#Bastascuse! Uomini, non stupratori

Il 25 novembre scorso si è celebrata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, con lo slogan totalitario #nessunascusa, preceduto dal cancelletto o hashtag, il segno informatico dell’umanità nuova perennemente connessa. Si è consumato un altro carnevale buonista alimentato dalla grancassa mediatica.

Noi non ci stiamo, persuasi di avere assistito all’ennesima esibizione del potere mondialista, impegnato a riconfigurare l’uomo, cambiarne irreversibilmente la natura. Finiamola con la vergogna indotta e l’autoflagellazione, gli esseri umani di sesso maschile non sono stupratori seriali. Uomini, soltanto questo, nel bene e nel male, luci e ombre, esattamente come l’altra metà del cielo, le donne, insostituibili compagne di vita.

Una volta ancora, il coro si è fatto assordante e nessuna voce ha osato levarsi per contestare la criminalizzazione dell’uomo, specie maschio bianco eterosessuale. In Italia e nel mondo si promulgano leggi intitolate alla “violenza di genere”. Ci risulta un’unica coraggiosa reazione da parte di un responsabile politico, lo spagnolo Santiago Abascal, capo del partito Vox Espana. Il dirigente ha dichiarato di esigere una legge che protegga da ogni maltrattamento le donne, ma anche gli uomini, i bimbi e gli anziani. “Ho due figlie, non voglio che qualcuno possa abusare di loro, ma sono anche padre di due figli maschi e non desidero che persone senza scrupoli possano falsamente denunciarli.”

Quando chiedi i dati della violenza contro la donna associati alla nazionalità te li nascondono, poiché dicono che non si possono stigmatizzare determinate popolazioni, però si possono stigmatizzare tutti gli uomini, ovvero colpevolizzare la metà dell’umanità e cancellare in un colpo la presunzione di innocenza.

Non si può più tacere, occorre reagire pur sapendo di rischiare il linciaggio, la proscrizione. Ribadiamo, l’assoluta maggioranza della popolazione maschile è estranea e nemica delle violenze, degli abusi e delle molestie.

Come sempre, i più esposti alla tempesta sono i giovani. La docente di psicologia dell’adolescenza Jean M. Twenge analizza le generazioni giovanili da decenni. Nell’ultimo quinquennio ha rilevato indici impazziti: ha registrato una crescente incertezza e soprattutto una insidiosa incapacità di definirsi, a partire dalla sfera sessuale. Questo genera depressione, dipendenza dalle reti sociali, solitudine.  Molti relativizzano il cosiddetto “orientamento sessuale”, in ossequio al pensiero dominante. La diffusione di pratiche omosessuali è quindi in aumento e tra le ragazze l’indice sarebbe addirittura quadruplicato.

La fragilità psicologica dei giovani maschi è ormai conclamata. Giornate come quella contro la violenza “di genere”, al di là delle buone intenzioni di molti, diventano l’occasione per ulteriore colpevolizzazione dell’universo maschile.  La verità è che la società contemporanea lavora per la decostruzione e la riconfigurazione di ogni identità. Maschile e femminile sono poli non contrapposti ma complementari. 

L’isteria dell’uguaglianza nega la differenza sessuale e la distinzione dei ruoli; il suo primo obiettivo, ormai quasi integralmente conseguito, è distruggere l’identità considerata più forte, quella maschile. Di qui una serie di provvedimenti tesi a costruire una società dell’identico, dell’indistinto. Sono diventate legge le cosiddette “quote rosa”, ovvero una riserva di posti in base al sesso. Si impone una selezione non in base alle qualità ma al sesso.

Per conseguire un obiettivo ideologico – l’uguaglianza tra i sessi– si umilia la donna chiudendola in una nuova riserva indiana, quella delle quote obbligate, contemporaneamente discriminando gli uomini.

Il termine femminismo ha sempre un’accezione positiva, mentre maschilismo è un insulto. Si è propagata come un’infezione l’idea che le famiglie siano universi in cui la donna è sempre prigioniera.

Le statistiche sulle molestie e gli abusi sono gonfiate e manipolate sfacciatamente. Il risultato è un permanente senso di inadeguatezza.

La violenza, presente nell’essere umano sotto varie forme, è stata oggetto presso ogni civiltà di sfogo e canalizzazione, attraverso i riti, la competizione. Nel nostro tempo è considerata un tumore maligno. Si è via via proibito persino accennarla nel linguaggio. Il risultato è stato la sua metastasi, giacché, la violenza pervade il mondo più che mai.  

Milioni di giovani maschi, educati esclusivamente da donne, le madri per l’abolizione (e spesso la fuga) del padre, le insegnati per l’assenza degli uomini nelle professioni educative, mancano di modelli di comportamento maschile, non si confrontano con gli adulti del proprio sesso, sviluppando nuove fragilità, né sono educati a riconoscere e controllare gli istinti. Devono solo reprimerli tra gravi sensi di colpa.

L’istinto, tuttavia, riemerge. La conseguenza è l’emersione di una violenza brutale, primordiale, che trova nel sesso il suo massimo sfogo, ma prospera anche nel cinismo dell’economia e della finanza di rapina, nella riduzione dell’Altro, maschio o femmina, a oggetto. 

Gli zombie postmoderni, indefiniti e fluidi, hanno trovato un nemico oscuro.  Si tratta del maschio eterosessuale, il male assoluto senza #nessuna scusa. Contro di lui è armata una guerra senza quartiere a un passo della vittoria definitiva. Battuto l’uomo, toccherà alla donna essere sacrificata sull’altare del Progresso e dell’Unico. Dopo, finirà l’umanità. A meno che non sorga un’era in cui l’umanità ritorni alla legge naturale, alla gioia di vivere, alla serena accettazione dei suoi limiti, un tempo in cui uomini e donne, con rinnovato stupore, rinnovino l’alleanza tra loro e quella con il Creatore.


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