ORIZZONTI (S)PERDUTI: Gottfried Benn, l’espressionista tentato dal Führer

Che cosa rende un “uomo contro” rispetto a tutto e a tutti? Il suo grado di coerenza, la sua capacità di intraprendere un sentiero e di percorrerlo rettamente fino a quando sarà il destino a decidere per lui. Essere un “uomo contro” vuol dire non fare calcoli, ma lasciarli fare agli altri. Una categoria di persone, questa, che è formata quindi da pochi soggetti, famosi o meno, ma tutti degni di rispetto e ammirazione.

Rispetto e ammirazione che non si possono non provare per uno dei maggiori poeti del Novecento, il medico e soldato tedesco (perché a lui piaceva essere ricordato in questa veste) Gottfried Benn, nato a Mansfeld, nel cuore della Prussia, nel maggio 1886 e morto esattamente settant’anni dopo a Berlino. Figlio di un pastore luterano, Benn fu sempre orgoglioso di questa sua origine pastorale e religiosa, ben conscio di proseguire una tradizione, in tal senso, già percorsa da illustri filosofi e scrittori come Nietzsche, Schelling e Mommsen, tutti figli di ecclesiastici protestanti.

Affascinato dalla medicina fin da ragazzo, il futuro poeta si laurea brillantemente nel 1910 all’Accademia militare di Berlino, prendendo la specializzazione in infettivologia. La sua figura genera contrasti; da una parte la precoce calvizie gli dona un allure rassicurante, tipica del medico di campagna, dall’altra ciò che colpisce è il suo sguardo glaciale dato da due occhi azzurri che fanno intravvedere abissi insondabili, come quelli della sua poesia, che fa male, fin dall’esordio, come un cazzotto nello stomaco. A ventisei anni pubblica una raccolta di versi dal titolo esemplificativo di Morgue (Obitorio), composta da cinque spaventosi poemi che lo proiettano d’acchito nei meandri del movimento espressionista tedesco. In questa minuscola raccolta a dominare è un terrorismo etico che getta una nuova luce sull’uomo, votato a un principio indissolubile di distruzione. Benn usa le parole come se fossero bisturi e con i versi che si trasformano in una sala operatoria dove il sangue e gli organi vengono sparsi ovunque.

Eppure, quest’uomo che ha scandalizzato l’opinione pubblica, che sembra divertirsi a épater le bourgeois, quando scoppia il primo conflitto mondiale non ci pensa due volte ad arruolarsi come volontario, prendendo parte all’offensiva delle Fiandre, dove ottiene la Croce di Ferro di seconda classe, per poi finire la guerra, come medico, in un ospedale militare a Bruxelles, curando le malattie veneree dei soldati.

Smobilitato ancor prima della fine della guerra, Gottfried Benn decide di aprire uno studio di infettivologia a Berlino e i suoi pazienti, affetti da malattie veneree, vengono da lui considerati l’espressione diretta dell’atmosfera decadente e dissoluta che la capitale tedesca e la Repubblica di Weimar rappresentano simbolicamente. Di fronte a questa Krisis implacabile, l’espressionista Benn si avvicina alle tematiche e alle concezioni incarnate dalla Rivoluzione conservatrice, come ampiamente dimostra in un saggio del 1932, Oltre il nichilismo, nel quale profetizza l’avvento di un nuovo superuomo. «Esiste solo l’uomo superiore, cioè quello che tragicamente combatte, solo di lui tratta la storia, solo lui è antropologicamente pieno di significato», scrive in una pagina del libro. «Noi quindi oggi non riponiamo lo spirito nella sanità biologica, non nella linea ascendente del positivismo, ma lo poniamo come sovraordinato alla vita». Parole che fanno intendere come il poeta tedesco abbia ormai intrapreso il sentiero che lo porta verso un nuovo modo di intendere la “categoria del politico”, per dirla con Carl Schmitt, ossia nell’alveo di quel nazionalsocialismo che sta per prendere il potere.

Benn aderisce quindi al nazismo, come uomo e intellettuale, e lo fa in due scritti, il primo del 1933, Die neue Staat und die Intellektuellen (Il nuovo Stato e gli intellettuali), il secondo del 1934, Kunst und Macht (Arte e potere), nei quali vede il movimento hitleriano come forza nuova scaturita da istanze dionisiache, al punto di arrivare a confidare che l’espressionismo, come il futurismo per il fascismo italiano, si trasformi in uno zoccolo duro, culturalmente fondamentale per la nascita e lo sviluppo della nuova Germania. Nelle pagine di questi testi il poeta tedesco vede quindi il proprio Paese rinascere attraverso le energie e il vitalismo insiti nel nazismo, capace di far uscire la gioventù dall’oscurità, motivandola ed esaltandola.

Sotto il nascente, nuovo potere, Benn nel febbraio del 1933 è nominato a dirigere la sezione di poesia dell’Accademia di Prussia e in un altro scritto di quell’epoca afferma che il nazismo rappresenta «l’ultimo grande concetto della razza bianca, probabilmente una delle più grandi realizzazioni dello stesso spirito cosmico», in grado di generare «il processo interiore della sua forza creativa, che porta con sé, anche nello spettatore più recalcitrante, una trasformazione graduale della personalità».

Ma al nuovo potere le idee e le visioni di Benn, che tendono a coniugare l’asse portante del nazionalsocialismo con le commistioni di un movimento artistico d’avanguardia come l’espressionismo, cominciano a dare fastidio e a creare imbarazzo nell’apparato. Così è Alfred Rosenberg a dare il primo scossone all’impalcatura teorica del poeta tedesco, definendo testualmente l’espressionismo un’espressione del “bolscevismo culturale” e del “decadentismo ebraico”. Di fronte a questo attacco diretto, Gottfried Benn ne paga subito le conseguenze; in concomitanza con la “notte dei lunghi coltelli”, che sancisce la fine delle SA di Ernst Röhm, il poeta tedesco viene rimosso dalla direzione dell’Accademia. Improvvisamente, Benn si rende conto di essere solo contro tutto e contro tutti, in quanto il regime cerca di fare chiarezza anche sulle presunte origini ebraiche della sua famiglia, accuse dalle quali viene scagionato in quanto la sua schiatta è di origine celtico-gallese. Di fronte a questo strappo deciso dal regime e, in particolar modo da Rosenberg, Benn si comporta da “uomo contro”, coerente fino all’ultimo con se stesso e con le proprie idee: se il nazismo lo ha “esiliato”, il poeta tedesco sceglie la via dell’“emigrazione interna”, arruolandosi nel 1935 nell’esercito tedesco, in qualità di ufficiale medico. «La Reichswehr è la forma aristocratica di emigrazione», scrive in una lettera indirizzata a un amico.

Una coerenza, la sua, quella di servire la patria e di restare fedele a un’immagine estetico-culturale invisa dall’ufficialità del potere, che porta avanti fino al crollo del nazionalsocialismo. E dopo aver pagato lo scotto con il regime, alla fine della guerra Benn deve pagare il tributo anche nei confronti dei nuovi vincitori, poiché gli Alleati non gli perdonano di aver fiancheggiato l’hitlerismo degli inizi. Subisce così l’umiliazione di un processo di denazificazione, mentre le sue opere poetiche e saggistiche vengono proibite, bloccando la ristampa di ogni titolo. Ma Benn non si lascia andare, conscio che il proprio aristocraticismo rappresenti l’arma vincente per reagire. Riapre uno studio medico e si sposa per la terza volta. Alla fine, la sua coerenza viene riconosciuta anche dal regime democratico, quando all’inizio degli anni Cinquanta il governo tedesco gli conferisce l’Ordine al Merito per il suo contributo letterario al mondo della cultura europea.

Pochi anni, ormai, lo separeranno dalla morte, ma Gottfried Benn non verrà mai meno a quel sentiero che aveva deciso di intraprendere fin da ragazzo, percorrendolo come un filo di rasoio, in nome di un espressionismo nel quale trovano spazio l’ordine della tradizione e il senso dell’onore, il desiderio di cullare il sogno della distruzione e la volontà di restare fedeli a un credo indissolubile.


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