenda avventura non può finire così. Loro stanno lì a testimoniare che non tutti gli italiani sono traditori e voltagabbana. Che il 25 luglio e l’8 settembre, insieme con l’indisturbata “passeggiata” americana in Sicilia e nel sud Italia, hanno irrimediabilmente compromesso l’idea stessa di Patria. Che il tradimento non paga, non può pagare, perché i “liberatori” sono gli stessi che seppelliscono le città italiane sotto tonnellate di bombe. Che il Badoglio che ha dichiarato guerra contro il nostro ex alleato è miseramente fuggito a gambe levate insieme al re e parla dai microfoni di una radio situata nell’Italia invasa dal nostro ex nemico. Un ex nemico che per non rischiare troppo è sceso a patti con la mafia.

Qualcuno, ubriaco di relativismo, potrebbe sparigliare le carte e distribuirle assegnando assai diversamente meriti, colpe e responsabilità. Ma questo pugno di ragazzotti, alcuni neanche quattordicenni, non si chiede il perché o il percome di quel che è accaduto. Non stanno certo a sottilizzare. Hanno intuito che si è trattato di una carognata e tanto gli basta. Perché una guerra si può anche perdere, ma l’onore va preservato a tutti i costi. Qui invece si è perduto in primo luogo proprio quello: l’onore e la dignità di popolo. Per questi giovani tutto cuore e fegato infatti l’8 settembre, oltre che un’ignominia, è stato un episodio brutto, bruttissimo. Un obbrobrio che ha oltraggiato in primo luogo l’estetica, perché pure l’occhio vuole la sua parte. Anche nelle sconfitte. E in secondo luogo è stato un insulto all’intelligenza, poiché lo si è chiamato pomposamente armistizio quando in realtà si è trattato di una resa senza condizioni.

Quindi bisogna assolutamente porre rimedio a questa scelleratezza. E come? Accorrendo al grido di dolore della Patria oltraggiata. E loro si precipitano al nord, rispondendo all’appello del Duce appena liberato dalla cattività. Come detto sopra, siamo ad aprile del 1945, e a questo manipolo di prodi è stato ordinato di presidiare il posto numero tre, un luogo strategico localizzato in un contrafforte situato da qualche parte del Norditalia.

Fare la guardia al bidone di benzina non li esalta, ma non importa. Loro obbediscono senza se e senza ma. Prendono posizione nella ridotta e aspettano. Aspettano cosa? Aspettano e basta. Ma badate bene. Qui non siamo nel deserto dei tartari. I tartari ci sono, eccome. E stanno arrivando di gran carriera. Perché la piccola ma eroica Repubblica Sociale Italiana ha le ore contate, ormai. Ma loro, pur ignorando ciò che sta accadendo, presagiscono il peggio. Un camerata infatti è stato decapitato, e la sua testa, infilzata su una picca, è stata piantata nottetempo davanti alla casupola che presidiano. L’avvertimento è chiaro ma loro rimangono li, ostinati e caparbi, opponendo un reciso diniego pure a una richiesta di resa onorevole. Anche stavolta vale più che mai il detto: mancò la fortuna, non certo il valore…


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