APPROFONDIMENTI: la destra miserabile che disprezza quanto ignora

Castilla miserable, un dia dominadora, envuelta en sus andrajos, desprecia cuanto ignora. Castiglia miserabile, un dì dominatrice, avvolta nei suoi stracci, disprezza quanto ignora. Sono versi famosi di Antonio Machado, riferiti alla decadenza irrimediabile della regione che costruì la nazione spagnola. Siamo tentati di riferirli allo stato permanente della destra culturale italiana. L’occasione è un minuscolo, ma significativo episodio di censura praticato dagli stessi che lamentano, giustamente, l’intolleranza altrui. Un circolo culturale di destra ritiene inopportuno ospitare un libro e un autore. Non c’entra il salone del libro torinese e le urla scomposte delle vestali della guerra civile permanente, né l’autore fa parte delle schiere “nemiche”. Il libro è la storia di un controverso movimento politico che ha attraversato quasi vent’anni di storia italiana, Avanguardia Nazionale.

E’ ovvio il diritto ad un’opinione negativa su quel movimento e sui suoi esponenti, la cui vicenda è complessa e non semplice da giudicare.  Il problema è il rifiuto di discutere, conoscere, valutare. I medesimi pregiudizi che si attribuiscono come difetti imperdonabili all’avversario di sinistra fioriscono sulle labbra dei “destri” di sempre, anche nei confronti di una parte della loro storia. Prudenza, paura, desiderio di essere gli unici a coltivare l’orticello delle iniziative culturali, incapacità di reggere le pressioni dei politici d’area intenti alla cucina degli affari, alle variegate alleanze? Un po’ di tutto questo e altro ancora. Persiste una certa destra miope avvolta nei suoi stracci, diventati, da quando è stata ammessa nel salotto buono, abiti firmati, la cui logica è disprezzare tutto ciò di cui non sa e non vuol sapere nulla.

Ogni movimento di idee disturba il manovratore e turba i sonni di chi vive in granitiche certezze mai sottoposte a giudizio, con la stupefatta meraviglia che il mondo vada in tutt’altra direzione. Destino cinico e baro, la vecchia categoria del tradimento, uno scuotimento di testa ed è finita lì. Avanti, o indietro tutta. Il verso di Machado ha una doppia lettura; denuncia il disprezzo per ciò che non si conosce e non si vuole capire, ma segnala altresì l’equivalenza dei due sentimenti: disprezzo e ignoranza camminano insieme.

Viene in mente un altro poeta, il francese Baudelaire, allorché paragona il goffo incedere sulla terra ferma dell’albatros con il suo maestoso volo sopra il mare con le grandi ali spiegate. Troppi a destra si considerano albatros, troppo in alto per alto per essere compresi dal vulgo sciocco, finendo per rinchiudersi nella torre d’avorio di tanti piccoli gruppi convinti di possedere la verità, ma incapaci di trasmetterla e financo di comunicarla, per autoproclamata superiorità. Ma poi, destra di che cosa? La segnaletica politica sta dimostrando in modo inequivocabile l’inservibilità delle vecchie categorizzazioni. Combattere il potere della finanza e della tecnologia è di destra o di sinistra? La libertà da che parte sta? Oligarchia contro popolo, alto/ basso, centro/periferia. Si rischia di finire come nella canzone di Giorgio Gaber. La mortadella è di sinistra, la bresaola di destra. Ottimo, ma se preferissimo il prosciutto o fossimo vegetariani?  Nessun problema: noi siamo “di destra”!

Peccato che la persistenza delle etichette convenga al resto del mondo, soprattutto a chi ha il potere di dare il significato corrente alle parole. Schierarsi senza riflettere dalla parte stigmatizzata non è una grande idea, anche solo tatticamente. Soprattutto, non dovrebbe corrispondere alla verità di ciò che pensiamo. Facciamo un esempio banalissimo: tutti sono a favore del benessere, ma in che cosa consiste? Per la destra liberale, la risposta è facile: benessere è il nome d’arte del ben-avere. Il potere del denaro per desiderare, produrre, consumare merci. Non ci stiamo. Un altro: la proprietà privata. Per Marx era la causa dell’alienazione, ma l’attuale privatizzazione del mondo risolve il problema alla radice, meglio (o peggio…) del marxismo. Tutto è di proprietà di pochi monopolisti collegati tra loro, la stragrande maggioranza ridiventa lumpenproletariat conquistato dal miraggio del consumo (ben-avere), simile all’ asinello costretto a correre con l’aspettativa della carota che non raggiunge mai. Sarà destra o sinistra?

La domanda è semplice ma cruciale: possediamo, immaginiamo un modello di società? Carl Schmitt insegnò che, alla fine, c’è l’amico e il nemico. Il potere vigente, liberal liberista in economia, libertario progressista nella vita quotidiana, è amico o nemico? Temiamo che la risposta di destra sia il riflesso condizionato di sempre: noi siamo contro la sinistra, quindi meglio oggi rispetto al comunismo, sepolto trent’anni fa. Un amico con laurea ci disse senza arrossire che le presenti derive etiche, matrimonio omosessuale, teoria del gender, eugenetica, riproduzione assistita, abortismo generalizzato, paradisi artificiali, sono colpa dei comunisti.

Peccato che tutte le teorizzazioni provengano dalle università americane, da cattedre che non sarebbero mai state conferite dagli iperpadroni a loro nemici. Segno che il sistema è d’accordo, quel liberismo libertario e progressista che i destri deprecano a mezza voce senza combatterlo perché lo considerano inevitabile. Chi paga l’orchestra, decide la musica. Il pensiero marxista occidentale è talmente influenzato dalle correnti francesi (Deleuze, Guattari, Althusser) e soprattutto dall’ibridazione psicanalitica e neo illuministica dei francofortesi da essere molto, molto, distante dalla dittatura del proletariato del fondatore. Dovremmo anzi chiederci, approfondendo lo studio, se non sia vincente il giovane Marx, quello che glorificava il ruolo rivoluzionario della borghesia, il suo spirito emancipatore.

Ma la destra “classica” getta tutto nello stesso sacco, evitando accuratamente di informarsi, studiare, dibattere. I pochi eroi che lo fanno, allorché organizzano eventi culturali, si ritrovano in quattro gatti e qualcuno sbadiglia. Se al contrario si rievocano eventi del ventennio o si glorificano veri o presunti padri della patria politica, il successo è garantito. Tutti tornano a casa felici, rassicurati. Abbiamo ragione, siamo i migliori. Peccato che ce la siamo cantata e suonata da soli. Rarissime sono le elaborazioni serie su fenomeni cruciali come l’egemonia del linguaggio politicamente corretto, l’avanzata di legislazioni che limitano la libertà di espressione, il dominio della tecnologia tesa all’intelligenza artificiale e al transumanesimo, il nuovo femminismo, la devastazione della natura.

Anche il dibattito su temi che dovrebbero essere congeniali, pensiamo al potere finanziario, all’emissione della moneta, alla truffa del debito, viene silenziato quando più è necessario, ovvero nei periodi elettorali e in occasione delle leggi di bilancio. Beppe Niccolai parlava già negli anni 80 di pesca delle occasioni. In questo siamo bravini; l’ultima trovata è il sovranismo, forti intemerate contro i politici di Bruxelles, mano sul cuore e l’Italia s’è desta.

Strano davvero che i rappresentanti politici della destra abbiano votato o approvato tutte le leggi che nel tempo ci hanno consegnato – mani e piedi – nelle mani di poteri esteri. Non sentiremo mai contestare, ad esempio, la massima perdita di sovranità, l’appartenenza alla Nato sotto egemonia Usa trent’anni dopo la fine dell’URSS, le cento basi militari americane sul nostro (nostro?) territorio. Chi ne parla è bollato come estremista, anacronistico, evitato come la peste dai benpensanti di destra, refrattari alle tesi non conformiste, sgradite ai “superiori”.

Di recente, ci è capitato di assistere a un incontro il cui titolo faceva riferimento al problema della natalità, ovvero il più grande dei temi, giacché discuteremo del nulla se non esisterà più il convitato di pietra, il popolo italiano. Ci è toccato ascoltare un elogio della Natività nell’arte e si ignorava la pubblicazione di un libro sull’ argomento, scritto da un ministro in carica, Lorenzo Fontana, insieme con un banchiere del livello di Ettore Gotti Tedeschi. Tutto resta in superficie, mentre è fortemente sconsigliata la lettura di autori “di frontiera”, coloro che, dai più vari orientamenti, contestano in tutto o in parte il potere vigente. I giovani autori sono costretti a pubblicazioni semiclandestine, guardate con sospetto e dalle modestissime prospettive di distribuzione. Eppure, almeno in senso elettorale, il bacino d’utenza sembrerebbe vasto. Niente da fare, ai politici interessa vivere giorno per giorno nei loro esercizi di potere e affari, chi apre bocca disturba, mentre i pochi referenti culturali officiano rituali stanchi, autoreferenziali, volti soprattutto a mantenere il loro pezzetto di palcoscenico.   

E’ esperienza comune il fastidio e non di rado il dileggio per chi cerca di affrontare i temi dell’ambiente, dell’architettura, dell’arte, della scienza. La spiritualità, in un mondo dominato dal più radicale materialismo, resta sullo sfondo, tutt’al più si assiste a qualche Messa celebrativa, meglio se in latino, con l’aria di cospiratori carbonari. Il linguaggio e i significati altrui dominano; del resto, non proponiamo alternative. In genere, ci si limita a ripetere le idee degli altri con toni prudenti, a voce sommessa, con la circospezione di chi ha già perso la partita in quanto non crede più nei propri argomenti.  La gente comune avrà mille difetti, ma tra la copia e l’originale non ha dubbi. Sul piano dei contenuti culturali, dei programmi politici, fa come al supermercato: sceglie l’originale. Subito dopo, inizia dal nostro lato la litania lauretana dei lamenti, delle deprecazioni, dei sospiri.

Pochissimi, a destra, osano più dire ciò che pensano. La sconfitta è inevitabile anche quando è mascherata da vittoria perché conquistano seggi in parlamento, assessorati, posti in consigli d’amministrazione. Per comportarsi come tutti gli altri e spesso fare peggio. Sfidiamo chiunque a indicare un provvedimento importante che la destra di governo abbia imposto e realizzato traendolo dal suo ideario di sempre. Numerose carriere hanno spiccato il volo, molti conti correnti si sono gonfiati di cifre importanti, ma nessuno è “andato al potere”. Qualcuno è andato al governo senza lasciare traccia o a servire interessi altrui, nessun passo concreto per cambiare la vita, la cultura, il futuro del nostro popolo.

Partiti, uomini e donne OGM, geneticamente modificati, indifferenti, impauriti dal dibattito, che censurano lamentandosi dell’arroganza altrui. Idee, scritti, intuizioni, tentativi, magari goffi o sbagliati, ma sempre onesti e generosi, restano lettera morta, rinchiusi in un baule sconosciuto. Speriamo che un giorno qualcuno abbia voglia di aprirlo, come il famoso baule di Pessoa, il grande libro dell’inquietudine. Ma no, la destra è quieta, compassata, indossa giacche di buon taglio e cravatte intonate, non fa chiasso. Assomiglia così tanto a tutti gli altri da essere indistinguibile. Nelle parole, nei gesti, nei programmi, nelle censure.

A loro non importerà nulla, hanno faccende più grandi da sbrigare, ma vogliamo dire loro una sola parola: addio. Con rammarico, con un pizzico di umano rancore, ma assolutamente senza rimpianti, scegliamo il nostro popolo, scegliamo il dubbio fecondo, scegliamo la vita.


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