L'amore nel tempo dei social

I social network hanno profondamente cambiato le nostre vite, assunzione ormai scontata, banale quasi, che descrive pienamente la realtà; i social hanno mutato in toto la nostra società, dal lavoro agli hobby, dalla politica all’informazione, finanche ai rapporti umani. L’amore, quel sentimento eterno, fatto di mille parole, pensieri, sguardi e espressioni, anch’esso è caduto vittima della tecnica spietata, regimato all’interno del segmento virtuale, è stato svuotato di significato sia nell’approccio, che nello sviluppo, perdendo inesorabilmente quel suo sapore straordinario di conquista, mistero, fede.

Quando parliamo del mutamento che i social network hanno perpetrato alle relazioni sentimentali, è necessario riferirsi più generalmente al ruolo che la tecnica ha assunto nel mutare non già segmenti della società e dei rapporti umani, ma direttamente l’antropologia umana. Essa ha pervaso ogni profondità dell’essere svuotandola di significato, passando dall’essere un valido mezzo, all’essere un tragico fine. Ma se la tecnica da mezzo diventa fine, il valore culturale, politico, sentimentale delle azioni umane non esiste più, poiché non esiste un fine ultimo, tutto ha senso-non senso nell’attimo esatto in cui si agisce, in cui si preme lo schermo “touch” dello smartphone, in cui si scorrono i profili su Instagram, Facebook - o più in particolare, riferendosi strettamente al tema di questo lavoro – su Tinder e sulle altre applicazioni dedicate agli incontri in rete.

In questo mondo ormai liquefatto, enfatizzando la ormai arcinota metafora di Bauman, si vive di contraddizioni; dissolte le solidità e quindi anche i rapporti tra le persone, ci si iscrive e si utilizzano i social per sopperire alla mancanza di socialità che il mondo esprime, e nel far questo si finisce con il perdere i contatti con il prossimo, cioè con tutti coloro che ci sono più vicini, socialmente e culturalmente parlando. Cercare l’amore su una “app” di incontri è ovviamente impossibile. L’amore necessita di costruzione, lungo e sudato percorso verso l’edificazione immensa della famiglia, esso muta e cambia da età a contesto, e mai può essere ridotto ad una rapida selezione tra i mille freddi e anonimi profili che si trovano in rete, e che mai potranno riassumere le immense profondità di una persona.

Su Tinder e simili, tutto si muove nella dimensione dell’apparenza, belle foto e descrizione accattivante e via, si mette un “like”, sperando che dall’altra parte qualcuno trovi altrettanto accattivante il tuo profilo. Un gioco terribile, bieco surrogato di un processo di apprendimento, qual è da considerarsi l’amore vero, gioco che mal compendia la mancanza e il calore di sentimenti solidi, oggi più che mai tragicamente sostituiti da storie di comodo, relazioni aperte, frequentazioni sportive e senza impegno. Come al supermercato l’articolo che si presenta meglio è quello che più attrae il consumatore, e che quindi viene scelto. Conoscenze, quelle che avvengono su questi siti, che già partono con un handicap, ovvero l’essere un prodotto del consumismo, per di più virtuale.

Il vulnus della questione tuttavia, non è l’esistenza dei social network in sé, tali piattaforme prima di essere causa sono forse conseguenza di un più grande problema, che avvolge il mondo occidentale, ovvero l’assoluto rifiuto delle solidità. Scriveva Bauman: “Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso “. Impegno, dedizione, progettualità e voglia di superare le avversità, questi sono i requisiti essenziali perché si possa costruire un sentimento profondo, che aspiri all’immenso, che riesca ad oltrepassare congetture e tentazioni, e che alla fine possa essere chiamato amore.

Ancora una volta, è necessario ripartire da solide basi, per essere capaci di uscire dalla caverna nel quale questo mondo ultraliberista ci ha gettato. Recuperiamo il valore degli sguardi, delle espressioni, delle parole sussurrate o urlate, recuperiamo la voglia di essere umani, prima che consumatori.


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Editoriale

 

I sintomi e la malattia

di Adriano Tilgher

Non sono un medico ma, fra le cose che mi ha insegnato l’esperienza, so che i sintomi servono a capire qual è la malattia che li ha generati e che colpire i sintomi non vuol dire combattere la malattia. Ora, tornando sul piano politico, la questione Sea Watch, il problema immigrazione, l’incapacità, o meglio, l’impossibilità di una ripresa economica, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, il costo e la mancanza del lavoro, la crisi della famiglia, il pressoché totale disinteresse verso la nazione e la solidarietà di popolo, l’assoluto distacco dei giovani dalle ragioni della crisi, la mancata difesa in tutti i settori degli interessi del popolo italiano sono solo alcuni dei sintomi della grave malattia che ha colpito l’Italia, e in generale tutta la società.

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La Spina nel Fianco

 

Nicola Bombacci; un esempio rivoluzionario

Non me ne voglia l'amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del "Pensiero Forte" da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino,  nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì,  si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in  ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

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