Il sublime al chiostro del Bramante

[In foto: J.M.W. Turner,Pioggia, vapore e velocità, 1844]

De sublime (Περὶ ὕψους) è il trattato d’ un filologo degli inizi del II sec. d.C., rimasto anonimo, dicitur « Dionisio o Longino» secondo l’attribuzione riportata in un manoscritto vaticano del Cinquecento, sic stantibus rebus la paternità fu assegnata a un non meglio identificato pseudo Longino.

Dice l’autore al cap.1: « il Sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione, ma all'estasi: perché ciò che è meraviglioso s'accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso,[…].» Quel “gli ascoltatori” ci dice l’indirizzo dei destinatari e qualifica la tipologia di arte, quella della retorica, dell’eloquenza, l’alta vertigine della parola sia essa  scritta che orale, le arti figurative sono forestiere nella trattazione. Esse hanno come medium la muta forma, sono prodotti amanuensi, non possiedono la musicalità della voce che declama versi o legge pagine di letteratura epica o declama  un’orazione. L’estasi comunque è una cima alta da raggiungere con le ali della pura fantasia, carro alato di Elia verso il cielo, liberazione spirituale oltre la gabbia della ragione, della misura.

Questo antico concetto plotiniano se ne andò in soffitta,  fu riesumato solo da un gigante come Michelangelo, poi riformulato nella filosofia del XVIII sec., ma noi qui non entriamo nel campo del “mago”, piuttosto stiamo nel recinto dei pennelli, trovando nell’inglese Edmund Burke con il suo trattato A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and the Beautiful, del 1756 la base teorica di due categorie in arte: il bello, il sublime. In sintesi l’idea di bellezza si incarna pienamente nel mondo classico, è una costruzione razionale per raggiungere la nobile semplicità e la quieta grandezza della ricetta scritta da J. J. Winckelmann nella sua Storia dell'arte antica (Geschichte der Kunst des Alterthums) del 1764, opera composta qui a Roma, a villa Albani quando faceva da bibliotecario al Cardinale.

Niente di nuovo rispetto al Canone di Policleto, scultore di Argo, che sottopose i suoi concittadini alla tediosa misurazione delle parti del corpo col fine d’ individuare le proporzioni ideali, quel bello assoluto che è nell’idea della Natura ma che decade quando si incarna nella molteplicità delle forme. Il sublime è tutt’altro, la ragione scioglie i lacci pitagorici di numeri e geometrie, si confronta con l’irrazionale, col sentimento forte della paura perché non si hanno più le maniglie sicure della ratio.

E’ il volo di Icaro, l’abisso su una vetta, la tempesta del mare, la nudità dell’uomo davanti all’imprevisto, genesi di terrore ma sfida alla Natura stessa. Un esempio di sublime? Cavalcare un’onda gigante dell’oceano stando coi piedi sopra una tavoletta di surf, quel piacere dinamico che ha provato Rodrigo Koxa su un’onda alta 24 m, l’altezza d’ una palazzina romana. Joseph Mallord William Turner, londinese del 1775 figlio di un barber creatore di parrucche, è il maggior interprete dell’idea di sublime, un sentimento forte restando nel tema del giornale, a lui potremmo affiancare il teutonico G. D. Friederich di lui più anziano d’un anno. Joseph fu un provetto acquarellista, tecnica assai difficile, avara di ripensamenti e questa produce nell’artista una forte interiorizzazione del soggetto prima di trasferirlo sul supporto.

E’ un processo di identificazione dell’attore che si cala appieno nel personaggio, il bisonte graffiato nelle grotte, un percorso Zen. Nel caso di Turner il medium è la Natura quando induce al panico per l’incombere del terrore, sia esso una tempesta marina, una pioggia impetuosa, il fitto d’ un nebbia, l’assordante silenzio d’una valle, un treno che scheggia il temporale. Ma il dramma produce fascinazione, adrenalina, quella suggestiva emozione che riapre il ponte tra il finito e l’infinito, il piccolo uomo e il suo Dio.

Allora chi vuole provare l’incanto d’ accostarsi un po’ al sublime, Lord Turner è sbarcato a Roma, è il suo primo viaggio nella Città Eterna, ha preso alloggio in un ex convento al Chiostro del Bramante.


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Editoriale

 

Montecatini qualche giorno dopo

di Adriano Tilgher

Erano anni che non assistevo ad un convegno di così alto spessore come quello svoltosi sotto l’egida de Il Pensiero Forte il 19 e 20 u.s. a Montecatini. Tutto da seguire, tutto da vedere (a tal proposito gli interventi sono tutti caricati su YouTube sul nostro canale e sulla pagina Facebook).

In altre parti della pubblicazione ci sono articoli relativi a questo evento, ma a me preme svolgere alcune considerazioni ed offrire degli spunti.

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La Spina nel Fianco

 

Mal d'Africa

1983 su etichetta Emi Italiana esce l'LP di Franco Battiato "Orizzonti Perduti" nell'album una riscoperta del proprio territorio, e la pungente critica alla decadenza della cultura occidentale. Uno dei brani più suggestivi di quest'album è sicuramente "Mal d'Africa": «Sentivo parlare piano per non disturbare ed era come un mal d'Africa…» Nel brano il mal d'africa, è la struggente litania di ciò che l'occidente ha perso, il "male" d'Africa non è solo quello che le mafie etniche fanno nel nostro paese, ultimo in ordine di tempo il probabile traffico di organi su cui indaga l'F.B.I. a Castel Volturno, il mal d'africa è anche il male che il cosiddetto occidente ha perpetrato e continua a perpetrare nel continente africano.

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