Salone del libro, la democrazia totalitaria

I dittatori dello Stato libero di Bananas hanno colpito ancora. L’editrice Altaforte è stata espulsa dal Salone del libro di Torino. La democrazia è salva, molto meno la libertà. Grazie a Dio e agli indomiti partigiani della democrazia, no pasaràn! Il grido della pasionaria Dolores Ibàrruri deve aver risuonato nei riflessivi, colti, democratici cervelli dell’intelligencija nostrana, per l’occasione unita alle istituzioni torinesi e piemontesi. La consueta arma di distrazione di massa.

Ragioniamoci sopra, tentando, con la mente più fredda e razionale possibile, di capire. Innanzitutto, definiamoci per sottrazione. Guardiamo chi ci sta di fronte, comprendendo ciò che ci rende irrevocabilmente diversi. Noi non avremmo mai neppure immaginato di impedire la presenza fisica di un editore di tendenza opposta alla nostra a una pubblica manifestazione commerciale e culturale. Quelli che lorsinistri continuano a chiamare “fascisti” hanno imparato a loro spese l’amore per la libertà. Non puoi attraversare un’intera vita da emarginato per pregiudizi politici, senza affezionarti al gusto della libertà.

Solo chi ha sperimentato sulla pelle – sì, proprio la mia e la tua che mi leggi e pensi alla tua vita – l’odio altrui può essere immune da comportamenti dello stesso tipo. Per questo ringraziamo i censori di Altaforte e del giovane editore Polacchi. Grazie, perché ci avete ricordato che abbiamo l’obbligo di distinguerci da voi, opposti in tutto al vostro modo di essere. Grazie perché ci date la forza e lo stimolo per non cedere.

Ringraziamo anche un esponente editoriale di ultrasinistra che ha detto la verità fino in fondo. “Non posso andare a pisciare e incontrarli.” Classe e democrazia, ma soprattutto un’ammissione “animale”. Alcune specie segnano il territorio con l’urina.

Esilarante, nella sua incoerenza, è un editoriale di Mattia Feltri sul quotidiano della Real Casa automobilistica torinese. Il fiero liberale si dice tentato di difendere i diritti di Altaforte, ma, dinanzi alle dichiarazioni di Francesco Polacchi, afferma di aver cambiato idea. È la solita storia: ostentano in astratto tolleranza e liberalità, salvo negarla in concreto, con le più speciose argomentazioni. È l’ora di riprendere un elementare concetto enunciato da Massimo Fini: in democrazia si colpiscono i comportamenti violenti, non le idee difformi.

Ma infine, che vogliamo, l’Italia e l’occidente sono cosa loro. Non a caso, le leggi penali non colpiscono altro dissenso che quello catalogato “a destra”. Grazie anche per questo, ci avete promosso a nemici unici del sistema ben oltre gli scarsi meriti. Per far tacere il dissenso, dispongono, oltreché dei tribunali – extrema ratio – di un doppio clero. Quello regolare degli accademici e il clero secolare, i mazzieri dell’estremismo politico perennemente mobilitati contro qualunque attività pubblica sgradita.

Abbiamo assistito per qualche minuto, cambiando rapidamente canale, ad un’intervista televisiva a Salvini di Lilli Gruber. Ci ha urtato il tono bellicoso, lo sguardo duro, l’ostilità manifesta, il rancore a stento trattenuto della famosa giornalista. Ogni tanto, ci deliziano con la loro involontaria comicità, ad esempio quando citano virtuosi con la mano sul cuore e la fronte leggermente corrugata, la frase attribuita a Voltaire, “non approvo ciò che dici, ma mi batterò sino alla morte perché tu possa continuare a dirlo “. Balle, sono illiberali come e più dei loro nemici.

Cultura, poi, dovrebbe essere confronto di posizioni diverse, battaglia delle idee, contrapposizione. In democrazia, ci insegnano, si sostituisce la ragione della forza, con procedure civili che regolano lo scontro. Dovrebbe essere un perimetro a cui hanno accesso tutti, tranne i violenti. La vicenda del salone del libro dimostra per l’ennesima volta che le cose non stanno così. Il dissenso può essere espresso solo se china la testa e non contesta i fondamenti del loro potere.

Lo ripetiamo ancora: nessuno ama la libertà più di chi se la vede negare nella pratica quotidiana. Noi affermiamo che nessun libro deve essere vietato, nessuna idea sottoposta a censura preventiva. Solo il controllo totalitario di tutti i canali di comunicazione può perpetuare questo paradosso. L’odio non costruisce, può solo scavare nuovi fossati.  

Il vostro comportamento ci rafforza nelle convinzioni, se aveste ragione non vi servirebbero divieti, esigereste il dibattito per confutare il torto altrui.


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Editoriale

 

I sintomi e la malattia

di Adriano Tilgher

Non sono un medico ma, fra le cose che mi ha insegnato l’esperienza, so che i sintomi servono a capire qual è la malattia che li ha generati e che colpire i sintomi non vuol dire combattere la malattia. Ora, tornando sul piano politico, la questione Sea Watch, il problema immigrazione, l’incapacità, o meglio, l’impossibilità di una ripresa economica, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, il costo e la mancanza del lavoro, la crisi della famiglia, il pressoché totale disinteresse verso la nazione e la solidarietà di popolo, l’assoluto distacco dei giovani dalle ragioni della crisi, la mancata difesa in tutti i settori degli interessi del popolo italiano sono solo alcuni dei sintomi della grave malattia che ha colpito l’Italia, e in generale tutta la società.

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La Spina nel Fianco

 

Nicola Bombacci; un esempio rivoluzionario

Non me ne voglia l'amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del "Pensiero Forte" da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino,  nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì,  si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in  ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

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