Roma giugno ’44

Roma s’è fatta muta. Strade e piazze deserte, saracinesche portoni finestre serrati. Come un solo enorme orecchio un unico cuore trepidante mille e mille ascoltano il rombo che viene approssimandosi dal litorale laziale dalla via Casilina. Sono bocche da fuoco mille e mille cannoni alleati mentre soldati e mezzi corazzati sono ormai alle porte della città. Di notte il cielo è rosso, attraversato da bagliori lampi squarci. La festa si annuncia prossima. Non più il passo cadenzato e ferrigno del soldato tedesco il coprifuoco la tessera annonaria l’odioso mercato nero. Soprattutto la fine di un incubo, la fine della guerra. Uomini e donne si riverseranno per le vie, al Colosseo, in piazza Venezia, lungo i Fori imperiali. Lesti a sbracciarsi sorrisi grida abbracci. Per un pacchetto di sigarette una tavoletta di cioccolata. Simili al giardino zoologico quando  si gettano le noccioline alle bertucce. Solo che, questa volta, i ruoli si sono invertiti. E magari, come racconta Curzio Malaparte ne La pelle, qualcuno finisce sotto i cingoli e si trasforma in orrida bandiera di carne. La bandiera dei vinti, della vergogna.              

(Non so se abbia ragione il prof. Renzo De Felice nel ritenere che la maggioranza degli italiani, quella ‘zona grigia’, non fu per gli uni o per gli altri – consapevole fedele a un ideale pronta a difenderlo -, solo desiderosa che la tempesta passasse senza ulteriori disastri. L’odio verso il tedesco e gli irriducibili in camicia nera fu dettato dalla loro ostinazione a non cedere a gettare le armi a riattraversare le Alpi. Termini come ‘Per l’Onore d’Italia!’ troppo fragili di fronte alle assicurazioni del paese di Bengodi a stelle e strisce in arrivo, inossidabile ormai vincitore... Fu così da sempre, da quando ‘Francia e Spagna purchè se magna’. Guicciardini contro Macchiavelli, appunto. C’è, però, anche un’altra Italia...).                                                                                                                           

Fine maggio primi giorni di giugno del ’44. I paracadutisti della Folgore si sacrificano in estremi combattimenti. A dimostrazione ideale e con il proprio sangue che Roma non s’arrende inerme e vile. A Castel di Decima cade il maggiore Mario Rizzati, mitra e bombe a mano, contro uno Sherman. Così i resti del btg. Barbarigo-XMAS, che si erano dissanguati, fra i primi tornati a combattere, nell’Agro Pontino. Soldati appunto di un’altra Italia. Lungo la via Cassia, al Nord, fieri e disperati. Anime ardenti e cuori  generosi, dimenticati, va da sè, da questo paese di guitti e saltimbanchi.                                  

Anche io, in quei giorni (gli alleati entreranno nella Capitale, tronfi e vanesi, il 4), ho la mia storia. Prime ore del mattino, del 2 giugno. Una sottile fila di soldati tedeschi scivola lungo i muri di via dell’Olmata, i fucili puntati verso i tetti, nel timore di  agguato partigiano (inesistente). Davanti alla basilica di S. Maria Maggiore li attendono camion della Wehrmcht, motori accesi. L’ultimo della fila appoggia il fucile contro il muro e, lesto, si ripara nell’androne della clinica di S. Elisabetta, retta da suore tedesche e polacche. Per lui la guerra è finita.                                                                                    

Così descriveva la scena mio padre, da dietro le persiane chiuse, mentre mia madre spingeva e urlava nel partorirmi. Qualcuno era destinato a raccogliere quel fucile e continuare la lotta per l’Europa per il Fascismo... Chissà.


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