I millennials, la generazione perduta - l'uomo social

Parlando ancora della condizione dei millennials nell’evo postmoderno, e in particolar modo soffermandoci su quel mutamento antropologico che spesso abbiamo chiamato in causa, poiché caratterizzante svariati elementi di questa analisi, non possiamo non analizzare in tal senso la condizione del nuovo modello antropologico postmoderno; che è “uomo economico” ma anche “uomo social”.

In questo mondo iperconnesso fatto di contraddizioni, forse la più grande è proprio l’estrema solitudine di coloro che sono più connessi, ovvero i giovani. Si scorrono foto, profili, si fanno commenti e giudizi su questioni che nemmeno si conoscono, si passano ore ed ore ad osservare e scovare i particolari più intimi della vita degli altri, nel fare questo ci si isola da tutto il resto, e si vive per apparire, non più per essere.

Ma una vita virtuale tesa verso il sembrare, l’apparire, è ancora una contraddizione in termini, una vita sprecata cercando di assomigliare a chi pare essere migliore di noi, a chi vive al massimo inserito nel mondo liquido, tra viaggi, extralusso, privilegi e depravazione. Quello del vivere per apparire non è solo un eufemismo borioso, bensì un vero e proprio paradigma del mondo post-moderno; non si conta per ciò che si è ma per quanto e per come si appare, ovviamente sulla rete. La questione oltre che essere tremendamente seria, è oltremodo complessa; seria poiché chi vive sospeso tra gli schermi dello smartphone o del pc isola totalmente sé stesso dal mondo reale, e si getta in un mondo parallelo fatto di sesso, depravazione, individualismo, libertà assoluta cioè slegata e sconnessa da qualsiasi presupposto, etico, morale, legale e anche razionale.

Gli attori principali di questo nostro presente, i giovani, finiscono per essere assorbiti totalmente dal web e dalla prepotenza dei social, tanto che le loro vite vengono vissute in funzione della loro esperienza all’interno di questo mondo, ovvero dell’esperienza di coloro che lo dominano, i cosiddetti “influencer”; la propria vita sembra sempre meno interessante di quella degli altri “animali social”, si viene costretti ad un paragone e un confronto continuo e pressoché infinito con le altre vite, che sono rese dominio pubblico e gettate sul web. Facendo questo si assiste alla procrastinazione di una fase che solitamente genera un malessere che è umano, naturale, e che di solito si risolve con il superamento della fase adolescenziale, ma che in questo caso rimarrà irrisolta, la comprensione e l’affermazione della propria identità.

Complessa poiché si origina in un contesto che acuisce fisiologicamente i problemi dati dall’uso-abuso di social network, cioè il contesto odierno nel quale è venuta meno qualsiasi forma di comunità. I legami comunitari sono venuti meno, come la famiglia, la quale è sotto attacco dal mondo liberista e nella maggior parte dei casi non è più da intendersi in senso classico, mononucleare, stabile, lo stato è pressoché distrutto dall’economia privatistica e dalle prepotenze finanziarie. La Patria, le radici, sono percepiti come concetti arcaici e non più di moda, proprio perché forse non appaiono sui social, poiché essi sono elementi non facilmente traducibili e spendibili dal marketing “mainstream”, Patria, radici, identità, sono concetti assai complessi che necessitano di essere sentiti, vissuti, interiorizzati, e sono alla base di quei legami comunitari che obbligano e allo stesso tempo proteggono, elevano l’individuo e forgiano la società umana. Quei legami che oggi mancano e che sono il principio e il fine della civiltà.

L’annichilimento totale dell’essere in una dimensione trasversale e fintamente sociale, pone enormi problemi, poiché per effetto di un’altra apparente contraddizione, più si è connessi a caccia di relazioni virtuali, più si è soli. L’uomo è un animale sociale, abbisogna di relazioni umane, che in qualsiasi contesto continua a cercare. Il dramma contorto dell’oggi sta nell’isolarsi e nell’abbrutirsi in un mondo finto per non perdere l’ultimo post dell’uno o dell’altro, sentire il bisogno di relazioni che nel mondo reale non si sanno più costruire, e allora rigettare gli occhi sullo schermo per cercare spasmodicamente quello che il mondo sembra negare, e alla fine sentirsi ancora più soli.


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Editoriale

 

Non c’è limite al peggio

di Adriano Tilgher

Odio l’ipocrisia, odio la falsità, odio il buonismo. Sì perché il buonismo è fatto di ipocrisia e falsità.

Sentiamo condannare, a parole, solo a parole, orribili cose come la pedofilia, ma poi consentiamo che personaggi, a loro dire scienziati, vadano in televisione a dire che anche i bambini hanno una loro sessualità e che è giusto che la esplichino.

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La Spina nel Fianco

 

Benvenuti in casa Gori

1990 esce nelle sale Italiane il film di Alessandro Benvenuti "Benvenuti in casa Gori" tratto dall'omonima commedia dello stesso Benvenuti ed Ugo Chiti. La trama: è il giorno di Natale, a casa Gori, uno spaccato della classica famiglia italiana, si riuniscono tutti i familiari, nonni, nipoti, zii, fidanzate, per consumare il rito della condivisione del cibo. A tavola si parlava, ci si confrontava, a volte si litigava, ma comunque era il fulcro della vita familiare, la televisione, che già aveva comunque fatto i suoi danni, rimaneva muta, o a basso volume, e si guardava al massimo un tg, o come nel film di Benvenuti visto che si svolge in una festività, la benedizione del Papa.

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