Io sono, da sempre: a Doha in scena il “viaggio miracoloso”

Ormai gli anni hanno logorato lo scandalo, eppure mediante l’arte la notizia permane: il tempo cronologico si attualizza in tempo storico. Ecco quindi che un’esposizione come quella ospitata a Doha in data 7 ottobre 2013, si ripercuote nella natura comune raffigurata senza inizio e nemmeno fine: «The Miracolous Journey», opera dell’artista britannico Damien Hirst, è un monumentale lavoro suddiviso in quattordici sculture bronzee, ciascuna delle quali mostra una precisa epoca gestazionale, proposta innanzi il New Sidra Medical and Research Centre.

Un connubio affascinante fra scienza, etica ed arte, le quali insieme convergono nell’identità, vissuta e dimostrata, dell’essere umano: dal concepimento, incontro fra differenze, gamete maschile e gamete femminile, al proseguo intrauterino sequenziale, coordinato, graduale e continuo di crescita dal quale vengono tratti moltissimi nomignoli al soggetto, quando ognuno di essi si rifà sinonimo di “essere umano”, sia esso zigote, embrione, feto, bambino, adolescente, adulto o anziano. Mayassa al Thani, sorella dell’emiro del Qatar, commissionando nel 2009 l’opera a Hirst, si era detta serena in rapporto al feedback popolare, poiché la crudezza del nudo divenire esposta, si prestava alla sensibilità con l’esorbitante delicatezza di un discinto miracolo, lontano da qualsivoglia immagine di nudità frequentemente spogliata pubblicamente.

«Ultimately, the journey a baby goes throught before birth is bigger than anything i twill experience in human life. I hope the sculpture will instill in the viewer a sense of awe and wonder at this extraordinary human process, which will soon be occurring in the Sidra Medical Center, as well as every second all across the world». Artista tipicamente noto per lo stile controverso attratto concettualmente più dalla morte, sovente protagonista delle sue opere, esplode di incredulità quando l’adiacenza al collettivo umanitario è evidentemente trasversale nell’ottica della figliolanza globale, contrariamente a quanto la ridondanza dell’ideologia forte preannuncia agli albori della libera scelta abortiva come di un’opzione unilaterale, nonché profondamente indipendente dal sistema relazione che, di fatto, ha dato al feto in questione, la sua realtà effettiva.

Esausta, una libertà impertinente, osa senza logos anche in una delle più capienti epoche tecnologico-scientifiche, tempo adibito alla tangibilità dimostrabile e possibile come nuova religio, fede tiepida quando ciò che essa fornisce decostruisce l’opzione di disporre del corpo proprio o altrui, come se ciò non coincidesse con l’uso della persona medesima, in preda a vorticosi dualismi. In sintesi, consci dell’indiscusso valore concettuale dell’arte come respiro di un periodo connesso tramite la memoria e la previsione, Damien Hirst imprigiona scomode leve contradditorie in sé, come la negazione dei principi epigenetici, dell’umanità del concepito, della sua identità totalmente unica, ecc.. in un patto palese fra noi-plurale e noi-singolare, che gli estremi separano avvicinando.

Negare, sottoponendo la recta ratio alla schiavitù del compromesso, la visione di un uomo e lo spessore morale della responsabilità nel farsi portatori di sentenze di vita o di morte verso una terza esistenza, è l’anticamera dell’apatico nulla esperito da quella visione che non si percepisce né si tocca. Sulla soglia del rammarico subentra il dubbio. In prossimità dello scandalo si grida la bruttezza, ma fino ad allora l’atteggiamento piaciuto è attendere che quel peso passi inosservato. Raramente la fatica, però, si dissolve con l’accumulo. Talvolta implode.


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