I millennials, la generazione perduta - la distruzione della comunità

Uno degli aspetti che maggiormente caratterizza il modus operandi ideologico del liberal-capitalismo, è la pragmatica distruzione di qualsiasi retroterra comunitario. La comunità, intesa non solo come concetto astratto e nebuloso, ma più propriamente come presupposto storico e sociologico attraverso il quale la civiltà umana ha sviluppato sé stessa, passando per lo sviluppo dialettico delle sue conflittualità, è posta sotto attacco continuo da parte del capitalismo assoluto, ormai sganciatosi da qualsiasi freno sociale, esso elimina o tenta di farlo, ogni ostacolo allo sviluppo infinito del mercato, quindi del consumo e conseguentemente delle possibilità di tornaconto.

Il processo di distruzione della comunità è il comune denominatore che lega ogni caratteristica dell’agire del potere globale liberal-capitalista, e i millennials in questo processo tutto ideologico sono coloro che più gravemente subiscono e sentono il peso della mancanza di appigli, di punti di riferimento, di sicurezze.

Comunità infatti significa solidità, centro ancestrale della vita passata e presente di ogni popolo e ogni persona, che appunto esiste poiché esiste una comunità attorno ad essa; dal focolaio dei villaggi di capanne all’agorà della Grecia antica, dalle rocche medievali alle fiorenti civiltà rinascimentali, tutto è comunità, tutto è cum-munis, dove il munio esprime dovere, servizio, dono, e rimanda all’edificare quindi al difendere, da cui moenia, le mura. Perciò la comunità è etimologicamente una realtà fatta di protezione reciproca, solidarietà, un qualcosa che ha a che fare con il raccoglimento, quindi con la continuità storico-culturale di un popolo e ovviamente con la sua identità.

Proprio il rapporto stretto con l’identità pone la comunità come ostacolo all’affermazione totale del capitalismo, poiché essa esiste all’interno della dimensione concettuale di limite, dove limite significa appunto peculiarità, particolarità, quindi conflitto e ancora una volta identità. Il capitalismo invece esiste nella dimensione dell’illimitatezza, il suo sviluppo non ha limiti e così deve essere per tutto ciò che gli sta intorno, e che da esso viene fagocitato.

Proseguendo il ragionamento in tal senso, appare chiaro il motivo per cui a partire dalla famiglia, fino ad arrivare alla Patria, passando per tutte le caratteristiche socioculturali comprese in questi orizzonti, stato, etnia, lingua, tradizioni, la comunità sia il bersaglio principale delle élites finanziarie, le quali hanno desertificato il futuro ed eternizzato il presente, proprio poiché hanno privato l’umanità delle solidità necessarie per vivere il presente come punto di partenza per la costruzione di un concreto futuro.

In tutto questo, la comunità resta una necessità umana fondamentale, l’uomo che è animale politico, politikòn zôon, per sua natura abbisogna di un impianto comunitario, oggi che questo sostrato viene biecamente distrutto e quindi manca, le persone cercano di colmare tale ancestrale necessità con quel triste e sterile surrogato che sono i social network, meglio definite da Bauman come comunità fittizie del web, con l’unico risultato di sentirsi ancora più soli e ancora più sconnessi da una realtà sempre più distante e colma di asperità.

Recuperiamo i valori fondamentali che hanno reso grande il nostro popolo, pensiamo altrimenti, pensiamo forte per liberarci finalmente dalle catene che ci costringono come animali, nella gabbia del liberismo sempre più inumano.


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Editoriale

 

I sintomi e la malattia

di Adriano Tilgher

Non sono un medico ma, fra le cose che mi ha insegnato l’esperienza, so che i sintomi servono a capire qual è la malattia che li ha generati e che colpire i sintomi non vuol dire combattere la malattia. Ora, tornando sul piano politico, la questione Sea Watch, il problema immigrazione, l’incapacità, o meglio, l’impossibilità di una ripresa economica, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, il costo e la mancanza del lavoro, la crisi della famiglia, il pressoché totale disinteresse verso la nazione e la solidarietà di popolo, l’assoluto distacco dei giovani dalle ragioni della crisi, la mancata difesa in tutti i settori degli interessi del popolo italiano sono solo alcuni dei sintomi della grave malattia che ha colpito l’Italia, e in generale tutta la società.

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La Spina nel Fianco

 

Nicola Bombacci; un esempio rivoluzionario

Non me ne voglia l'amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del "Pensiero Forte" da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino,  nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì,  si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in  ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

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