APPROFONDIMENTI: una vasta impresa di demolizioni

 Deluso dalle divisioni del fronte repubblicano di cui era tra i capi, Manuel Azana, politico spagnolo dell’epoca della guerra civile, paragonò la sua parte ad una vasta impresa di demolizioni.  La definizione ci è tornata alla memoria vedendo le immagini della contestazione subita a Firenze da Massimo Gandolfini, esponente di punta dei movimenti a favore della vita e la famiglia naturale, e poi le riprese della manifestazione milanese antirazzista, antifascista, antigovernativa, antitutto.

Gandolfini è stato oggetto dell’attenzione di un gruppo d’élite della spappolata società contemporanea, le autoproclamate “trans frocie antirazziste”. Le gentili signore e signorine hanno esposto un lenzuolo “contro la violenza di genere e confini”. La soluzione sta nel brano successivo: abbattiamo il patriarcato, appendiamo Gandolfini. Un progetto democratico, tollerante, progressista, quello delle madonne fiorentine.

La manifestazione milanese ci ha colpito per tre motivi. Uno è il furore demolitore anti nazionale e nemico della civiltà europea di questa gente. Gli altri due sono il ridicolo cosmopolitismo simboleggiato dal lemma della riunione: People, prima le persone. Premesso che “people” non è sinonimo di persone, la decostruzione dell’Italia passa anche dalla fuoriuscita dalla nostra lingua. Pensano straniero, ma non diteglielo, loro sono internazionali, colti, riflessivi e, ci mancherebbe, politicamente corretti. Già, e allora perché mettono in prima fila i bambini, figli indottrinati già da piccoli, costretti a sfilare senza sapere di che si tratta?

È un’autentica impresa di demolizioni la contemporaneità. Dicono di proteggere i bimbi fino al punto da imporre che le loro immagini siano oscurate La nuova pudicizia, il puritanesimo rivoltato sono evidentemente posticci se poi sono orgogliosi di far sfilare bambini e bambine.

I sostenitori di Gandolfini si sono indignati per la mancanza di solidarietà “politica” al professore bresciano da parte della sinistra politica e culturale. Ci stupiamo dello stupore. Una larga fetta dell’opinione pubblica progressista, laica e “de sinistra” applaude e approva più o meno segretamente le idee delle trans frocie antifasciste. La differenza è nel linguaggio forbito, nelle frasi dette a mezza bocca tra un tè con i pasticcini, un briefing e lo spogliatoio della palestra. Sono padri, madri e fratelli dei rivoluzionari/e da operetta con il permesso dei superiori e l’approvazione del pensiero unico.

I sedicenti centri sociali e i cosiddetti “anarchici” (comunisti è parola sconsigliata, non fa fino in certi ambienti col nasino all’insù) somigliano ai portuali genovesi di una volta. I camalli furono per decenni l’esercito privato del PCI, pronti a scendere in piazza al fischio del padrone, pardon, del grande partito dei lavoratori impegnato a edificare la futura, internazionale società. Avevano il salario garantito indipendentemente dalle giornate lavorate- molti svolgevano attività varie in nero- la sinistra in giacca e cravatta fingeva di prendere le distanze dalle intemperanze. Poi arrivò la crisi, e, come canta Simone Cristicchi in Magazzino 19, “sa come succede, dottò, a ragionà troppo in grande, ci si perde per strada la gente.” People, per i poliglotti sapientoni della piazza milanese.

Loro non odiano, i cattivi, gli odiatori sono sempre gli altri. Pensiamo alla povera Emma Marrone piangente per aver ricevuto insulti – dai quali ci dissociamo senza se e senza ma- per aver gridato, in un concerto, di “aprire i porti”. Era un gesto d’amore, dice, e le crediamo sulla parola: sono tanto ingenui e buoni da non concepire altro che zucchero. Peace and love, e che altro? Si innervosiscono all’apparire di Salvini con la felpa, ma augurare la morte al cattivo di turno è un gesto d’amore.

Resta priva di risposta la domanda da un miliardo di dollari: perché ve ne fregate degli italiani, specie quelli poveri, che aumentano ogni anno per la vostra globalizzazione, la vostra sottomissione al liberismo, il vostro tradimento e invece amate fino all’orgasmo gli altri, gli stranieri, specie se irregolari, meglio se portati qui sui barconi dai nuovi schiavisti? I negrieri di una volta vennero nominati baronetti dall’Impero britannico, i globalisti del tempo. Non vi insegna nulla, cari compagni tanto istruiti e in sintonia con lo spirito del tempo.

Qualche volta ci chiediamo il perché di tanto livore, un odio implacabile mascherato da buonismo che inganna solo i gonzi, sguardi di allucinati disposti a tutto che berciano slogan di violenza e spesso la praticano in nome della tolleranza. Ci siamo convinti che agisca il peso di irrisolti conflitti personali, scaricati nell’appartenenza a movimenti che esprimono certezze radicali, liberatorie per gente bisognosa di capri espiatori.

Gandolfini può quindi essere “appeso” senza rimorsi, poiché è cattolico, indubbiamente sostenitore della vita, avverso all’espulsione dal corpo della femmina oppressa del fastidioso grumo di cellule destinato a diventare un essere umano, seguace della legge naturale, quindi non omosessualista. Dopo l’accusa di razzismo, quella di essere “omofobi” è la massima colpa postmoderna. Personalmente, siamo stufi sino allo sfinimento di essere bombardati da messaggi pro gay. L’ultimo ad essere arruolato è Alessandro Gassman, l’attore simbolo di bellezza virile, alle prese nel suo ultimo film con il personaggio di un uomo maturo già sposato e padre che diventa omosessuale. Basta davvero, non se ne può più di trans buoni, immigrati in odore di santità e omosessuali sempre intelligentissimi, mai uno malvagio, vile o violento.

Meraviglia che la gente, ridotta a people, non comprenda l’evidenza dell’imbroglio costruito a tavolino. I riflessi reagiscono al solo sentire le parole chiave, razzismo, omofobia, poiché si sono lasciati persuadere che le idee altrui non meritino di essere ascoltate, tanto meno dibattute, e comunque grondino sempre e comunque “odio”.  Personalità profondamente integrate nel sistema. Parlano la lingua unica – l’inglese da annuncio aeroportuale – indossano l’abito unico – i jeans- credono nel pensiero unico del sistema.

Se l’imperativo dei padri era vietato vietare, per loro vale il precetto opposto: proibire, ma per bontà, tutto ciò che si allontana dall’unico, perciò indigna, e provoca, ahimè, forti cefalee alle signore più emotive. Abortire è bene, proclamare la vita è male. La fecondazione eterologa, pseudonimo della zootecnia applicata gli umani, è una conquista, con qualche passeggera perplessità per l’utero in affitto. Il matrimonio omosessuale è un segno dei tempi, la prova della nostra emancipazione da millenni di tenebre.

Significativo è che sia tacciato di oscurantismo qualunque principio non in linea con la narrazione corrente. Dal congresso di un partito politico impropriamente denominato Magistratura Democratica apprendiamo che anche l’affido condiviso dei figli di genitori separati è una legge oscurantista. Ne ignoriamo la ratio teleologica (sono giuristi, bisogna parlare come loro…) ma immaginiamo che il motivo sia il ruolo del padre, grande sconfitto dell’ultimo mezzo secolo di fandonie diventate diritto, progresso, indiscutibili verità.

A forza di lasciar fare, lasciar passare, siamo al lumicino. Grave è la responsabilità delle correnti sociali, spirituali, religiose, culturali e politiche che dovevano contrastare il progetto nichilista oggi al suo apogeo, di cui sperimentiamo i cascami peggiori. Pochi hanno il coraggio intellettuale di battersi contro l’oscena esibizione di superiorità culturale autoproclamata dai sinistri fantasmi dell’estenuata civilizzazione odiatrice di sé stessa.

Oicofobia la definì Roger Scruton, disprezzo verso ciò che è proprio e, per estensione, nei confronti di chi lo difende. Per oicofobia negano che l’avversario possa agire per amore. Amore della sua terra, dell’identità, della famiglia, della cultura, della lingua, del popolo in cui è cresciuto. Per costoro è tutto odio, proiezione e distillato di quello che anima loro, ma che, con perfetta inversione, chiamano amore.

Non fu senza motivo l’affermazione di Lenin che il futuro era il Soviet più l’elettrificazione, il buio sconfitto dalla luce artificiale. Dopo il comunismo, con mezzi più potenti, la religione liberale, liberista è davvero la più vasta impresa di demolizione, attiva alla luce accecante delle cellule fotoelettriche.


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Editoriale

 

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