ORIZZONTI (S)PERDUTI: Dante Virgili, il mio vomito vi seppellirà

È inutile che andiate a cercare un’immagine di Dante Virgili sul web. Perché tanto non la troverete. E forse è un bene, poiché chi l’ha conosciuto di persona lo ha sempre descritto repellente, quasi fosse uno di quei freaks di cui scrive Leslie Fiedler nel suo celebre saggio: basso, sgraziato, un volto anonimo, sdentato, perseguitato da una pletora di patologie, di disturbi, soprattutto digestivi, che lo costringevano a vomitare continuamente e a cibarsi, come racconta la leggenda, esclusivamente di carne macinata e prosciutto cotto.

Un uomo terribilmente solo, votato alla solitudine, incapace di amare (ma questa non è una colpa) e impossibilitato dal ricevere amore (e questo lascia il segno), uno scrittore che è diventato famoso sulla base di una produzione letteraria che si restringe a due soli titoli (se si escludono i libri che scrisse, paradossalmente, per l’infanzia): La distruzione e Metodo della sopravvivenza, nei quali lo scrittore bolognese espresse due concetti che hanno marcato a fuoco la sua vita, la fede nel nazionalsocialismo (descritta soprattutto nel primo) e la sua irrefrenabile necessità di vivere e sperimentare una sessualità senza limiti (raccontata soprattutto nel secondo). Nazismo e sesso (quest’ultimo quasi sempre in chiave sadomasochista) che una certa critica ha naturalmente convogliato nello stesso calderone, alimentandone la leggenda del maudit da evitare come la peste o, tutt’al più, considerandolo alla stregua, per l’appunto, di un fenomeno da baraccone, un’anomalia selvaggia non da leggere, ma da studiare come caso clinico.

Dante Virgili, in realtà, è stato molto di più. E per capirlo bisogna avere chiaro un concetto, quello che ci fa comprendere come la linea di demarcazione che separa la lucidità dalla visionarietà sia molto più sottile e labile di quanto si possa credere comunemente. Virgili è stato un cantore lucido, implacabile, un sistematico sismografo vivente capace di registrare la realtà che lo circondava, al punto che questa sua lucidità è sfociata ineluttabilmente in una disarmante visionarietà. I critici benpensanti oggi lo celebrano, dopo che in anni recenti la casa editrice Pequod ha riproposto La distruzione e pubblicato Manuale di sopravvivenza, per essere stato in grado di prevedere la distruzione delle torri gemelle di New York in un passaggio del suo primo romanzo, scritto, ricordiamolo, a metà degli anni Sessanta. Ma non è in queste immagini che Dante Virgili ha dimostrato la sua potenza evocatrice con le parole. La vera forza della sua visionarietà sta nell’essere riuscito a descrivere con esattezza chirurgica la devastazione operata dal modernismo, le sue aberrazioni, quel senso di protagonismo e di voglia di celebrità che spinge gli imbecilli a dominare e ad asservire il proscenio attuale.

Chissà che cosa avrebbe detto e scritto Dante Virgili se avesse avuto modo di vedere imperare ai nostri giorni l’etica dei realities, in cui in nome di allucinate minima immoralia ognuno si sente in diritto di dire la sua, di imporre le sue farneticazioni e le sue banalità, amplificate e dilatate dall’impiego delle nuove tecnologie. Chissà come avrebbe reagito di fronte agli effetti del turbocapitalismo che cerca di annientarci, semplici numeri da sacrificare sull’altare delle devastanti crisi economiche, così come hanno fatto le migliaia di persone che si sono uccise per aver perso il loro lavoro. Chissà che cosa avrebbe pensato davanti allo spettacolo dei flussi migratori attuali, punta di un iceberg sotto il quale pulsano i mercati dello sfruttamento di carne umana. Ma in fondo, sappiamo già quale avrebbe potuto essere la sua risposta davanti a tutto ciò.

Perché il suo continuo vomitare non è stato solo una reazione patologica, ma anche esistenziale e le sue parole, le sue immagini, le sue provocazioni sono state un campanello d’allarme che aveva la stessa consistenza di ciò che vomitava. E non dimentichiamo, allora, che il suo vomito di allora è quanto noi viviamo adesso nel nostro presente. Da qui, il suo invocare la forza purificatrice data da un angelo sterminatore con le fattezze storiche e politiche del nazismo, il quale assume il valore assoluto di un prima e di un dopo, tale da creare nei suoi due romanzi una concezione storica basata sul “prima con il nazismo” e “dopo la fine del nazismo”, come si fa usualmente quando ci si riferisce all’epoca prima di Cristo e dopo Cristo.

Roberto Saviano, il campione del politicamente corretto, ha scritto nella sua introduzione alla nuova versione de La distruzione, pubblicata nel 2016 da il Saggiatore, che Dante Virgili non dev’essere letto, ma iniettato, come se fosse una droga che bisogna provare sulla propria pelle per starne poi alla larga, dopo averne sperimentato gli effetti. Io invece dico che Dante Virgili non solo dev’essere letto, alla luce del “dopo la fine del nazismo”, ma anche e soprattutto riconosciuto, alla stessa stregua di un De Sade e di un Philip K. Dick, come un visionario capace di vivere con strazio sulla propria pelle ciò che poi il mondo e l’umanità tutta avrebbero conosciuto mezzo secolo più tardi.

Chi ha visto quel meraviglioso film di Louis Malle, Fuoco fatuo, tratto dall’omonimo e struggente romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, ricorderà sicuramente la scena finale, quando il protagonista, Alain, decide di farla finita con la vita, appoggiando la canna della pistola all’altezza del cuore. A quel punto, il film si interrompe e dopo un attimo di buio assoluto, appare il messaggio che idealmente Alain lascia come testamento. Un testamento che altrettanto idealmente Dante Virgili ha lasciato a chi lo vorrà leggere e conoscere: “Mi uccido perché non siete stati capaci di amarmi. Mi uccido perché non sono stato capace di amarvi. Lascerò su tutti voi un segno indelebile”.


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