Il treno della rivoluzione

Così a braccio ci vengono alla mente quattro “treni delle rivoluzione”, quello trionfale del dittatore a tempo Giuseppe Garibaldi, destinazione Napoli, ove arrivò un tocco dopo il mezzodì accolto da una folla delirante, era il 7 settembre 1860, il mesto Franceschiello s’era rifugiato a Gaeta, fine d’un regno e d’una capitale. L’altro fu scaltramente offerto dalla Germania di Kaiser Guglielmo a un cittadino russo in esilio nella neutrale Zurigo, tal Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin, due carrozze piombate di seconda classe per lui, la consorte e una trentina di duri bolscevichi, diretti a Pietrograd per imprimere una svolta comunista alla rivolta popolare del febbraio 1917. L’imperatore chiodato pensò male che il crollo dello Zar avrebbe liberato le sue truppe dal fronte orientale applicando la vecchia strategia mors tua vita mea, ma l’anno dopo il Piave mormorò e fu disfatta.

Ce n’è poi un terzo, era quel direttissimo delle 20.30 partito da Milano in direzione Roma, la sera del 29 ottobre del 1922, in un vagone letto viaggiava Benito Mussolini, scendeva a Roma per salire al Colle convocato dal “Re soldato” per avere l’incarico di formare un nuovo governo all’indomani della marcia su Roma.

IL quarto è salito alle cronache di questi giorni agostani sfrecciando da Atbara, “la città del ferro e del fuoco”, fino a Khartum col suo carico umano di ribelli in festa per l’accordo firmato tra la giunta militare (TMC) e l’opposizione del FFC (Forces of Freedom and Change) su una transizione triennale che guidi il Sudan a un governo civile con libere elezioni dopo trent’anni di stupro dei diritti di Omar al-Bashīr, deposto in aprile, sotto processo per corruzione. Hurrà alle stelle in un Paese dimenticato dalle furbe amnesie d’Occidente, il tempo scriverà la storia vera o s’annoterà un romantico miraggio dell’ennesima primavera araba, carica di speranze riposte poi tra le pagine a mo’ di fiori secchi. Come sarebbe stato possibile però strappare questo patto d’ impegno tra i duellanti se la protesta testarda non avesse trovato gambe e voce nelle strade, nelle piazze, nei posti di lavoro con la massiccia mobilitazione dell’altra parte della luna, le donne, agguerrite nel manifestare quanto nel rivendicare pari dignità con l’uomo, una rivoluzione nella rivoluzione per l’universo islamico.

Checché ne dicano i sofisti del sospetto, quelli del cui prodest, chi verga pagine di speranza nella Storia butta sul tavolo la propria carne rischiando quella, spesso l’unica cosa che gli è rimasta, perché le rivolte viaggiano sulle spalle di coraggio e povertà non sul rispetto dell’ordine costituito, dell’etica istituzionale, di regolamenti e codicilli.  

Dal ’45 a oggi l’Italia ha contato 65 governi variopinti, l’ultimo, il gialloverde, nato da un “contratto”, era il treno del cambiamento a cominciare dall’ alleanza Lega-M5S, un illogico connubio, un salto con l’asta oltre il muro ideologico, novità assoluta nel panorama a compartimenti stagno dei partiti. Ma a dir la verità l’esecutivo s’è trasformato presto in rissosa assemblea di condominio, chiusasi il 20 agosto nell’aula del Senato con un dibattito trasparente (mah!) e democratico (!). 

Il Capitano ha incassato pugnalate verbali da tutto l’emiciclo (esclusi i suoi), crucifige! crucifige! Che peccato non ci fosse quel Marco Antonio di Shakespeare a farne un’orazione funebre politica; “eppure Bruto è uomo d’onore”, ricordate? perché a sferrare il primo colpo durissimo è stato proprio il Capo del Governo accusando l’alleato di ambizione, calcoli sul suo successo elettorale, voglia sovranista di premierato, esattamente come Cesare.

Peccato che il prof. non si sia accorto che un altro Bruto gli sedeva accanto, in silenzio, tutto compreso nel maneggiare il cellulare, segno dei tempi, epifania spocchiosa del potere malcelata dietro giacca, cravatta e un sorrisino da Gioconda.

Comunque era proprio lì il nodo da sciogliere in fretta per le democratiche istituzioni repubblicane nate dalla Resistenza, che la Lega continuasse a volare, non nei sondaggi, ma nelle percentuali vere elettorali, attirando su sé un consenso popolare talmente vasto da soffocare gli altri soldatini inebetiti, ranocchietti cacciati dallo stagno. Così la trappola dei no dei vecchi e nuovi bolscevichi (perché quello sono) è scattata, il neo Alberto da Giussano, marciando con lo sguardo in alto rivolto ai bagliori della spada, c’è cascato, eccome se c’è cascato! Chiuso subito in gabbia è stato messo al centro del Palazzo al grido: “attenti al gorilla!” e giù secchiate di rancide quanto iraconde accuse. Uno spettacolo a dir poco vergognoso sapendo già che ai bordi della trappola danzavano gaudenti antichi e nuovi compañeros, il Papa social, le Ong, scafisti, intellettuali, sindacalisti risorti con tutto il circo mediatico di termiti che si nutre dello Stato. Ma soprattutto hanno fatto saltare i tappi i burosauri di questa finta Europa dell’asse Macron–Merkel, i due vampiri succhieranno sangue dal collo dell’Italia a partire dalla prossima manovra finanziaria, apriamo il portafogli.

La littorina del grande cambiamento così s’è fermata a Ciampino, si scende col capro espiatorio spinto da genetica ribellione alla postura italica dei 90°, s’era rotto i maroni, alla fine ha tirato la maniglia del freno. Si cambia treno, compagni, ritornando a quello a vapore, ciascun passeggero dem tira un sospiro di sollievo con la 24 h colma di programmi trita Italia per un governo Ursula di legislatura (!), tre anni e mezzo a tessere la tela giallorossa del ragno cercando di riacchiappare il consenso perso, magari spedendo “il mortadella” al Colle.

La tiritera istituzionale seguirà fretti protocolli, quasi già patetico, diciamocelo, il bau, bau di nuove elezioni, la trappola non le prevede, bastava seguire attenti il dibattito in Senato, poi sarebbero traumatiche per la Nazione stando ai sondaggi!

Le folle oceaniche di Hong Kong o del Sudan c’appaiono lontane anni luce, anche un solo omino sandwich davanti al Quirinale con una scritta ribelle sembra una romantica illusione.  

Eppure per un attimo ci sarebbe piaciuto che, come in un film surreale, nell’aula del Senato entrasse fischiando “il treno della rivoluzione”, immaginate che bello! Che festa! Che scarica d’adrenalina! Ops, purtroppo è stato un miraggio agostano.


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Editoriale

 

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