Il Ministro, il Papeete, l'Inno

 Non è passata inosservata la presenza di Matteo Salvini al Papeete beach, il locale sulla spiaggia di Milano Marittima, dove egli ha dato spettacolo salendo in console, annunciato a gran voce dal DJ, mettendo su pure qualche disco che ha indubbiamente galvanizzato gli astanti. Fin qui tutto normale, e invece no. Si da il caso infatti che Matteo Salvini sia, oltre che un rappresentante eletto del Parlamento, il Ministro dell’Interno della Repubblica italiana.

Preso dalla situazione il capitano si è lasciato andare, lo abbiamo visto dimenarsi come un ragazzino dietro la console, ballare attorniato di statuarie cubiste, e per finire, come dire che al peggio non c’è mai fine, mettere l’Inno Nazionale cantato a squarciagola tra i culi, i bicchieri, le sbronze estive.

Tacciateci pure di pignoleria, poco ci importa, tutto accettiamo, ma l’Inno no. La questione dell’Inno Nazionale ci ha toccato le corde profonde del cuore, riempiendoci di rabbia e sdegno, e ricordandoci che al di là di ogni calcolo politico e congiunturale che spesso facciamo, nel quale accondiscendiamo all’azione di Governo per un motivo o per un altro, loro non sono come noi. Loro sono i rappresentanti della destra del capitalismo, e come tali disprezzano in realtà tutti quei valori che malamente cercano e dicono di difendere e rappresentare. Il fatto che in questo momento storico, spesso e volentieri, le loro battaglie siano anche le nostre, è solo un caso, soltanto una fortuita commistione di eventi storici, necessità sociali, opportunità politiche, ma niente di dottrinario ci lega a loro, nessun valore, nessun ideale, apparteniamo a due visioni di mondo non solo diverse, ma opposte. Da un lato la società dell’individuo e dei diritti, dall’altro la Comunità, lo Stato, il Popolo, la Patria.

Allora è bene che questi signori capiscano che l’Inno Nazionale non è una canzonetta di cui poter fare scempio, è un inno d’amore verso il nostro popolo, verso tutta una grande civiltà di cui siamo figli e della quale vogliamo la salvezza. È una marcia trionfale che ci ricorda quanto i nostri avi hanno dato per la grandezza d’Italia, per la libertà d’Italia, perché oggi possiamo esistere (o meglio potremmo) come Nazione libera e indipendente, e quanto sia importante questa nostra immensa Patria, a cui siamo legati a doppia mandata da un filo conduttore che da cinquemila anni ci tiene insieme.

Già la Patria, concetto pericoloso in quanto solido e afferente alla dimensione del pensiero forte, parola forse vecchia, tirata fuori dal cappello solo in occasioni di dubbia solennità, messa da parte e svalutata dei suoi significati più profondi. Ma la Patria non è solo una parola, la Patria è un destino. Non ci si sveglia una mattina e si decide di provare un qualche sentimento per il proprio Paese, l’amor di Patria non lo si trova al mercato la mattina, e si decide di comprarlo e farne uso, nasce da dentro, nel sangue e nella lingua che è dei nostri antenati, nella cultura che è della nostra civiltà, negli usi, nei costumi, nei modi di fare, nella terra di volta in volta dolce, aspra e forte che il nostro popolo ha da sempre percorso e difeso fino alla morte. «Le genti del bel paese là dove 'l sì suona» ricordava Dante nella Divina Commedia.

Tuttavia, non possiamo incolpare Salvini, poiché egli è ciò che questa epoca produce, è quel tipo di uomo nato, vissuto ed educato in questa architettura di valori. Quello che invece è bene far notare, è uno svilimento profondo della politica, intesa come servizio che il cittadino rende alla sua comunità. Da anni ormai la politica non è altro che mera contingenza elettorale, non progetto, sogno, realizzazione, ma competizione sportiva che, per quanto riguarda lo stile, i valori e i contenuti, si gioca al ribasso. Inghiottita anch’essa dalla finanziarizzazione della società avvenuta dopo l’89, la logica della semplificazione è quello che rimane; semplificare il messaggio, semplificare i contenuti, banalizzare il concetto a cui la politica fa riferimento. E allora, il gesto di Salvini ricalca perfettamente il solco di un mondo svuotato di significato, che non riconosce più l’importanza dei ruoli, l’etica dell’esempio, la potenza assoluta dello stile.

Parole al vento le nostre, in un’epoca così fluida e banalizzata, regno del relativismo positivistico e della semplificazione postmoderna. Tuttavia, ci sia concesso, noi che siamo come esuli in Patria, forse nostalgici forse innamorati dell’Utopia, siamo abituati a ragionare con un altro sistema di valori che certamente non corrisponde a quello oggi in vigore, e allora non possiamo accettare che un membro del Governo, capo politico di un movimento, colui che dovrebbe non solo garantire lo sviluppo e la civile convivenza del nostro popolo, ma guidarlo e condurlo verso orizzonti più grandi, faccia scempio non già di sé stesso (il che potrebbe importarci il giusto) ma del ruolo istituzionale che egli ricopre, e soprattutto del nostro glorioso Inno, che è poi lo specchio di tutta la nostra storia.


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