Facebook e il Giudizio Universale

Quello che stiamo per scrivere è tanto bizzarro che a molti sembrerà sufficiente una risata, o un commento salace sulla supposta stupidità delle macchine. Come sempre, la verità è più complessa e davvero inquietante.

Un gruppo culturale formato su Facebook ha deciso di postare un breve testo filosofico accompagnato da un sintetico commento. Piacevolmente sorpreso dal gradimento degli utenti, l’amministratore del gruppo, per aumentarne la diffusione, lo ha trasformato in annuncio, unendo un’immagine del Giudizio Universale di Michelangelo. In quella forma, il contenuto è soggetto all’approvazione di chi dirige la rete sociale.

Che ci crediate o no, non hanno approvato l’annuncio in quanto non sono consentiti annunci in cui appaiano persone che mostrino troppa pelle. Proprio così, seguito dal bonario invito: ti consigliamo di utilizzare un contenuto che dia risalto al tuo prodotto più che al modello. Un interessante esempio di lingua di legno preconfezionata, nella quale il “modello” è l’affresco più conosciuto della storia dell’arte e un testo di natura filosofica è equiparato a un comunicato pubblicitario. Il primo impulso è ridere amaro.

Il dramma è che l’onore di Dio, protagonista dell’affresco, è affidato a una macchina. Oppure, se il messaggio è stato scelto dal menù di risposte a disposizione di un osservatore “umano”, è in mano a ignoranti o a cretini funzionali.

Il malcapitato amministratore non si è perso d’animo ed è ricorso alla casella in cui si può contestare l’esclusione, scrivendo: vi rendete conto di ciò che fate? Avete eliminato l’annuncio in quanto “mostra troppa pelle”! È il Giudizio Universale di Michelangelo. Si trova a Roma nella Cappella Sistina dove i cardinali eleggono il Papa”. L’annuncio è stato rifiutato per la seconda volta, ma dopo un po’, qualcuno ha riletto le lamentele e ha scritto un tranquillizzante “abbiamo riconsiderato la questione. L’annuncio è approvato.”

È un tempo in cui l’immagine di Dio e la custodia dell’arte è affidata a un apparato tecnico; eppure sappiamo che certe macchine sono perfettamente in grado di incrociare ed elaborare dati. Sulle reti sociali è del tutto normale digitare indisturbati ogni sciocchezza, insultare chiunque, augurare morte e rovina, minacciare chi “non mi piace”. Ma la macchina non distingue tra il Giudizio Universale e la pornografia. Non c’è dubbio che al colosso californiano costi meno una macchina piuttosto che assumere un addetto.

La vicenda del Giudizio Universale censurato per nudità di Dio e di Adamo ha un corollario amaro. Poiché i protagonisti della vicenda hanno fatto ampia pubblicità all’accaduto, l’involontaria promozione ha prodotto decine di migliaia di visioni del loro annuncio. Molti hanno cliccato il fatidico “mi piace”, ma una minoranza ha reagito negativamente. Un tale M. (l’iniziale è un residuo di immeritato rispetto verso costui) ha pubblicato un commento in cui si indigna per le immagini. Dice, tra imbarazzanti errori di ortografia: Sono nudi! Quello è il regno contrario a Dio, non quello di Dio.

M. possiede una connessione a Internet, ma nella sua vita non ha mai visto un’immagine del Giudizio Universale, sino a considerare poco meno che pornografica l’opera di Michelangelo, esattamente come il macchinario di FB. Un analfabeta di ritorno, probabilmente a causa della scuola, della TV e della maledetta società dello spettacolo. Peraltro, M. e Facebook arrivano in ritardo di secoli. Se papa Paolo III commissionò al Buonarroti l’affresco, il Vaticano, dopo un quarto di secolo, incaricò un pittore della cerchia michelangiolesca di “coprire le vergogne “dei corpi dipinti dal maestro. Si chiamava Daniele da Volterra e ha un posto nella storia dell’arte per quello strano incarico che gli valse il nome di Braghettone.

La censura di FB è paradossale. Adesso sappiamo di essere nel potere di nuovi censori, per di più automatici. Coprono i corpi dipinti da un genio con la stessa naturalezza con la quale proibiscono i temi sgraditi a chi controlla la macchina.

Il presente, e più ancora il futuro, è nella censura, fredda, regolata da algoritmi. Ci riflettiamo poco perché il potere ci inonda di immagini e di falsa libertà. Zuckerberg copre Adamo, ma nell’immensa autostrada della Rete è visibile al prezzo della connessione ogni oscenità. Si può imparare a fabbricare bombe, organizzare omicidi, compravendere armi e organi umani, ma Facebook e il resto di Silicon Valley non conosce Michelangelo.


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