Scuola di Pensiero Forte [8]: identità personale e socialità

La natura sociale della persona si manifesta nel fatto che essa non può vivere senza relazioni umane. “L’uomo è un essere politico”, diceva Aristotele. Niente di più vero. Questo è un dato più che assodato anche da tutte le discipline scientifiche: ogni persona ha bisogno dell’altro. Un bisogno radicale ma al col tempo trascendentale, che sgorga dal suo essere per elevarsi al di fuori e al di sopra di esso. Solo con l’altro, la persona è capace di sviluppare e realizzare le sue capacità fisiche psichiche e spirituali, in modo particolare la sua relazionalità, giacché essa include tutto ciò che la persona è, può e deve essere. Si può pertanto affermare senza problemi che la socialità è un tratto distintivo della persona.

Chiunque fa esperienza della socialità. L’incontro con l’altro è sempre un evento che segna in maniera determinante. Lo viviamo sin da piccoli: l’ educazione ha come aspetto essenziale quello di essere messa in atto fra persone, al fine di far crescere e compiere il soggetto a cui è rivolta. Un bambino quando incontra un altro bambino scopre un mondo immenso, che lo sfida, lo mette in crisi, lo spinge ad uscire fuori da sé per poter scoprire proprio se stesso.

Col crescere e il passare del tempo, le capacità di socializzazione si modificano, assumendo una struttura e un codice ben precisi, ma non viene mai a mancare quel tratto di “stupore” che si vive nel momento in cui incontriamo un’altra persona.

L’altro non sono io. Egli è simile a me, con la sua storia, le sue esperienze, le sue idee, il suo essere. L’altro, in un certo senso, mi perfeziona e trasforma, secondo quei dinamismi propri della vita umana. La mia persona trova il riscontro della sua identità nel momento in cui ne incontra un’altra.

Non possiamo fondare un pensiero forte, soprattutto in ambito politico, se non teniamo conto di questa socialità propria dell’essere umano. In fin dei conti, fare politica “di se stessi” suona male anche solo a pensarlo. La politica è tale solo nel momento in cui trascende il mio isolato ego e si estende all’orizzonte del “noi”.

Aristotele, nel primo libro de “La Politica”, mette al centro la socialità quale elemento costituente della cellula fondamentale di ogni società, in greco oikos, ovvero la famiglia. Leggiamo: “All'origine della città vi è il rapporto tra uomo e donna, i quali, formando una famiglia, creano la base del villaggio, e la pluralità dei villaggi a sua volta dà vita alla città vera e propria. Per natura infatti il maschio non può esistere separato dalla femmina, e questo, come accade negli animali e nelle piante, accade in vista della riproduzione.” (Politica, 1,2, 1252a 20-30) La famiglia viene definita come “la comunità che si costituisce per far fronte alle necessità quotidiane”, mentre “il villaggio è una comunità più grande, il cui scopo è rispondere ai bisogni non quotidiani”. Da più villaggi, infine, ha origine lo Stato, che “esiste per rendere possibile la vita felice.”(Politica 1,2, 1252b 10-20)

È in virtù del mio “essere sociale” che io sono capace di fare e ricevere politica. Non a caso, la disgregazione delle identità passa sempre, nella storia, attraverso un’azione che mira a distruggere il “senso politico” dello stare insieme delle persone, finendo per tramutare l’incontro con l’altro o in uno scontro spietato dove vince l’ego più forte, o nell’annullamento dell’unicità della persona in un’immatricolazione di massa nel nulla.

Una delle tendenze tipiche delle forme di pensiero debole è quella di portare la socialità ai due estremi: il collettivismo e l’individualismo. Di questi parleremo la prossima volta.


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