C'era una volta il calcio

Non tornerà mai più. Il calcio dei Rivera, dei Riva, dei Mazzola, dei Rocco, dei Trapattoni, dei Liedholm e dei Valcareggi resterà per sempre un bellissimo ricordo, che non ha niente a che vedere con lo sport (sport?) che ci propinano adesso. Lo sappiamo da tempo e, dunque, sarebbe stupido meravigliarsi, ma è in questo periodo - quello dei “ritiri” delle squadre, in vista della stagione agonistica - che la differenza tra il calcio di oggi è quello di ieri salta ancor più agli occhi.

Tutti gli appassionati del pallone ricorderanno i raduni di una volta: ritrovo della squadra, partenza per una località di montagna, diciassette/diciotto giocatori, a disposizione dell’allenatore, affiancato, nei migliori dei casi, da un preparatore atletico e da uno dei portieri. Stop. Oggi la musica è ben altra. La squadra si riunisce a rate, perché molti giocatori hanno affrontato competizioni anche sulle soglie dell’estate e, dunque, sono ancora in vacanza. Le “rose” sono composte da venticinque/trenta calciatori, l’allenatore ha uno staff di sei/sette persone, tra tattici e preparatori vari, e la preparazione vera e propria, soprattutto per le squadre più acclamate, dura poco e nulla, perché si parte subito per qualche tournée in Asia o in America, dove sono in programma tornei dallo scarsissimo valore tecnico, ma dall’altissima remunerazione dal punto di vista economico.

Così, in piena estate e in terre lontane vediamo affrontarsi i Campioni dei vari tornei europei, in partite quasi comiche, con calciatori non al meglio (eufemismo) e risultati imbarazzanti.
Si dirà che se un portiere bravo costa anche 80 milioni e un attaccante può valerne 200, le società i soldi devono pur rimediarli da qualche parte. Tutto vero, tutto giusto, ma crediamo di avere il diritto di rimpiangere Nils Liedholm o il mitico Trap, che dirigevano gli allenamenti con un fischietto in bocca, mentre oggi gli allenatori interagiscono con i loro collaboratori, che monitorano i calciatori grazie a macchine fantascientifiche.

In poche parole, questo è il calcio moderno, un calcio senza cuore e senza bandiere, che, lasciatecelo dire, ci piace sempre meno. Un calcio buono solo per le tv a pagamento, per i presidenti e per i procuratori, che si arricchiscono con transazioni milionarie, per i calciatori e gli allenatori, che guadagnano cifre impensabili ai tempi di Riva e Rivera. Un calcio che si gioca in stadi sempre più vuoti, senza che questo interessi a nessuno.

Ecco, quando il 24 di luglio ci trasmettono in diretta dalla Cina, all’ora di pranzo, Juventus-Inter ci viene il magone. E, soprattutto, una grande nostalgia dei ritiri in Trentino, delle foto con la Polaroid con un sorridente “Picchio” De Sisti o con un accigliato Roberto Pruzzo, di un calcio che viveva di sudore e passione, non di stupidi “tweet” e di foto su Instagram.


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Editoriale

 

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Ieri e oggi ho incontrato, separatamente, due signore, una relativamente giovane, l’altra relativamente anziana ed entrambe hanno usato una frase priva di qualsiasi significato, ma che è diventata un ritornello sistematicamente ripetuto dai diffusori del pensiero unico globale: “Io sono contro la cultura dell’odio”.

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La Spina nel Fianco

 

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