I millennials, la generazione perduta - la standardizzazione

L’elevazione del liberal-capitalismo a unica possibile visione del mondo, pone in essere tutti i problemi relativi all’assimilazione ideologica della sua naturalizzazione, quindi la distruzione della temporalità, la desertificazione del futuro, la privatizzazione e la finanziarizzazione della società, in generale la liquefazione di ogni solidità dell’esistente sociopolitico. In tal senso, è possibile notare come tale elevazione del liberal-capitalismo a paradigma fondamentale, perpetri un mutamento addirittura antropologico, poiché permea in tutti gli aspetti dell’essere umano, anche e soprattutto nella forma mentis dell’uomo postmoderno.

Se tutto è un fattore produttivo, allora tutto è quantificabile, misurabile, commercializzabile e ovviamente standardizzabile. La società postmoderna è un gigantesco ipermercato dove l’essere viene meno in favore dell’apparire, del sembrare, e dove tutto è fluido e non solido, perciò mutevole e non definito, non particolare ma generale, diverso ma uguale. La società del consumo si regge sulla perpetua insoddisfazione dell’uomo economico, e sulla sua assoluta possibilità di scelta, che maschera in realtà un obbligo della scelta, il quale ovviamente non aumenta la libertà, ma la regima a inclinazione.

Di fronte a tutto questo, si assiste alla standardizzazione totale degli individui, i giovani in particolar modo, bombardati da esempi negativi, distaccati dalla realtà, e ideologizzati al consumo interiorizzato come impostazione mentale, faticano ad esprimere la propria identità, che si manifesta in un universo di ostentazione ed esasperazione, che in fondo rende tutti i millennials (o quasi) dei prodotti standard del mercato. Tatuaggi di tutti i tipi, capelli sempre più pazzi, abbigliamento sempre più strambo, gusti sessuali sempre più fluidi. Tutto è una copia di una copia di un qualcosa che solletica il mercato poiché “fa moda”, perciò fa consumo.

Ma standardizzare significa massificare, distruggere il particolare, quindi negare l’identità. Sull’affermazione dell’identità si regge gran parte dello sviluppo storico della civiltà umana, sia da un punto di vista individuale che sociale. Identità infatti significa conflitto, poiché per essere qualcosa bisogna necessariamente essere diversi da chi è altro. Conflitto non significa obbligatoriamente odio per il diverso, bensì esso significa crescita, apprendimento, arricchimento, superamento delle contraddizioni. Il conflitto tra le identità è l’elemento dialettico che pone le fondamenta per una sintesi superiore, a partire da una tesi e un’antitesi, è l’unico modo che l’umanità ha conosciuto per la costruzione della civiltà, infatti è anche il paradigma alla base dell’educazione (il rapporto antinomico tra maestri e allievi), e della crescita individuale.

In conclusione, la standardizzazione aberrante a cui oggi assistiamo, è un prodotto per certi versi ideologico, per altri economico delle necessità di mercato del sistema liberal-capitalista. Il risultato è tuttavia lo stesso, il punto di arrivo è la distruzione dell’uomo come essere pensante, poiché si nega l’espressione più vivida di sé, l’identità. La questione certamente si amplifica e diviene un problema socioculturale di un popolo tutto, quello europeo, che da tempo ormai ha perso la sua identità, negandola continuamente per evitare proprio quel conflitto, che discrimina chi ha un futuro, da chi invece è destinato a morire, sia come individuo che come popolo.

Recuperiamo le nostre radici, di uomini e di popolo, solo così sarà possibile tornare a parlare di futuro.


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Editoriale

 

Non c’è limite al peggio

di Adriano Tilgher

Odio l’ipocrisia, odio la falsità, odio il buonismo. Sì perché il buonismo è fatto di ipocrisia e falsità.

Sentiamo condannare, a parole, solo a parole, orribili cose come la pedofilia, ma poi consentiamo che personaggi, a loro dire scienziati, vadano in televisione a dire che anche i bambini hanno una loro sessualità e che è giusto che la esplichino.

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La Spina nel Fianco

 

Benvenuti in casa Gori

1990 esce nelle sale Italiane il film di Alessandro Benvenuti "Benvenuti in casa Gori" tratto dall'omonima commedia dello stesso Benvenuti ed Ugo Chiti. La trama: è il giorno di Natale, a casa Gori, uno spaccato della classica famiglia italiana, si riuniscono tutti i familiari, nonni, nipoti, zii, fidanzate, per consumare il rito della condivisione del cibo. A tavola si parlava, ci si confrontava, a volte si litigava, ma comunque era il fulcro della vita familiare, la televisione, che già aveva comunque fatto i suoi danni, rimaneva muta, o a basso volume, e si guardava al massimo un tg, o come nel film di Benvenuti visto che si svolge in una festività, la benedizione del Papa.

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