Poter essere, vuoto di prescrizioni oggettive: dal gender all’età biologica

Stando alla fluida dinamicità del non-essere per poter diventare, tipica struttura post-moderna abbracciata dalla cultura figlia della rivoluzione sessuale, un uomo geneticamente maschio può percepirsi donna (o viceversa) e legittimamente richiedere che tale incongruenza diventi affiliazione pubblica, civile e giuridica. Disgiungendo fra loro genere e sesso, come indipendenti l’uno dall’altro, mascolinità e femminilità divengono costrutti liberi da costrizioni genetiche e biologiche, ma interamente schiavi di una cultura possibilista sulla pretesa e negazionista dell’entità naturale soggettiva da cui deriva.

Con “teoria di genere” o, preferibilmente, “ideologia di genere”, si indica esattamente un moto di ritrazione dal fideismo scientifico, di norma consolidante, direzionato al compiacimento relativista del non-necessariamente secondo natura o norma onde per cui, a tutti gli effetti prodotto del proprio tempo, uno fra le molteplici temporalità fruibili come parentesi d’identità sessuale orientativa, altra da quella, appunto, definita già dalle prime settimane gestazionali. Proclamarsi omo, etero, bi-sessuale, trans o fluido/neutro, è un atto preferenziale di autoregolamentazione gestito da parametri squisitamente isolati dal feedback riconoscitivo esterno, per il quale, lo stesso “x” a sé stesso indifferente, copre un preciso ordine binario dato, piuttosto che costruito.

Un passaggio di scostamento dalla relazione interpersonale -chiave dialogica dell’alterità sessuale- la cosiddetta teoria della “tabula rasa”, la quale sostiene un individuo plasmato dall’esperienza e da processi di socializzazione. Seguendo la decapitazione della dipendenza, sia essa da Dio o dalla metafisica la cui finestra il principio di non contraddizione, una netta amputazione del contegno all’espressione scrosciante di istinti, volontà e desideri, ha costretto a formulare la concezione di un diritto al soddisfacimento, ben diverso dal diritto di poter accedere ai beni fondamentali per il sostentamento e la pienezza sociale. In altre parole un vorticoso, ingiustificabile scivolamento dal “vorrei” al “deve essere”, che segua accumuli di gratificazioni mondane.

Disforia di genere indica quella condizione clinica nella quale si riscontra una percezione di sé del paziente alterata, una dissomiglianza nell’unicum della propria identità formata dall’insieme di autocoscienza, sessualità corporea ed esternazione sociale di sé maschi o di sé femmine; situazione ancor differente dal generico transgender, oramai diffusa espressione generica per indicare colui che ostenta tale discrepanza fra sesso corporeo e psichico. Attualmente, un laborioso divenire normalizzante di quanto descritto, ha naturalizzato tale esigenza, cercandone ulteriori legittimazioni nel contesto civile e giuridico, il quale è chiamato a tollerare il diritto di attenersi al genere maggiormente conforme a quanto sentito in quel determinato momento, sentore coerentemente in coercizione con la staticità oggettiva della rappresentazione del sé, altrimenti cadrebbe nella connotazione sessuale genetica, gonadica d’origine, le quali spesso cercano adiacenza con l’espressione agognata del sesso piacente per sé.

Si confonde globalmente l’architettonica complessità della sessualità che per ciascun essere umano è totalizzante, rispondente a quanto può esprimere dell’invisibile che incarna (a dimostrazione di ciò si vedano i numerosi casi in letteratura di scontentezza fallimentare provata dal paziente a seguito degli interventi di riassegnazione del sesso gonadico, condotti per ripristinare uno status agevole e armonico, che non riesci a decretarsi a causa del forte contrasto con quello psichico). Occorre domandarsi, allora, se questo contatto socio-culturale predominante con la sessualità, il medesimo che va cavalcando retoriche politiche sull’uguaglianza fondata anzitutto nell’emarginazione della diversità, abbracci un pieno senso di libertà o, viceversa, agisca con fare dispotico sul corpo poiché letto come scisso dalla persona e, perciò, manipolabile?

Simile lettura non si presta alla sola questione di genere, ma grazie alle fattezze liquide prescelte, trova facile utilizzo anche in pretese sommariamente simili. È questo il caso del famoso settantenne olandese deciso a forzare legalmente le serrature dell’anzianità biologica pretendendo di abbassare l’età anagrafica di circa vent’anni, supportando così la maturità che egli sente di avere, in stonata convivenza con quella effettiva. Può sembrar ridicolo, ma lo stesso pensionato, tale Emile Ratelband, ribalta una negazione, accusata di primo acchito in risposta al desiderio da conquistarsi, proprio utilizzando come esempio la seria considerazione che la modifica anagrafica del sesso tuona qualora se ne faccia richiesta.

La corte dovrà esprimersi a riguardo, ma che dire nel frattempo di quel vissuto che egli è disposto ad abbandonare relativizzando un dato oggettivo come imposizione esterna, perciò artefatto opinabile?


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